“Sinfonia, di Rose, di Cera”: il flusso di coscienza di Edoardo Francesco Taurino

Il romanzo d’esordio firmato da Edoardo Francesco Taurino è un flusso di coscienza che oscilla tra narrazione intima e affresco sociale. 

Pubblicato per Schena Editore, “Sinfonia, di Rose, di Cera” è un libro per atipico e per certi versi ardito. Un battesimo interessante dunque quello del giovane Taurino – classe ’97 – nel mondo dell’editoria, sia a livello contenutistico sia per quanto riguarda gli aspetti tecnico-formali. Ad una fiamma creativa così viva si perdona a cuore leggero, dunque, il fatto di non essere forse sempre a fuoco, nell’impeto giovanile di questo esordio. Partiamo proprio dallo stile: un turbinio di parole e di emozioni che si traduce in un flusso di coscienza che può scoraggiare in prima battuta, quanto meno i lettori meno avvezzi a “sperimentazioni” di questo tipo. Occorre certamente entrare nel giusto mood per portare a termine la sinfonia di Taurino, soprattutto se pensiamo che al suo interno vengono orchestrate due vicende, che vanno ad intersecarsi nel corso della narrazione.

Quella che parte come una riflessione sul tempo che passa e sulle relazioni tra le persone, diventa poi – anche – una denuncia sociale e un monito universale-collettivo. Dapprima infatti Taurino ci introduce alla figura di una coppia. Uomo e donna, ma anche madre e padre: i genitori. Con loro instauriamo un dialogo, senza filtri, a cuore aperto, sebbene postumo. Sì, perché lo scorrere del tempo porta con sé la scadenza ultima della morte, evento capovolgente che spesso ribalta la nostra prospettiva sugli avvenimenti. Le rose del titolo, ad esempio, sono le “care rose ormai perdute” dei genitori, dalle quali però dobbiamo provare a far nascere una nuova vita. Come a rinascere dalla terra, dalle ceneri.

Ed è qui che il messaggio privato si fa pubblico, spostando la narrazione addirittura fino in Tibet: dalle ceneri dei 137 monaci buddisti che negli Anni 90 si diedero letteralmente fuoco in segno di protesta contro i soprusi del governo cinese. Il salto è certamente notevole, ma il filo conduttore apparirà chiaro a fine libro: combattere per propri ideali coincide in fondo col dare un senso alla vita stessa, nel segno della libertà e dell’amore. Un messaggio che l’autore veicola anche grazie all’ausilio della citazioni di diversi personaggi illustri, come Gesù, Platone e il Dalai Lama.

E dato che il titolo richiama l’universo musicale, ripensando alle immagini dei monaci dilaniati dalle fiamme, a me viene in mente proprio un disco uscito in quegli anni: l’omonimo dei Rage Against The Machine, che nella sua metaforica chiamata alle armi, era comunque un immenso inno alla libertà e all’amore. La ricerca dell’infinito universo – quello fisico e quello interiore – non si esaurirà con questo libro né rimettendo sul piatto il vinile dei RATM, ma certamente sinfonie come queste continuano ad alimentare la fiamma di una speranza di questo mondo malato ma redivivo.