WayHome: cosa ho imparato da un festival canadese

Uno spazio sconfinato, una località mistica (Oro-Medonte), quattro palchi, circa una 70ina di band e migliaia di persone in coda per una birra a 10$. Ma cosa rende unico un festival in Canada?

di Davide Agazzi  –  Prepararsi ad un festival di tre giorni non è mai cosa semplice. Per quanto uno possa pensare a tutto l’indispensabile per sopravvivere senza lavarsi e senza dilapidare un patrimonio, ci sarà sempre qualcuno con la tenda più grande (è una dura legge che i maschietti conoscono bene). In Canada ho visto camper grandi quanto un normale bilocale nel centro di Torino, borse frigo capaci di resistere alle temperature più estreme, griglie per il barbecue dove ci si potrebbe cucinare un elefante. Ma questo è il Nord America, baby.

Il WayHome è un festival immenso, quasi impossibile da percorrere a piedi, dove per andare da un campeggio all’altro si fa l’autostop.

Una kermesse giovane, anzi giovanissima, giunta quest’anno alla sua seconda edizione, che in poco tempo ha voluto mettersi in pari con le gigantesche realtà americane. L’anno scorso furono Kendrick Lamar e Alt-J a dettare legge sul palco principale, quest’anno era la volta della triade composta da Lcd Soundsystem, Arcade Fire e Killers (ebbene sì), condita da tantissimi nomi “minori”, forse anche più interessanti degli headliners.

Ma è giusto iniziare dai luoghi comuni, ovvero il meteo. Chi pensava che un festival canadese sarebbe stato tutto neve e sciroppo d’acero si sbagliava (noi, ad esempio): al WayHome la temperatura media era di 36 gradi e trovare un filo d’ombra è stata un’impresa quasi impossibile. Motivo per cui la nostra tenda si è trasformata in poco tempo in un claustrofobico forno dall’odore poco piacevole, ricettacolo di malattie perfetto per quel poco cibo che ci si poteva portare dietro con una borsa frigo pagata 2 dollari. Caldo atroce, concerti che iniziavano all’una del pomeriggio: la ricetta per un mal di testa garantito, ogni giorno puntuale verso le 5.

Ma cosa rende unico un festival in Canada? Ad esempio imbattersi in una confraternita di giovani canadesi di origini italiane, che ti offrono della soppressata e ti chiedono se conosci la città di “Abruzzo”.

Oppure l’arcinota e straziante cortesia dei locali: tutti si mettono in coda, sempre, anche quando non sanno il perchè ed esclamano “sorry” anche se si siedono ad un metro di distanza sul prato.

Come NON montare una tenda.

La Musica

Gli Arcade Fire sono una band incredibile. E’ inutile, non possono stare simpatici, hanno la spocchia anche sotto le ginocchia, ma dal vivo sono davvero impeccabili. Uno show mirabolante quello di sabato sera, un set che accontenta tutti, con tanto di coriandoli e fuochi d’artificio nel finale. Che altro dire? Io non mi sono ancora tolto dalla testa Reflektor.
E per fortuna che li etichettano ancora come gruppo indie-rock, nel senso di nicchia musicale. Sabato sera c’erano circa 40.000 persone, uno stadio.

Al Canada gli Arcade Fire, a noi i Modà, che ci vuoi fa’

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Secondo la questura erano 40.000

Venerdì

Procedendo con ordine, bisogna partire dal venerdì, primo giorno di festival. Impeccabili Bombino e Femi Kuti, i due leoni d’Africa chiamati a rappresentare, in modo totalmente diverso, il proprio continente in terra canadese. Il musicista tuareg, adottato spiritualmente in passato dai Black Keys, è ormai un artista maturo, sicuro, sempre molto posato, che ha seguito la scia di Tinariwen e Tamikrest per trovare una propria e inconfondibile vena artistica.
Diametralmente opposto l’approccio di uno dei figli del gigante dell’afrobeat: uno sciamano in preda a continue convulsioni, sollecitato da un corpo di ballo quanto mai succinto e provocante. Intanto, mentre sul palco principale Gary Clark Jr. si confermava come una delle “promesse” più convincenti del blues-rock contemporaneo, veniva diffusa notizia dell’assenza dei Fidlar, tra i più attesi sul piccolo palco allestito all’ombra degli unici alberelli.
Massiccia la performance dei Foals – presi spesso di mira da un fantastico totem con la faccia di Nicolas Cage – poco carismatica invece quella dei Chvrches. Spettacolare invece il gioco di luci e anche la presa sul pubblico dei redivivi Lcd Soundsystem: a differenza di quanto avvenuto in Scozia, al WayHome una folla copiosa (tutti i presenti al festival) ha aspettato di ballare al suono di Daft Punk is playing at my house, omaggiando gli anni 90 e quel suono dance, ma dall’attitudine punk.

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Che cosa sarebbe la nostra vita senza Nicolas Cage?

Ma è inutile sorvolare: la nostra attesa era per un solo uomo, il più cazzone di tutta la baracconata. Sigaretta tra i denti, birra in una mano, whiskey nell’altra, Mac DeMarco si è confermato per quello che è: un gran simpaticone e un interessantissimo artista.
Non solo lui, ma tutta la sua band si è rivelata una fantastica comitiva di intrattenitori: stage diving sulla folla, un ragazzo a caso chiamato dal pubblico e lanciato a fare l’assolo di Ode To Viceroy, prese per il culo, deliri hard-rock con chitarra e basso dietro la schiena, un mare di cazzate (se non lo conoscete, andate a cercarvi Jon Lent, l’ultimo scoppiato che si è unito alla sua band). E dietro questo, un set bellissimo che invitava tutti a cantare (anche senza l’attesissima Blue Boy). Siamo di fronte ai nuovi Elio e Le Storie Tese made in Canada?
Il finale, stremato, del venerdì, è assegnato agli Unknown Mortal Orchestra. Purtroppo per loro, nascere al tempo dei Tame Impala si è rivelata una grossa fregatura.

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Tempi duri in casa Roma: Florenzi in coda per un po’ d’acqua gratis.

Sabato

Dopo un pomeriggio riservato a tante band locali e non (i canadesi non potevano conoscere il nostro astio per i The X Ambassador e per l’insopportabile Renegade, tormentone pubblicitario targato FCA), è stato il turno di Kurt Vile & The Violators. Quante volte abbiamo ascoltato Believe I’m going down e abbiamo goduto tantissimo? Bene, purtroppo il nostro caro capellone statunitense si è rivelato, ancora una volta, un flop in versione live. Troppo timido, ogni tanto impacciato e fuori tempo e con davvero poca empatia con il pubblico. Non sarà un banjo a farci cambiare opinione.
Di tutt’altro spessore gli M83, la chiccosissima band electro-rock francese attesa sul mainstage verso il tardo pomeriggio. Una vera, piccola perla che continua a brillare di luce propria nel panorama contemporaneo. E su Midnight City è scoppiato il delirio, c’è poco da fare.
Depennati dalla nostra lista i Last Shadow Puppets per evidenti problemi di ubiquità e dopo lo strapotere degli Arcade Fire, è stato il momento dell’uomo più desiderato del festival. Barba semilunga, maglietta bianca di H&M e capello unto (“che tanto me le scopo tutte lo stesso”), l’australiano Chet Faker ha sconvolto il cuore delle fanciulle presenti, rinunciando a quell’electro-soul ammaliante in stile James Blake, per dare spazio ad un dancefloor abbastanza ibrido ed incolore. Deluso chi si aspettava almeno il singolone realizzato insieme a Flume, per poco non ci piazzava l’ultima di Gabry Ponte.

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Sbirro chi ascolta gli M83!

Quattro nomi ancora per concludere al meglio il sabato sera. Vince Staples: bene, ma non benissimo. L’atmosfera da festival forse non fa per lui, abbandona il suo spoken word nudo e crudo e si lancia addirittura in una cover dei Major Lazer. Da rivedere in altre sedi.
Da rivedere, ma qui bisognerebbe aprire una parentesi lunga un chilometro, anche i Major Lazer. Dietro lo spettacolo più tamarro e facilone della storia (tutti i membri della crew indossano una maglietta degli adorati Blue Jays di Toronto, sai che novità), con fiammate alte 10 metri, culi, tette e luci di ogni genere, si nasconde un dj set degno di una discoteca di Riccione. Trenta secondi di brani altrui campionati, qualche cazzata al microfono ed un volume decisamente basso, non sono esattamente quello che ci si aspetta da una potenza macina-soldi come l’armata Major Lazer.
Decisamente più sanguigne, ruvide e sincere le Savages, paladine ormai incontrastate di una scena post-punk che le vede feroci protagoniste. In mezzo a tanti suoni “facili” il loro concerto crudo e sudato emerge come una delle note più liete della serata, confermando il gruppo inglese davvero in forma anche dopo il secondo album Adore Life.
A chiudere la serata, intorno alle 2, un’altra donna: il palco di Fka Twigs è un’opera d’arte e le coreografie del corpo di danza altrettanto. Sinuosa, sensuale, decisamente più vigorosa rispetto a quanto sentito su disco, la cantante britannica trasforma il suo trip-hop riflessivo in uno spettacolo sensoriale davvero intrigante.

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Ai festival è vietato fare uso di droghe.

Domenica

L’ultimo giorno inizia nel migliore dei modi: il sole piano piano si affievolisce e le nuvole si impadroniscono del cielo (di notte sarà poi temporale). Mentre i vari campeggi assomigliano sempre più al solito campo profughi, sui palchi del festival si alternano alcune realtà pop-electro-rock che poco stuzzicano la nostra fantasia: Oh Wonder, Borns e Stars funzionano però da ottimi apripista per i concerti del tardo pomeriggio. Da un lato i Beirut, dall’altro i Black Mountain, da Vancouver. Inutile dire che la nostra scelta sia ricaduta sui secondi, freschi freschi del loro ultimo album IV. Il loro concerto è un monolite rock di stampo 70ies, con quei riff sabbathiani e quell’aura mistica che li accerchia da sempre. A gruppi come loro va detto un grazie per non farci sentire troppo il gap generazionale con i nostri genitori. Il filotto revivalista continua con i The Arcs, l’ultima creatura di Dan Auerbach dei Black Keys: se l’album Yours, Dreamily aveva lentamente abbandonato il blues-rock a favore di dolci ballate freak, dal vivo l’impronta originale è indelebile. E se non bastasse, ad aggiungere ulteriore pepe sul palco, Auerbach si presenta accompagnato da tre voci femminili e ben due batterie. Qualcosa di meraviglioso. Il pomeriggio a tinte rock si chiude con la spericolata jam session dei texani White Denim che, partendo dal loro ultimo disco Stiff, strappano tutte le etichette che gli si possano affibbiare e ripercorrono la storia della musica a modo loro. Blues, rock, funk, soul, dentro le loro corde c’è un po’ di tutto e dal vivo si perde la cognizione del tempo.

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L’esperienza più rock del festival: THE COLOSSAL ONION

I numeri sono tutti dalla parte del WayHome, festival dalle dimensioni imponenti che in pochissimo tempo è riuscito a mettersi al passo con i giganti americani, con una line-up di livello mondiale e un intelligente utilizzo delle risorse

Archiviata la parentesi rockettara, sul palco del WayBold sale la danese ed è subito Ibiza: il suo electro-pop danzereccio rinfresca notevolmente la domenica pomeriggio, in particolare quando arriva la super hit Lean On. Il mal di testa svanisce e per poco non parte uno schiuma party che neanche ai tempi del liceo.
A chiudere la tre giorni di Oro-Medonte ci pensano gli inglesini Glass Animals prima (non ci basta più etichettarli come la versione pop degli Alt-J, i ragazzi crescono bene e dal vivo non si risparmiano affatto), e i Killers dopo, sul main stage. Non certo una scelta atipica, anche se onestamente viene difficile capire come la band di Las Vegas riesca ancora oggi a campare dei suoi – discutibili – successi di circa dieci anni fa. Eppure c’era un esercito di persone ad ascoltare il gruppo di Mr.Brightside (non a caso canzone d’apertura in scaletta) e a seguire un concerto invariato nel tempo. Stessi effetti, stessi coriandoli, tutto è rimasto immutato. Piacciano o meno, i numeri non mentono e sono tutti dalla loro.

Ma dopo 4 giorni, zero docce, qualche birra e cipolla di troppo, i numeri in realtà sono tutti dalla parte del WayHome, festival dalle dimensioni imponenti che in pochissimo tempo è riuscito a mettersi al passo con i giganti americani, con una line-up di livello mondiale e un intelligente utilizzo delle risorse. Una manifestazione ben organizzata (nonostante qualche defezione logistica e un caro prezzo davvero proibitivo), un clima rilassato, piacevole e la consapevolezza del domani.

Chapeau.

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Photo by Carolina Marcon