[REPORT + PHOTO] DIIV: touch the sky | Astoria

Tra shoegaze, kraut e pop con la band newyorkese. 

Nei giorni in cui Torino prova a diventare New Orleans, sicuramente riesce a guardare con disinvoltura a New York. Più precisamente a Brooklyn, uno dei cinque distretti della Grande Mela, base dellaCaptured Tracks, etichetta fondata sul finire del 2008 e di cui fanno parte anche i DIIV. A strizzare l’occhio alle sonorità della label americana sono anche gli Yellow Traffic Light, di cui abbiamo parlato tempo fa, a cui è toccato il non semplice compito di aprire la band di Zachary Cole Smith. I giovanissimi torinesi sono in forma, eccome! Tra i pezzi di “Dreamless”, ormai sempre più collaudati, e quelli del nuovo ep in uscita, gli Yellow scuotono il basement con le loro sventagliate shoegaze. Questi ragazzi stanno crescendo sempre meglio, promossi a pieni voti. Facciamo ora però un passo indietro: ore 22.00. Sul divanetto dell’Astoria una coppia carinissima (e distrutta, sembrerebbe) dorme beatamente un sonno profondo: sono loro, sono Zachary e Sky Ferreira! C’è chi li fotografa, c’è chi li osserva e chi prova a far finta di niente, ma una delle coppie più chiacchierate del mondo indie è proprio qui.

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Il giorno prima in quel di Barcellona per il Primavera Festival, la stanchezza è comprensibile. Perciò c’è già chi teme la “sola” d’Oltreoceano: mai pregiudizio fu più sbagliato. Lo si capisce già dal soundcheck: nelle casse del basement parte “Hallogallo” dei Neu!, manifesto del kraut tedesco, e i DIIV testano i ferri del mestiere infilandosi di tanto in tanto nelle note del capolavoro teutonico. Breve ricognizione nel backstage, le luci si spengono e risalgono sul palco. Cappellino da giovane marmotta a là Kurt Cobain e maglietta di Mickey Mouse, Zachary dà il via al live con due brani dal nuovo disco in uscita “Is The Is Are”, per poi partire con i pezzi dell’esordio “Oshin”: “Druun” dà la carica giusta, e il pogo da timido diventa insistente. Di poche parole, i DIIV vanno dritti alla meta: il loro jangle pop centrifugato dai ritmi incessanti della batteria di Colby Hewitt e ipnotizzato dai riverberi chitarristici di Smith fa breccia su un basement strapieno. Gli echi di “Past Lives” e “How Long Have You Known”, tra i migliori episodi di “Oshin”, sono un trip micidiale di malinconico post punk e dream pop, da cui ci si risveglia solo grazie alle linee di basso di “Doused”. Il cappello cade per terra e la bionda chioma fluente di Smith svolazza via. Tutto sembra finito, ma c’è spazio ancora per un encore richiestissimo. Saluti, ringraziamenti e applausi. Usciamo tutti fuori e nel trambusto di San Salvario si sentono “c” aspirate e idiomi teutonici: per il live dei DIIV sono arrivati fan da Firenze e addirittura dall’Austria. L’Astoria non sbaglia un colpo.

Gallery fotografica e ritratti a cura di Serena Gramaglia

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