[INTERVISTA] Janaki’s Palace tra post-rock e jazz

Abbiamo raggiunto al telefono gli Janaki’s Palace perché, nonostante il momento non semplice un po’ per tutti ma specie per la musica, ascoltare dei gruppi che sanno suonare alla grande è sempre importante. Anzi forse oggi ancora di più. Specie con il loro misto di post-rock e jazz così personale e proprio.

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La vostra prima demo, per altro autoprodotta, risale al 2017: quanto siete, se siete cambiati, dai ragazzi di “Youth”?

Siamo cresciuti più che cambiati. Il modo di scrivere, di immaginare/creare suoni e di contestualizzare le canzoni si è evoluto ed è diventato più indipendente, per fortuna. In Youth si sentono fin troppi richiami alla psichedelia dei Tame Impala e Temples, è stato un esperimento per prendere confidenza fra di noi più che un biglietto da visita nel mondo musicale. Può suonare molto cliché ma stiamo davvero cercando una nostra identità; è impossibile non essere influenzati da altri artisti, ciò che conta è rimodellare quello che è stato assorbito usando la propria personalità.

Avete delle sonorità così particolari e ben rifinite, un suono veramente “proprio”, se mi passate l’aggettivo. Quando ci avete messo, avete lavorato per rifinirlo e abitarlo con tanta sicurezza?

Che bel complimento, grazie! Personalmente, non credo che sia ancora “completo” al 100%, ci sono sempre nuovi spunti (o combinazioni di effetti su chitarra/sintetizzatori) che si inseriscono bene in nuovi brani o possono accompagnare quelli più datati. Abbiamo la fortuna di essere determinati in ciò che facciamo, da due o tre anni ci troviamo settimanalmente (ora purtroppo no, causa quarantena) per provare e sentire come si incastrino le sonorità delle canzoni.
anche per questo motivo ci abbiamo messo un attimo per mettere fuori l’ep, volevamo assicurarci che tutto fosse al proprio posto.

Foto di Silvia Violante Rouge

Ci sono, ogni tanto, anche degli intarsi di jazz che, un po’ inaspettatamente, saltano fuori: avete degli “ascoltatori di jazz” tra i membri della band?

Direi di sì! I gusti cambiano a seconda della persona, ovviamente. Cool jazz, lounge, nu jazz… insomma, si spazia dagli affascinanti Chet Baker, Bill Evans, Jim Hall, ecc. ad artisti più contemporanei come Hiatus Kaiyote e Jordan Rakei.

Parliamo del vostro ultimo singolo che si potrebbe descrivere in una frase “Ma va bene così, tutto è temporaneo”, come è nato?

Il brano più datato dell’ep è Reflections ed è giusto che facesse da epilogo. In origine aveva una struttura diversa ma abbiamo deciso di rimodellare tutto per il disco. La canzone è stata scritta a fine estate 2017, in parte ritrae il malessere descritto in August, ma le motivazioni e le cause sono differenti. Reflections è il ritratto di un’autoflagellazione dovuta alle conseguenze delle scelte sbagliate, il momento in cui tutto è tutto nero. Abbiamo impostato la sua struttura in modo che fosse un crescendo continuo fino allo spannung e la chiusura in fade out. Qui entra il gioco anche il titolo dell’ep: tutto è temporaneo, anche quando pensi di non avere vie d’uscita.

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Foto Silvia Violante Rouge

In una vecchia intervista ho recuperato una domanda che, per quanto tenera e forse un po’ ingenua, mi è piaciuta un sacco: Che cosa ne pensate della musica psichedelica e perché avete fatto la scelta di suonare questo genere di musica? In fondo è una domanda valida, specie per un gruppo come voi!

Come tutte le cose buone, è accaduto casualmente!. Per via di fattori personali c’è stata una scintilla che ha contribuito al cambiamento di stile e al conseguente abbandono di tutto ciò che suonavamo (facevamo garage rock à la Strokes, primi Arctic Monkyes, White Stripes e avevamo un nome diverso). Da quel punto di svolta è comparso l’amore per gli accordi “jazz” (hanno molteplici sfumature di colore rispetto a quelli “normali”) e per le atmosfere sognanti. La ricerca di ambienti onirici va proprio a braccetto con la psichedelia, in qualche modo si richiamano anche scenari surreali che esistono solo nei pensieri e vengono sempre immaginati in modo “vellutato”. Tutto ciò è anche una sensazione che vorremmo trasmettere tramite le nostre canzoni: fantasia con un velo di malinconia. Spero di essere stato abbastanza chiaro, è sempre difficile tentare di descrivere un concetto parecchio astratto in modo concreto.

Avete suonato al MI AMI qualche anno fa, oltre ad aprire artisti e band del calibro di Coez e Be Forest: quanto vi manca la dimensione del palco e, sopratutto, prima che tutto il mondo cambiasse avevate già qualche data prevista…

Oltre ad una motivazione elementare ed umana del tipo “suonare davanti a gente interessata è una bomba” c’è anche un discorso più spiccio come “suonare davanti a gente interessata è il modo migliore per farti conoscere”. Come si diceva un po’ più su, lavoriamo davvero tanto per costruire un set dal vivo che possa essere il più coerente e bilanciato possibile. La dimensione live è molto importante perché ci permette di creare atmosfere eteree e, a tratti, danzerecce. Prendiamo ispirazione soprattutto dalla musica elettronica/krautrock perché il flusso musicale è costante. Rispondendo brevemente alla domanda senza ulteriori giri di parole: suonare dal vivo è fighissimo, ci manca parecchio!

Se doveste scegliere tre artisti o gruppi con i quali vi piacerebbe calcare il palco. Valgono anche quelli che non ci sono più!

Non in ordine di importanza:
– Toro y Moi
– Feng Suave
– Calibro 35

Sarebbe una soddisfazione e un onore poter aprire anche solo uno di questi tre gruppi.

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Foto di Silvia Violante Rouge

Siete di Borgomanero giusto? Come si cresce lì e, sopratutto, cosa ascoltavano i giovani Janaki’s Palace?

L’infanzia e l’adolescenza in provincia (tipo Borgomanero) ti insegnano a non temere troppo la noia, secondo me. Ci sono sempre talmente poche cose da fare che devi inventarti qualcosa per non vivere passivamente gli anni dove sei pieno di energie. Sicuramente la musica è sempre un porto sicuro, soprattutto nella tranquillità del paese. E al di là di un discorso artistico, la nostra zona in primavera/estate è una meraviglia, soprattutto per il lago d’Orta; la combo prove + bagno è letale. Per non mandare in fumo tutte queste belle parole e questa simpatica intervista mi limiterò a dire che la fase “artisti/album che non rinnego ma preferisco archiviare” è stata superata da tutti noi (anche dai più giovini classe 2000) e che da ormai un po’ di tempo siamo sulla via della “redenzione”. Suona molto snob ma bisogna ammetterlo, nessuno è fiero di ciò che ascoltava da ragazzino