Santiago Sierra e il senso di colpa generalizzato

E’ stata inaugurata al PAC “Mea Culpa”, la prima grande antologica italiana dedicata ad uno degli artisti più controversi del nostro secolo. Santiago Sierra mette in scena performance che minano le logiche capitalistiche la cui costante è il pagamento dei soggetti coinvolti in azioni al limite dell’etica…

_di Martina Lolli

“10 euro saranno distribuiti alle prime 1.000 persone che parteciperanno a un progetto artistico
Martedì 28 marzo 18:30 – 20:30
Non sono necessari documenti di nessun tipo. Basta mettersi in fila
via Palestro 14 Padiglione d’arte contemporanea”

Così recita il biglietto con cui è stata promossa nel capoluogo lombardo l’adesione a un misterioso progetto artistico, ma il testo è chiaro: la sola presenza verrà retribuita con 10 euro per un totale di 10.000 euro da dividere fra chi ha la briga di presentarsi in quel giorno e in quella fascia oraria al PAC di Milano.

L’appuntamento è lo stesso dell’inaugurazione della personale di Santiago Sierra (Madrid, 1966) intitolata “Mea Culpa”, a cura di Diego Sileo e Lutz Henke. All’ingresso una coda si snoda per tutto il cortile del Padiglione: una serpentina di clochard e mendicanti speranzosi di ottenere quel piccolo aiuto a patto di lasciarsi fotografare.
Riscossa la somma, alcuni di loro entrano incuriositi al PAC per saperne di più sul mittente del foglietto e sul progetto in questione e per scoprire come molte delle opere esposte siano il ritratto della loro realtà, nulla di immaginario, ma un focus sui prodotti – umani e ambientali – di un capitalismo sfrenato.

In tutta la sua ricerca artistica Sierra cerca di distruggere simbolicamente e fisicamente questo termine; nel video “Parola distrutta” (2012) ogni lettera della parola ‘kapitalism’ viene abbattuta, mangiata da maiali, colpita con proiettili, fatta saltare in aria. Le dieci performance (una per ogni lettera), accorpate in unico video, sono state condotte in dieci luoghi diversi utilizzando un materiale significativo dell’economia del luogo con cui l’artista ha costruito il lettering.

Le performance messe in scena da Sierra seguono un modus operandi ben preciso che l’autore testa e sparpaglia in vari contesti: scelti i soggetti, offre loro una retribuzione per eseguire delle mansioni al limite dell’umiliazione come farsi tatuare una linea sulla schiena (“Riga di 160 cm tatuata su 4 persone”, 2000), sostenere un blocco in metallo per riprodurre una moderna crocifissione (“Forma di 600 x 57 x 52 cm costruita per essere sostenuta perpendicolarmente a una parete”, 2016), bloccare il traffico con un camion (“Ostruzione di una superstrada con un camion a rimorchio”, 1998), essere relegati nell’angolo di una stanza (“Donna incappucciata seduta con il viso rivolto verso il muro”, 2003), sodomizzare ed essere sodomizzati (“I penetrati”, 2008).

Nelle opere di Sierra i simboli si stratificano per designare le forme di lavoro offerte oggi e per mettere in luce il crescente sottobosco di emarginati – prostitute, tossicodipendenti, senzatetto, disoccupati, rom – su cui si sostiene l’economia odierna. Sierra offre a questi soggetti un modo per riacquistare un ruolo e una dignità di lavoratori mostrando le antinomie della società, la vuotezza delle convenzioni, la violenza dei compromessi, ma allo stesso tempo sottolineando come, previo pagamento, la questione etica del lavoro rimbalza dal lavoratore al datore.

«Nessuna redenzione, solo una doverosa presa di coscienza forte come un pugno nello stomaco»

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Rappresentate del padiglione spagnolo alla 50^ Biennale di Venezia (2003), Sierra chiude l’ingresso con un muro di mattoni; l’unica entrata è sul retro del padiglione, riservata ai cittadini con passaporto spagnolo. A questo limite di circolazione e accessibilità qualche anno dopo risponde con quella che ha designato come l'”icona del nostro tempo“, il gigantesco NO (NO, Global tour)che per due anni fa il giro del mondo su un camion partendo da Lucca nel luglio del 2009. Lo stesso NO nel 2011 grazie a ‘Image Fulgurator’, una sofisticata tecnologia messa a punto da Julius Von Bismarck, viene proiettato sul capo di Papa Benedetto XVI in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù a Madrid; la proiezione, invisibile a occhio umano, prendeva forma solo negli scatti fotografici realizzati al Papa con il flash.

La mostra al PAC raccoglie opere fotografiche e installazioni supportate da numerosi video documentativi delle azioni più forti realizzate dagli anni Novanta ad oggi, un omaggio a un artista che ha deciso di votare la propria ricerca all’aderenza estrema al proprio tempo e che ha ridonato un’etica alla non-etica di cui ognuno ha la sua parte di colpa. Nessuna redenzione, solo una doverosa presa di coscienza forte come un pugno nello stomaco.

Santiago Sierra | Mea Culpa
a cura di Lutz Henke e Diego Sileo
dal 28 marzo al 4 giugno 2017
PAC – Padiglione d’Arte Contemporanea
via Palestro 14, Milano

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