[INTERVISTA] FRNKBRT: la ricerca dell’equilibro tra melodia, ritmica e silenzio

Di Negroni, visioni, gelo e disagio: intervista a FRNKBRT, eclettico producer calabrese – che ci regala anche un mixtape in esclusiva. 

di Annalisa Di Rosa  –  Non è facile inquadrare un producer come FRNKBRT, e non solo per la sua inclinazione a non voler rivelare più di quanto non sia strettamente necessario alla comprensione della sua musica, ma anche e soprattutto per le sue produzioni.  Il suo ultimo lavoro, “Love Your Crossroads” non è quello che si può definire un album immediato, di facile ascolto e fruibilità. E’ piuttosto un viaggio senza mappa in una stanza senza porte: solo apparentemente claustrofobico, in realtà pieno di immagini caleidoscopiche che danzano sui muri in infiniti giochi di luci ed ombre.

Delicato ma con quella punta di inquietante propria delle foto d’epoca sbiadite, ritmico ma silenzioso al punto giusto – con delle pause fragilissime che sembrano lasciar respirare le orecchie – “Love Your Crossroads” probabilmente racconta di due che fanno l’amore in quella stanza senza porte e poi litigano malamente e non possono uscire, eppure, in qualche modo, escono.

Abbiamo intervistato FRNKBRT, cercando di mettere a fuoco l’ottica delle sue produzioni e lui ci ha regalato – parziali – risposte e un mixtape nuovo di zecca lungo 54 minuti, che potrete ascoltare qui in anteprima esclusiva.

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Partiamo dal nome, che ricorda quello di un tuo collega inglese, SBTRKT. Lui dice di averlo scelto perchè non vuole parlare di sé come persona ma preferisce lasciare che la musica parli per lui. E’ cosi anche per te? Cosa significa il tuo nome e perché lo hai sostituito al tuo nome vero?

“SBTRKT è uno di quelli che non seguo molto, in realtà. Posso dirti che levare le vocali fu una trovata di un amico, che in questa sede chiameremo Faiv Dolla. A me andò benissimo perché a quei tempi stavo infognato con MNDSGN e mi piaceva il concetto che si portava dietro quell’intuire un nome soltanto dalle vocali, o almeno provarci finché non ti viene svelato. Mantiene viva la curiosità.

Il nome Frank Brait invece mi è stato “concesso”, diciamo. Frequentavo dei personaggi molto particolari appena trasferito a Roma. Dormivo quasi sempre in questo attico in zona sud, tutto acchittato, molto figo, quadri di Warhol e cose e vicende strane. E una notte, facciamo che ero in dormiveglia, ho iniziato a percepire una voce che mi dettava queste due parole, che poi ho utilizzato per il mio primo ep, “Colder Brait”. Tempo dopo avrei dato un nome a questo freddissimo Brait, ed ecco Frank. Quello che faccio artisticamente è scisso da ciò che rappresenta il mio nome anagrafico. Quello sta bene sui documenti d’identità, la mia arte è merito di un individuo nuovo, nato in quella casa e cresciuto in giro per Roma.

Sul lasciare che la musica parli-per-chi non saprei, dietro ogni progetto musicale c’è un individuo, e se si prescinde da questo non ha senso scegliere la carriera compositiva che porta a pubblicare album e ad esporti in pubblico. Sarebbe più coerente fare il rumorista/sound designer e trattare la materia come lavoro, più che come senso di vita. Personalmente preferisco che la mia arte sia rappresentata dal mio sguardo, dai miei gesti, dai tatuaggi che porto sulla pelle o dalla mia treccia o da un me ubriaco e sfatto che fa fatica a comunicare. Non c’è nulla di speciale in tutto questo, è semplice espressione. Non c’è bisogno di far parlare la musica al posto mio, non è assolutamente scissa da quello che potresti scoprire avendo un rapporto continuato con me. È solo più criptata di un dialogo, e molto più breve anche se più intensa delle parole.”

 

Sappiamo poco di te, se non che hai origini calabresi e poche altre cose. Quando e da cosa è nato Frank Brait?

“Quello prima di Frank Brait è nato in Calabria, luogo in cui ha vissuto per 18 anni. Ha avuto la fortuna di crescere in una famiglia atipica del sud (però ora continuo a raccontare in prima persona altrimenti sembro più dissociato di quanto sono). Mio padre negli anni 90 produceva un gruppo folk-punk molto importante per la scena, e nel frattempo gestiva, insieme ad altri due soci, un service audio/luci (in cui ho lavorato per 9 anni). Sono cresciuto praticamente in una macchina, in giro per la Calabria con mia madre che lo inseguiva ovunque. Ho dormito in qualsiasi custodia di batteria o chitarra in un punto qualsiasi dei palchi su cui lavorava mio padre. Il disagio è parte integrante della mia vita da quando sono nato, in pratica. (Poi però mi dici le altre cose che sai e chi te le ha dette LOL).”

Ho letto che il tuo primo EP, Colder Brait, è nato a partire da un’allucinazione uditiva avuta a seguito di una tua esperienza in una setta mariana. Nel tuo ultimo lavoro invece, Love Your Crossroads, si percepisce quasi la necessità di raccontare e sviscerare una storia intera, piuttosto che un singolo momento. Che racconto è?

“Preferisco non rivelare troppo le dinamiche che hanno dato origine a questo racconto. Facendo un riassunto molto generale: l’album è venuto fuori dalla paura e dall’impotenza, dalla rabbia e dalla tristezza più profonda. Appena composta la prima e l’ultima traccia sono scappato in Toscana per un mese con pochi spicci in tasca. Ho dormito praticamente ovunque, e ho vissuto esperienze incredibili (tra cui la produzione del nuovo album di Alessandro Fiori, Plancton). Quando sono tornato mi son chiuso una settimana e così è uscito fuori LYC. Non mi aspettavo di reagire così a tutto quello che mi era accaduto, e quando il disco è stato masterizzato ho capito che avevo esorcizzato quella sofferenza, che poi in verità era amore assoluto. Ora ci convivo benissimo, quando mi ricapita di ascoltarlo è come se svelassi a me stesso sempre più dinamiche che all’epoca mi erano sfuggite, e questo mi rasserena, perché fa in modo che quei ricordi confluiscano violentemente nella costruzione della mia personalità, impedendomi di adagiarmi sulle “certezze”. “

Tutti i pezzi di Love Your Crossroads sembrano sporcati da una dicotomia sottile, come fosse il filo conduttore del disco: ci sono note delicate di piano e incursioni di batteria (per esempio “Your Blue”), silenzi fragili e voci femminili mixati a suoni più dinamici. Come convivono queste due facce, se vuoi estreme, nella medaglia Frank Brait?

Love Your Crossroads ha segnato un metodo compositivo molto particolare per il mio progetto. Melodia e ritmica convivono equilibrati dai silenzi. Il silenzio è per me la vera composizione. Quando un artista riesce a usufruirne, non solo rispetta se stesso ma anche il dialogo con l’ascoltatore. Intendo la musica appunto come un discorso, e non mi sono mai piaciuti i discorsi senza pause: non danno tempo di elaborare risposte o quanto meno di metabolizzarne i significati. Anche se a volte una sfuriata tutta d’un fiato ci sta.”

 

Anche l’immaginario visivo del disco è molto potente e allo stesso tempo evanescente. Sia l’artwork interno che quello esterno raccontano la storia che ritroviamo poi nei brani. Se dovessi immaginare un posto fisico dove collocare “Your Bra” per esempio, immaginerei proprio la stanza ritratta sulla copertina dell’album. Chi ha curato il lato visivo del tuo lavoro?  Quanto è importante per te unire il “messaggio” sonoro con quello visivo?

“In verità la tua immaginazione si avvicina di molto ai fatti. Il disco nasce e cresce in quella stanza, in cui attualmente vivo e in cui nasce il collettivo di cui mi occupo, Misto Mame. L’artwork esterno è stato curato da Maria Di Stefano, giovane fotografa romana che dopo aver studiato tra Francia e UK ha avuto la fortuna di lavorare per Richard Kern, a New York. Il suo stile è inconfondibile e molto inquietante. Vi invito a seguirla sui social e visitare il suo cargo per capire: http://cargocollective.com/mariadistefano .

L’artwork interno è stato invece curato da Jonathan Tegelaars, artista fiorentino pazzissimo, conosciuto in quel viaggio in Toscana. Le sue suggestioni e la sua arte mi hanno stimolato tanto, e scelsi di coinvolgerlo nel lavoro dopo una lunga chiacchierata su incroci, bivi e musica sperimentale. Ha dato un tocco di “gioia” a LYC con la scelta di quei colori. Mi hai ricordato che forse dovrei pubblicare per intero quell’immagine, sono un mostro.”

Quali sono gli artisti o i pezzi che più hanno influenzato la tua vita e la tua produzione?

“Bene, ora ho l’ansia. Partirei da Sun Araw, Heavy Deeds. Lo scoprii secoli fa, dopo che venne a suonare al Dal Verme, che ora tra l’altro sta passando un momento molto difficile e invito tutti a partecipare ai vari benefit che stanno organizzando in giro per Roma. Non andai al concerto ma il giorno dopo ricordo che mi scaricai tutta la discografia, in attesa di soldi per comprarla (ancora non li ho).  Sicuramente tutto Bad Vibes di Shlohmo, a cui mi sono ispirato per i suoni percussivi più “warm” del mio album.

Poi Lesina, de Il Parto Delle Nuvole Pesanti, il gruppo folk-punk di cui parlavo più sopra. Un legame strettissimo con le mie origini, ma comunque fuori dai limiti che quel posto cerca di mantenere invalicabili.  Louven degli Shipping News, anche se è l’intera discografia di Noble ad avermi condizionato. E ultimo direi proprio La Fabbrica Illuminata, di Luigi Nono, cui m’ispiro principalmente a livello teorico e politico (anche se non troppo).  (ho pensato a questi titoli per un’ora, mi devi due negroni).

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In merito al suo mixtape, “54 min. long”, pubblicato in anteprima esclusiva per OUTsiders webzine , Frank Brait ci racconta che “è un mix che attraversa i miei ascolti principali degli ultimi mesi. Ogni traccia rappresenta l’etichetta che ha prodotto quel progetto oppure, nel caso di OOH-SOUNDS – ARBITRARY e IBEXHOUSE, etichette a cui sono molto affezionato. In questo mix sono presenti delle realtà fondamentali che invito ad approfondire con curiosità e riverenza”. Buon ascolto, dunque.

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Foto credits: Marcello Rotondella