Eravamo Igort, Nicola Lagioia, David Bowie, Johnny Rotten ed io

L’incontro al Circolo dei lettori tra il direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino Nicola Lagioia e lo “scrittore per immagini” Igort  è stato tutto fuorché una vetrina di canonica promozione, sia per l’ultimo libro dell’autore cagliaritano, sia per il gran galà letterario torinese di maggio. Un botta-e-risposta in free form, in bilico tra ricordi e aneddoti, con lo spirito corrosivo e il ritmo serrato del punk.

_di Lorenzo Giannetti

Nuovo passaggio in città per il fumettista di fama mondiale Igor Tuveri in arte Igort e ulteriore tappa di avvicinamento al Salone Internazionale del Libro di Torino nella cornice del Circolo dei lettori. Dopo i primi due appuntamenti dedicati al Premio Pulitzer Philip Schultz e alla Giornata Mondiale della Poesia, si continua a respirare quell’aria di #primaveratorinese (l’epiteto/hashtag social di questo percorso letterario verso la maratona del Salone 2017) che nella mite serata del 4 aprile si intreccia alla voce di David Bowie.
Infatti le note di Space Oddity risuonano tra le mura di una sala gremita, suggellando l’arrivo sul palco di Lagioia e Igort e omaggiando uno dei numi tutelari della serata. Del resto, nell’attesa, Ziggy Stardust già troneggiava proiettato sullo schermo della Sala Grande del Circolo, ripreso dalla copertina dell’ultimo libro di Igort, “My Generation”: titolo piuttosto evocativo, che vuole essere un po’ il punto di partenza e il filo conduttore del dialogo tra i due autori. Major Tom, siamo pronti al decollo?

Fin dalle prime battute, si intuisce la volontà di creare un’atmosfera goliardica e informale. Inizialmente, Lagioia prova a portare avanti il discorso attraverso la suggestione di alcune parole chiave scritte su grandi fogli di carta, strizzando apertamente l’occhio al videoclip di Bob Dylan “Subterranean Homesick Blues”. Ben presto però si procede a ruota libera, con un vulcanico Igort a ripescare un aneddoto dietro l’altro dal magma ribollente della sua vita.

“My Generation” è proprio questo: un “memoir psichedelico”, un’autobiografia atipica che diventa affresco generazionale, provando a raccontare il caos della controcultura in maniera più simile al collage di una fanzine punk che ad un romanzo canonico.

Le “chicche” incrociate nella bobina dei ricordi di Igort, sono tante, troppe. Schegge di vita vissuta, in prima fila e in presa diretta: da Londra a Bologna, dalle litanie robotiche di Johnny Rotten (“I Sex Pistols ci hanno insegnato che era bello essere dei mostri!”) ai caroselli anarcoidi degli Skiantos, per tornare poi al Duca Bianco di copertina (“Per noi David Bowie era la prova che Dio esisteva ed era sceso sulla Terra!”).

Dalle esperienze professionali/editoriali (il seminale Frigidaire e l’ultima avventura con Coconino) alle dinamiche personali (scuola e viaggi ma anche politica, tra militanza e tragedia, anarchia e disillusione). Nel mezzo una galleria infinita di amici e colleghi di fama internazionale, come Paz e Moebius, vere e proprie “rockstar del fumetto”. Se il titolo del libro richiama il ritornello dei The Who, la colonna sonora dell’opera di Igort potrebbe tranquillamente sfumare nei tre accordi di Richard Hell & The Voidoids (da “My Generation” a “Blank Generation“, insomma).

Nicola Lagioia alle prese con la lettura di “My generation” – via Twitter

Con una verve contagiosa ed una complicità sorniona, Igort e Lagioia chiacchierano come due amici davanti ad una pinta di birra in un pub di Brixton; o di San Salvario. Impossibile arginare questo magma creativo, inutile elencare uno per uno gli aneddoti che vanno a comporre lo zibaldone di ricordi della serata: comprate il libro, per quello. Più interessante isolare un paio di concetti, in un’ottica universale, o quanto meno trans-generazionale.

Quello che contraddistinse la fucina di artisti nati e cresciuti nel marasma della controcultura fu una certa volontà – citando lo stesso Igort – di “dare del tu alle cose“: espressione che condensa in maniera semplicemente sublime il concetto di sentirsi protagonisti di un tessuto sociale in continuo divenire. Lo spirito dissacrante e iconoclasta di quel manipolo di “studentelinquenti” del DAMS che diventarono “fumettisti pronti ad aprire gli angusti confini della vignetta” (e della società) può essere applicato a qualsiasi parabola professionale, in ogni tempo.

“C’era  – e ci deve essere – un sistema di valori condivisi”, per una (gener)azione che si opponga ad un visione rigida, schematica e “totalitaria” della realtà.
Ma occorre imprimere quella ferocia (per citare il Premio Strega di Lagioia) sulle pagine della propria vita, quella voglia di fare le cose, di insistere, di uscire dalla confort zone. Di condividere con curiosità e intraprendenza. Un processo quasi mistico, secondo Igort – che più avanti, del resto, tuonerà così:

«I libri sono oggetti magici, non scatole di cioccolatini»

La stessa ferocia che emerge tra le righe di “My Generation”, nel quale Igort rinuncia al disegno ma non alla ricerca di una sintassi personale: “Diciamo che nella scrittura mi piace un po’ di rock’n’roll”. Altrettanto curioso che, nel momento in cui uno dei top player del fumetto mondiale decide di pubblicare un libro fatto di parole e non di immagini, la “letteratura disegnata” (oggi si dice “graphic novel”) sembri vivere un momento d’oro, registrando un clamoroso +50% negli ultimi 2 anni; attirando un pubblico sempre più vasto e uscendo da un’eclissi durata da troppo tempo.

In questo senso, un segnale importante arriva anche dall’evento sold out di questa sera. Data la viscerale passione per questo universo narrativo dimostrata da “patron” Lagioia (ricordate anche l’incontro con Gipi?), c’è da scommettere che il “racconto per immagini” riuscirà a ritagliarsi lo spazio che merita anche al Salone 2017.
Intanto, fa un strano effetto vedere uno dei pesi massimi del fumetto e uno degli scrittori più in vista degli ultimi anni interfacciarsi in modo così aperto e diretto: un amarcord accorato ma privo di quel senso di stucchevole nostalgia, sagace ed ironico, con tutta la sfrontatezza del punk.

Dopo questa centrifuga di suggestioni emotive e motivazionali, così intensa e illuminante, il fatto che sul finale Igort abbia preferito non sbilanciarsi sul suo futuro dopo la sua rottura con la casa editrice Coconino Press è un dettaglio trascurabile: No Future, right? 

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