[INTERVISTA] Adèle Hugo: una donna “Pazza d’amore” raccontata da Manuela Maddamma

Ribelle, anticonformista e coraggiosa, la figlia più piccola del poeta e scrittore francese Victor Hugo ha sfidato i codici morali ottocenteschi inseguendo oltreoceano un amore non corrisposto e affrancandosi dai dettami familiari, fino a perdere il senno e il contatto con la realtà. Sentendosi sempre libera, però, di esprimersi e di assecondare la sua estrema sensibilità. Ne tratteggia il profilo la curatrice Manuela Maddamma, mediante lettere inedite e stralci di diari raccolti dal volume edito da Fandango Libri.

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_di Roberta Scalise
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«Talvolta sogno una vita bruciata, ardente, violenta, viva, […] nella quale mi vedono come la figlia di Victor Hugo, giovane, bella, radiosa, alla moda, supremamente intelligente, supremamente bella, radiosa, supremamente civetta, che schiaccia con tutto il suo splendore le sue rivali, passate, presenti e future; intellettuale, grande musicista, applicando e facendo applicare i miei paradossi, vivendo tutte le vite, la vita dell’amore, la vita del mondo.»
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Vi sono casi in cui la realtà supera la finzione, percorrendo itinerari che neppure la creatività avrebbe intrapreso. In questo bacino di narrazioni turbolente, vivide e sofferte si inserisce anche quella di Adèle Hugo, l’ultima dei cinque figli dell’eccelso scrittore e poeta Victor Hugo, esponente del Romanticismo francese e “Padre della patria”.
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La vicenda di Adèle è triste e intricata, e incontra una prima crepa con la scomparsa della sorella maggiore Léopoldine, morta annegata nel 1843 insieme all’uomo da poco sposato. Adèle risponde alla sofferenza ancorandosi alla fede nel “buon Dio”, dal quale, però, inizierà ben presto a distaccarsi, soprattutto in seguito al colpo di Stato di Napoleone III che costringerà il padre ad abbandonare Parigi alla volta dell’isola di Jersey. Qui, l’inquieta ventiduenne si trasferirà dal 1852 al 1855, cercando di eludere la noia dedicandosi a componimenti musicali, letture e scrittura di racconti. E, naturalmente, a destare l’interesse degli uomini conosciuti ai balli del luogo con la sua bellezza da «statua antica», divertendosi a sedurli e a conquistarli con il suo fascino.
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Ed è proprio in questo gioco di sguardi e ritrosie che si insidia la seconda crepa esistenziale di Adèle: il fatale, travolgente e dissennato amore per il giovane tenente inglese Pinson. Un amore che, tuttavia, si rivelerà presto essere unidirezionale: sbocciato nell’estate del 1861, quello tra Adèle e Pinson è un affetto fugace e contingente, e, a differenza della giovane, non troverà modo di radicarsi nell’animo di quest’ultimo. L’accenno al matrimonio – acconsentito, tra l’altro, dallo stesso Victor Hugo –, infatti, resterà sempre particolarmente vago, anche in seguito alla partenza del tenente per il Canada tra le file del suo Reggimento.
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Adèle è disperata e anela alle nozze, per ottenere le quali decide, quindi, di elaborare una strategia alternativa: partire per Halifax dando vita a una vera e propria fuga, nascondendo la verità ai suoi cari. Avrà, così, inizio il lungo peregrinare di Adèle Hugo volto all’ottenimento dell’oggetto della sua insana ossessione, il tenente Pinson, il quale, con sempre maggiore convinzione, declinerà le attenzioni della donna e le sue proposte di matrimonio. Il risultato è un logorio perpetuo e asfissiante, che priverà Adèle della sua energia vitale e la costringerà a soccombere ai moti della sua passione. E a non arrendersi neanche di fronte all’evidenza più abbacinante, ossia il reiterato rifiuto di Pinson: un diniego quasi “inesistente” agli occhi di Adèle, che, nonostante le crescenti preoccupazioni da parte della famiglia, abbandonerà il Canada per seguire l’uomo alle Barbados. Gettandosi, perciò, nelle braccia di un destino costellato di squilibrio mentale, allucinazioni, menzogne, ossessioni e voci soffuse che la renderanno «più morta dei morti».
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Un abisso di disperazione ed erotomania alla scoperta del quale ci conduce l’egregio lavoro della scrittrice Manuela Maddamma, curatrice di “Pazza d’amore”: il volume edito da Fandango Libri che rievoca gli eventi cruciali dell’esistenza tormentata di Adèle Hugo mediante lettere inedite, stralci di diario e approfondimenti minuziosi apportati con dedizione dall’autrice.
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Proprio come in un romanzo del padre, Adèle diviene, così, la protagonista di un’avventura segnata da menzogne, sotterfugi e colpi di scena, la quale non mancherà di provocare angoscia e avvilimento proprio nella figura di Victor Hugo, qui indagato mediante le parole che riserva alla moglie, ai figli e all’intimità del suo diario, in un eterno supplizio che agogna un ritorno sempre annunciato ma mai realizzato.
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Adèle è, infatti, una donna indipendente, ribelle e conscia del proprio valore, ma è vittima di se stessa e di una «religione dell’amore» che la condurrà a perdere definitivamente i cardini della realtà e a costruire perpetui «castelli di fantasia». I quali crolleranno definitivamente nel 1872, quando Adèle andrà incontro al suo struggente epilogo, tornerà in patria e sarà internata nel manicomio di Saint-Mandé. Dove, finalmente libera di essere ed esprimersi, sopravvivrà al padre per trent’anni e abbandonerà una terra di strazio e insensibilità nel 1915.
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Ne abbiamo parlato con la curatrice Manuela Maddamma, che ci ha svelato retroscena e curiosità di una donna “pazza d’amore”.
 
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Partiamo dagli albori. Com’è nata l’idea di dedicare un volume ad Adèle Hugo e quali sono stati i passaggi necessari per il reperimento dei materiali?
Sono un’appassionata di lettere e romanzi epistolari, e, poiché conservavo da tempo un volume del Journal di Adèle Hugo acquistato da un bouquiniste a Parigi molti anni fa, fantasticavo di tradurlo almeno in parte. Ho poi integrato facendo ricerche qui a Roma, pressole biblioteche Angelica e Regina Apostolorum.
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Quali sono state le fasi precipue del processo creativo? E come si è delineata la struttura del testo?
Il primo passo è stato costituito dalla lettura attenta delle fonti, dalla scelta dei brani e dalla loro traduzione, cui è seguita, dopo un’approfondita riflessione, la “cucitura” del puzzle. Di qui, la stesura dei raccordi.
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Adèle ha da poco inaugurato il suo diario quando scrive, senza remore: «[…] Però! Sono bella, bella, ho un carattere di ferro, una mente duttile, sono essenzialmente la figlia regina di Victor Hugo». Crede che la sua schizofrenia fosse già latente, a giudicare dalle frequenti autocelebrazioni di cui risulta essere autrice nella sua intimità – e anche in società?
Sì, certo. Non so se sia esatto parlare di schizofrenia, ma dei tratti di esaltazione, ipersensibilità e megalomania erano senz’altro presenti in lei fin da giovanissima. Tra questi, per esempio, l’idea di disporre degli uomini a suo piacimento e sedurli per poi sottrarsi all’improvviso, rendendosi così desiderabile, irraggiungibile.
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A proposito della psicosi di Adèle: questo tormento ha avuto origine con il diniego del tenente Pinson o possedeva radici più profonde? E quanto, nella sua manifestazione, ha influito la perdita della sorella maggiore Léopoldine?
Aveva senz’altro radici più profonde, e certamente ha contribuito la perdita della sorella, della “perfetta” Léopoldine, adorata da tutti in famiglia, primogenita, più bella di Adèle, che aveva avuto la fortuna di incontrare giovanissima un amore così grande, amore che – fatalità – la seguì fin nella tomba. Per imitare in un certo senso la sorella, Adèle per un periodo si fidanzò con il fratello del marito di Léopoldine: è significativo.
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Dal momento che la «religione dell’amore» non si è rivelata sufficiente, crede che, invece, la fede in Dio l’avrebbe sottratta – o ne avrebbe attenuato i sintomi – a questo destino infausto? Quali sono stati i motivi che l’hanno allontanata dal cattolicesimo?
Ragioni politiche, in particolare gli interventi dell’imperatore francese a favore del Papa. E forse, chissà, in fondo anche la perdita della sorella, che con lei condivideva preghiere e letture sacre. E sì, penso che la fede avrebbe avrebbe potuto salvarla, ma il fatto è che Adèle era anche molto sola.
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Com’era la famiglia Hugo, e quale clima vigeva tra i suoi membri? Inoltre, quale tipo di rapporto legava Victor Hugo e la figlia Adèle, prima della vicenda relativa al tenente Pinson? Il dolore della figlia ha, in qualche modo, influenzato la scrittura di Victor Hugo?
Come risulta dalle lettere, vigeva un clima molto freddo e formale, dietro un’apparenza affettuosa. In fondo vivevano tutti distanti l’uno dall’altra e Victor Hugo, per quanto gentile e generoso da un punto di vista economico, era comunque un padre distante, chiuso nella sua monade intellettuale, nel castello della sua scrittura.
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Quale ruolo ha avuto, poi, l’interesse degli Hugo nei confronti dell’arte medianica? Può aver avuto qualche ingerenza sulla psicosi di Adèle, dal Suo punto di vista?
Verso la fine dell’Ottocento, lo spiritismo era molto di moda, e non era considerato un gioco. Le comunicazioni da parte delle entità venivano considerate autentiche. E sì, potrebbe aver avuto un’influenza: coltivando a lungo le pratiche esoteriche, certe nubi possono addensarsi su di noi o intorno a noi.
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La vita di Adèle Hugo ha, infine, ispirato i lavori di molti artisti del secolo scorso, tra i quali spicca, soprattutto, il regista Truffaut con il suo “Adèle H.”: secondo Lei, qual è il motivo di tale fascinazione?
Beh, Adèle è una figura di donna affascinante e rivoluzionaria, una donna che per amore attraversa l’oceano, che rinuncia a una vita ricca e borghese per inseguire un amore, e che mai, mai, si piega. Una donna che non ha paura di inseguire il suo sogno ogni inferiore amore disprezzando.
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Quali saranno, invece, i Suoi prossimi progetti artistici? Sussiste un’altra figura femminile – o maschile – che avrebbe voglia di esplorare in queste modalità?
Al momento sto girando Poetry!, una serie di cortometraggi di poesia, in giro per l’Italia, alcuni dei quali dedicati a donne “maledette”, come: Sylvia Plath, Claudia Ruggeri, Antonia Pozzi e Amelia Rosselli.