It’s Time! all’Orchestra Filarmonica di Torino

Il concerto It’s Time – Sulle spalle dei Giganti accende le luci sulla Stagione 2019/2020 dell’Orchestra Filarmonica di Torino.

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_di Silvia Ferrannini

Tra le pareti del Conservatorio in piazza Bodoni fibrilla l’emozione del primo concerto, del riavviarsi di una affezionata abitudine per coloro che l’Orchestra la conoscono e seguono da tempo, e la trepidazione di chi invece progressivamente si avvicina a quel multiforme cosmo di ispirazioni che è la musica classica. Il racconto in musica di ottobre è stato diretto dal maestro Giampaolo Pretto (che dell’OFT è anche direttore musicale) e si è articolato lungo le note de La bella Melusina di Felix Mendelssohn Bartholdy e la Sinfonia n. 1 in do minore op. 68 di Johannes Brahms.
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Entrambe sono opere di aurorale rilevanza entro la parabola artistica dei loro autori: Mendelssohn scriveva alla sorella Fanny che considerava La bella Melusina come la più perfetta delle sue ouvertures, e certamente è uno dei frutti più felici del suo lavoro (addirittura Wagner, generalmente poco clemente nei confronti del compositore, pare aver avuto in mente questa pagina iniziando la composizione dell‘Oro del Reno). Negli anni ’60 e ’70 dell’Ottocento Brahms era già celebre e acclamato ovunque, e tuttavia ancora non si era avventurato nella forma musicale che laureava definitivamente il compositore, ossia la sinfonia. Ad una sinfonia in realtà Brahms lavorava da tempo, fin dal 1855, quando ne aveva pronta già una prima bozza. Attraverso un percorso di studi e ripensamenti, dalla giovinezza alla maturità, la Sinfonia vede finalmente la luce nel 1876, anche se ancora a pochi giorni dalla prima si racconta che Brahms apportò alcune modifiche. Densità contrappuntistica, tensione monumentale, solidità strutturale: quello di Brahms è un capolavoro difficile ma simmetrico, fondato su rapporti dialettici non inaccessibili all’ascoltatore meno esercitato.
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Il riferimento a Beethoveen (obbligato e d’altra parte messo in luce anche dai critici del tempo) non si dà nel segno dell’emulazione quanto in quella della continuità: mettendo da parte l’ossequio reverenziale nei confronti della grande sinfonia ottocentesca, Brahms si arma di pazienza ed inventiva e crea qualcosa di diverso e maturo. Non dunque la “decima sinfonia di Beethoveen” come ebbe a dirgli con scherno un critico, bensì la vera prima sinfonia di Brahms, che da qui finalmente montò sulle spalle dei Giganti.
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In questo pezzo di Mendelssohn il fantastico del romanticismo suona sempre come luminosità naturale e magica irrealtà: questa ouverture leggera e danzante accoglie l’ascoltatore quasi come fosse un invito in un bosco fatato. È certamente d’altro impatto l’attacco della Sinfonia brahmsiana, prologo severo alla monumentale opera, con il suo motivo picchiante ma sempre poggiato su una ricca polifonia di suggestioni armoniche e cromatismi. Il terzo movimento apre uno scorcio più idilliaco, quasi ricollegandosi al momento magico e pastorale dell’inizio del concerto: è un mondo poetico cangiante ma assai classico quello di Brahms, che mai perde di vista i maestri della sua ispirazione anche nel più intimo ripiegamento sulla propria interiorità.
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La scelta dunque di accostare queste due pagine della musica classica in un unico concerto è davvero ricca d’interesse. Era tempo per i due compositori di mettersi in gioco con la scrittura di opere cariche di aspettative; era tempo di avvicinarsi con più forza agli ideali di perfezione perseguiti. L’Orchestra diretta da Pretto pare cogliere questa tensione e farla volare alto, aprendo il sipario della Stagione con delle esecuzioni di altissimo livello.