Il suono dei Cormorani 

Paolo Spaccamonti e Ramon Moro hanno curato la colonna sonora dell’esordio cinematografico di Fabio Bobbio, intitolato “I Cormorani”, riuscendo a trasfigurare in musica l’atmosfera di incertezza e introspezione che sembra avvolgere le vicende e le immagini del film. 

di Lorenzo Giannetti — Il primo lungometraggio di Fabio Bobbio, accompagnato dalle note del chitarrista Paolo Spaccamonti e del poli-strumentista Ramon Moro, sembra restituire la placida stasi della provincia piemontese più isolazionista ed incontaminata, suggerendo quello spleen tipicamente sabaudo che deve aver plasmato la poetica del giovane regista de “I Cormorani” e dei due musicisti chiamati in causa per la composizione della colonna sonora del film.
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In bilico tra romanzo di formazione e on the road esistenzialista, “I Cormorani” è il racconto di un’estate vissuta con gli occhi dei due giovanissimi protagonisti Samuele e Matteo, alle prese con il rituale del passaggio all’età adulta.
La stagione dell’adolescenza sembra infinita, tra piccole avventure e grandi trasformazioni, forti dubbi e deboli consapevolezze. Il merito di Bobbio, Spaccamonti, Moro e di tutti i collaboratori del film (dalla fotografia di Stefano Giovannini al lavoro di sound design di Gup Alcaro) è sicuramente quello di riuscire a suggerire tutta l’ambiguità e la purezza di quello spicchio di vita controverso, il sentore di travolgente incertezza ed euforica incoscienza di ogni trasformazione. La propulsione e l’attrito dell’esistenza.
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In questo senso, la musica è specchio delle immagini e viceversa ma la colonna sonora di Spaccamonti e Moro brilla di luce propria. Una musica trascendente e impalpabile ma anche epidermica e corposa. Una luce crepuscolare, dai contorni indefiniti, filtrata dai rami della coscienza che prova a sondare. La chitarra disegna le traiettorie, la tromba squarcia l’aria: il proiettile arriva dritto al cuore.
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Come nell’affrontare il baratro del cambiamento e il vortice della vita, occorre prendersi del tempo per galleggiare su queste note e assaporarne le sfumature. Poi aspettare: peculiarità dei cormorani, uccelli che avendo un piumaggio permeabile all’acqua hanno bisogno di passare molte ore al sole per asciugarsi. Prima di spiccare in volo.
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Il disco verrò presentato per la prima dal vivo venerdì 27 gennaio al Superbudda di Torino. 

Abbiamo chiesto a Paolo Spaccamonti e Ramon Moro di raccontarci come sono (in)finiti dentro “I Cormorani”, là dove il Po è un affluente del Mississipi, il Canavese confina col Texas e il post-rock sfocia nel jazz.

Partiamo da una citazione del regista: “Il film non ha una vera e propria sceneggiatura. Volevo rispettare la libertà e l’istinto tipico dei bambini, ho lavorato con loro a un metodo che gli permettesse di interagire in modo naturale con i fattori esterni che intervengono nella storia”: voi invece quanto avete “pianificato” queste composizioni e quanto vi siete affidati all’istinto?

Paolo: “Entrambe le cose direi. Alcuni brani nascono da mie bozze di chitarra che una volta selezionate dal regista sono state sviluppate insieme a Ramon. In altri casi invece ci siamo letteralmente abbandonati alle immagini, improvvisandoci sopra. Il tema del film ad esempio è nato proprio durante una sessione a casa di Fabio”.

Ramon: “La scelta di Fabio infatti è stata geniale e anche noi abbiamo lavorato in questo modo analogo, a volte non pianificare porta a far uscire i sentimenti veri.”

Materialmente come vi siete approcciati alla colonna sonora? Ad esempio avete visionato il film prima (nel caso quanto pensate di esservi lasciati influenzare dalle immagini?) oppure avete lavorato semplicemente su alcuni concetti chiave di comune accordo?

Ramon: “Materialmente, nel vero senso della parola, abbiamo trasportato più volte i nostri strumenti completi di pedaliere e ampli e abbiamo in qualche modo trasformato il salotto del regista in una sorta di house concert, per tre persone, io Paolo e Fabio. Inizialmente lui ci faceva vedere le scene in cui voleva intervenire con la musica e noi viaggiavamo molto liberamente insieme alle immagini. Devo dire che per noi è sempre stato molto semplice e naturale creare musica immediatamente, con veri e propri temi, guardando scene di film, opere d’arte, fotografie, passi di danza, insomma, dialogare naturalmente con ogni forma d’arte.
Abbiamo registrato tutto quello che è nato da quelle magiche atmosfere con un piccolo registratore, poi dopo aver definito i temi e le situazioni siamo entrati in studio al Superbudda e insieme a Gup Alcaro abbiamo messo nero su bianco il tutto.” 

Paolo: “Siamo andati a step. Fabio ci ha introdotti al film poco per volta e solo dopo circa due anni dal primo incontro ‘lavorativo’ abbiamo avuto modo di visionarne il girato. Le immagini sono state fondamentali per la scrittura dei brani, così come in precedenza il soggetto del film e le indicazioni del regista, che ha sempre avuto le idee chiare sul tipo di contributo musicale che ricercava.”

Nel film si “respirano” le atmosfere del canavese piemontese, ovattate in una calma straniante con un tocco noir: quanto c’è del luogo in cui vivete nella vostra musica? E’ totalmente ininfluente o ha un suo ruolo nella vostra poetica?

Paolo: “Tutto ciò che ti circonda è influente quando componi (a volte basta suonare lo stesso brano in stanze diverse per modificarne totalmente l’esecuzione) e di sicuro c’è tanto Piemonte nella nostra musica. Senza contare che Ramon proviene proprio da quelle zone per cui immagino sia stato naturale per lui ‘descriverle’. Sono convinto che la calma straniante di cui parli appartenga molto al suo linguaggio… Ramon è così anche nella vita.”

Ramon: “Ho passato tutta l’infanzia e tutta l’adolescenza pressoché da solo a vagare in bicicletta nelle colline e nei boschi del Canavese e questo mi ha segnato particolarmente, amo starmene in silenzio, guardarmi intorno e viaggiare con la mente, la musica di conseguenza. Nel mio disco in solo che sta per uscire ci sono dei brani di dieci minuti dove apparentemente non accade nulla: che fretta c’è?”

Facciamo però un passo indietro: come avete conosciuto Fabio Bobbio? Ha pensato fin dall’inizio ad un vostro sodalizio o è una cosa che è partita su iniziativa di uno dei due?

Ramon: “Io conosco Fabio da circa vent’anni, abbiamo sempre in qualche modo condiviso tutti i nostri percorsi artistici, lui mi faceva conoscere i suoi lavori ed io gli passavo tutti i miei dischi e le cose nuove legate ad amici e musicisti con cui suonavo, per cui Fabio è sempre stato un grandissimo sostenitore delle nostre produzioni, da tutti i dischi di Paolo ai miei con i 3quietmen, di cui è anche regista del video “the quiet revolution” e del video “Mauriblu”. Ha sempre amato le sonorità ed il sound di Paolo, infatti mi diceva continuamente : “Appena riesco a realizzare il mio primo film voglio che tu e Paolo siate i compositori della colonna sonora”; e così è avvenuto.”

Paolo: “Esatto. Ho conosciuto Fabio tramite Ramon , al tempo abitava ancora a Barcellona. Ha sempre supportato la nostra musica, acquistando i vari dischi e partecipando ai concerti quando si trovava in città. L’idea della colonna sonora in duo è stata sua e risale a molto tempo fa , quando Ramon aveva ancora capelli e baffi corti, la testa nel jazz e non utilizzava amplificatori da 100 watt.”

«Abbiamo formazioni musicali diverse ma condividiamo questo modo di suonare molto lungo, stratificato, noir: quando prendiamo in mano gli strumenti chiudiamo gli occhi ed è come se salissimo su una Mustang e affrontassimo un lungo viaggio nelle desolate campagne americane»

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Illustrazione ad hoc realizzata da Andy McFly

Superbudda e Dunque hanno prodotto il disco e non si tratta di due “etichette” in senso stretto: cosa potete dirci del lavoro svolto con loro? Inoltre siete stati coadiuvati dall’elettronica di Gup Alcaro (legato appunto al collettivo Superbudda): come si è inserito tra le vostre partiture?

Paolo: “E’ stato del tutto naturale rivolgerci a loro. Entrambi desideravano partecipare attivamente alla produzione di un disco per cui quando si è deciso di pubblicare I Cormorani OST sono stati i primi ad essere interpellati. Il Dunque è il bar/locale di Torino che più amiamo ed è gestito da cari amici oltre che appassionati di musica. Stessa cosa per il Superbudda che frequentiamo in veste di musicisti oltre che fruitori di concerti. Per quanto riguarda Gup Alcaro, sia io che Ramon collaboriamo da tempo con lui e questo ci ha permesso di lavorare bene durante le registrazioni, avendo dalla nostra un’intesa oramai collaudata. Gup in studio è un fuoriclasse. Si è inserito nelle partiture da vero e proprio terzo elemento ed il suo contributo – sia nelle parti elettroniche che nella produzione artistica – è stato determinante.”

Ramon: “A noi mica piacciono le cose normali, potevamo avere un’etichetta vera e propria? Sono le cose migliori comunque, persone motivate, questo è necessario per lavorare bene e i ragazzi del Dunque sono splendidi, zero problemi, così come tutti i ragazzi del Superbudda: giovani intraprendenti che faranno grandi cose. Gup è un mago dei suoni, in studio lavorava per ore manipolandoli magicamente; poi si voltava, ci scambiavamo un mezzo sorriso e “save”.

I protagonisti del film sono due e nel film vivono una simbiosi/alchimia molto particolare: che rapporto c’è stato tra voi durante questo lavoro a quattro mani? Avete una formazione abbastanza diversa mi pare, si può dire lo stesso del vostro approccio alla musica? E in ogni caso: cosa sentite di aver imparato l’uno dall’altro?

Ramon: “Beh, io e Paolo abbiamo lavorato insieme moltissime volte in precedenza, io ho suonato in due suoi dischi e ho suonato in parecchi live con la sua band, con Marco Piccirillo e Dario Bruna, in duo poi abbiamo fatto numerosi concerti in tutta Italia, per cui, nonostante fosse parecchio tempo che non lavoravamo insieme, è stato del tutto semplice e naturale affrontare quest’esperienza, anzi avevamo entrambi moltissima voglia di riiniziare a lavorare seriamente insieme.
E’ vero sì, abbiamo formazioni musicali diverse, forse dovute alla natura dello strumento, io ho ascoltato tutto il jazz possibile e immaginabile e pur non avendo mai suonato propriamente jazz sono sempre stato in qualche modo inserito in quest’area, del resto ho suonato con moltissimi musicisti jazz, Paolo arriva da un mondo molto più rock, ma devo dire  che entrambi abbiamo questo modo di suonare molto lungo, molto stratificato, molto noir, quando prendiamo in mano gli strumenti chiudiamo gli occhi ed è come se salissimo su una Mustang e affrontassimo un lungo viaggio nelle desolate campagne americane.
Da Paolo penso di aver imparato a “crederci”, a lavorare in un certo modo molto determinato, legato anche al contorno che sta dietro la musica, io sono poco attento a queste cose, per me la musica vale e finisce nel momento in cui escono le 
note dalla mia tromba, e invece purtroppo non è così. Quello che Paolo abbia imparato o meno da me non lo posso sapere, non ce lo siamo mai detti.”

Paolo: “Con Ramon l’intesa è totale. Ci conosciamo da anni ed abbiamo fatto tantissime cose insieme, nonostante la formazione diversa di cui parli. Siamo entrambi aperti al confronto con linguaggi altri e non ci spaventa metterci in gioco. Oltre a questo ci lega una profonda amicizia che credo si percepisca quando suoniamo insieme. Di Ramon adoro la grazia e la semplicità con cui si inserisce nella musica… l’ho visto suonare in contesti diversissimi ed il suo intervento è sempre stato impeccabile, mai una nota di troppo, mai una nota sbagliata. Ed è riconoscibilissimo, ha una personalità ed un suono unici. Da lui spero di aver imparato a lasciarmi andare senza pensarci troppo, a “chiudere gli occhi” come direbbe lui tenendo sempre a mente che siamo prima di tutto musicisti. E a stare tranquillo, che andrà tutto bene se deve andare. Per un ansioso come me non è da poco averlo vicino: risparmio sui medicinali.”

Ascolta qui l’album per intero:


“I Cormorani” sta collezionando premi e recensioni entusiastiche (ci viene in mente un altro exploit tutto piemontese degli ultimi anni: “E fu sera e fu mattina” di Caruso). Clicca qui per tutti gli aggiornamenti su proiezioni e riconoscimenti del film di Fabio Bobbio.