[INTERVISTA] Mc Gaza: hip hop e macerie

Vi presentiamo uno dei rapper palestinesi più in vista del momento. 

Senza soffermarsi sulla impietosa scena politica che interessa da tantissimi anni la Palestina e Israele, vogliamo puntare l’attenzione su un fenomeno che negli ultimi anni sta muovendo i giovani gazawi. La voglia di libertà e di espressione sta facendo fiorire gruppi musicali a iosa: i giovani gazawi non suonano né l’oud né  la darbuka, i giovani gazawi rappano. Molti giovani palestinesi scelgono di gridare al mondo la propria voglia di libertà in rima. La critica ha definito questo movimento “Intifada hip hop”. Grazie ad un progetto di scambio interculturale portato avanti  dall’Associazione Nazionale Filmaker e Videomaker Italiani abbiamo intervistato il rapper Mc Gaza e il videomaker italiano Valerio Nicolosi, che per l’mc palestinese ha girato il videoclip di “My Extraordinary Homeland”, tentando di capire qualcosa in più sulla situazione sulla Striscia. Hip hop, macerie… e non solo.

Hai scelto di chiamarti proprio Mc Gaza,  c’è una motivazione in particolare?

“Ho un proposito ben preciso: voglio far vedere Gaza al mondo tramite la mia musica, è per questo che ho deciso di chiamarmi così. Volevo mettere ben in chiaro la mia prerogativa”.

Come hai iniziato a fare musica e perchè hai deciso proprio di rappare, riprendendo una cultura che nasce dall’altra parte del mondo?

“Ho iniziato perché desidero dire quello che voglio al popolo, senza alcun timore. Penso che la mia musica e il mio modo di parlare della Palestina e di quello che viviamo qui sia il miglior veicolo per far capire meglio la situazione che affrontiamo giornalmente. Ho iniziato nel 2005 quando avevo 13 anni suonando ovunque possibile: università, alberghi, manifestazioni e addirittura alla festa dedicata ai bambini delle donne che fanno le pulizie nelle strade. Il rap raggiunge anche le persone che non sanno nulla di musica attraverso la parola, i testi, il messaggio veicolato in maniera diretta”.

La situazione di Gaza è più o meno nota al mondo. Non avete un cinema né tanti punti di ritrovo, non avete corrente per buona parte della giornata: come vive un giovane gazawi?

“Ci sono molte cose di cui abbiamo bisogno qui a Gaza che sono più necessarie di un punto di ritrovo. La vita dei giovani gazawi non è certo uguale a quella dei ragazzi europei per ovvie ragioni. Nonostante le difficoltà però, vediamo gli amici, usciamo, riusciamo a navigare in Internet, andiamo in palestra e all’università”.

Le tue basi sono piene di campionamenti che ricordano la musica tradizionale araba. Qual è il tuo rapporto con “le radici”?

“Se devo cambiare la mia musica o il look perché la gente lo vuole è la cosa peggiore che possa fare  per la musica. Il mio successo, il nostro successo, deriva dal fatto che siamo umili e facciamo musica forte, senza dimenticare da dove veniamo. Diversamente sarebbe come avere delle radici che non riescono a succhiare linfa vitale. Le radici di ognuno sono importanti e devono essere mantenute”.

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Mc Gaza

In Palestina il rap si è affermato come nuova forma di espressione e ribellione giovanile. Come è stato recepito questo fenomeno dai combattenti gazawi? Ti sei mai scontrato con la censura?

“La libertà di espressione non è totale, ci sono numerose difficoltà perché l’opinione pubblica spesso ostacola i nostri pensieri. Io dico sempre quello che penso ma è capitato di vedermi annullare un concerto senza un motivo reale”.

Come vai alla ricerca di nuova musica? Cosa ascolti? C’è un artista in particolare al quale ti ispiri?

“In generale, qui, il canale più utilizzato per ascoltare musica nuova e vecchia è Youtube. Io adoroEminem, penso sia il migliore per flow e rime. Spero un giorno di diventare come lui.”

Nel tuo ultimo videoclip, girato da un videomaker Italiano, Valerio Nicolosi,  insieme alle immagini di una Gaza distrutta ci sono quelle della Gaza “normale”, viva. Il concept è legato alla pratica del parkour. I protagonisti saltano e fanno acrobazie tra le macerie. Qual è il messaggio positivo che vuoi trasmetterci?  Trasformare le barriere in appigli per oltrepassarle?

“Nel video di “My Extraordinary Homeland”,  l’idea è quella di raccontare attraverso il rap e il parkour che si può vivere anche in mezzo a tutte queste sofferenze. La Palestina è un bel paese con gente normale. Pensi che a chi vive qui gli piaccia morire o vivere questa vita? Voglio condividere con tutti come sia possibile fare musica e sport “occidentali” alla nostra maniera. Voglio dimostrare a tutto il mondo che Gaza resiste”.

Qual è il rapporto con gli artisti israeliani?  La musica riesce a superare le barriere tra questi due popoli?

“Non crederò alla pace fino a che il 100% della sabbia palestinese non sarà palestinese. Non deve rimanerne fuori nemmeno un centimetro. Non credo a nulla che sia chiamato Israele. Una nazione terrorista che uccide il mio popolo ogni giorno. Come posso credere a  qualcuno senza una storia passata, come posso fare musica con qualcuno che uccide e fa soffrire il mio paese da più di 67 anni? Dal mio punto di vista, la verità un giorno sarà visibile e tutti gli occidentali capiranno. Non capisco come fa il resto del mondo a stare zitto vedendo quello che succede qui”.

Suonare live a Gaza: quali sono le difficoltà oggettive?

“Se dovessi spiegare le difficoltà oggettive mi servirebbe un giornale intero e non un’intervista. Posso solo dirti che purtroppo non esistono situazioni serali e notturne di entertainment. Niente movida, insomma.”

Hai conosciuto Vittorio Arrigoni?  Che ricordo hai di lui?

“Vittorio l’ho incontrato in molti posti, era una persona gentile. Abbiamo un profondo rispetto per tutto quello che ha fatto per noi. Gaza non lo dimenticherà mai.”

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Abbiamo fatto anche qualche domanda anche a Valerio Nicolosi, il videomaker romano che ha girato il videoclip di “My Extraordinary Homeland”  di  Mc Gaza, per farci raccontare la sua esperienza e per capire come è nata l’idea di raccontare Gaza in questo modo.

Entrare nella Striscia di Gaza se non ci sono motivazioni particolari è pressoché impossibile. I controlli della polizia israeliana sono tanti e pesanti. Una volta dentro, qual è l’impatto?

“Quando arrivi nella Striscia pensi che sia tutto distrutto, che sia tutto bombardato. Invece, a parte il primo bruttissimo impatto con il il valico militare israeliano di Erez, dentro la Striscia non c’è solo morte e distruzione e io mi sono trovato molto bene con il popolo palestinese. Mi hanno accolto come uno di loro”.

Sei partito dall’ Italia per portare avanti un progetto di scambio interculturale con il Centro “Vik” che si trova a Gaza, con l’ Associazione Filmaker e Videomaker Italiani e l’ Università di Gaza. Terminato il progetto hai scelto di fermarti per seguirne uno personale. Come sei venuto in contatto con la scena rap palestinese e con Mc Gaza?

“Cercavo un rapper di Gaza che raccontasse il popolo palestinese attraverso le sue canzoni, volevo girare un videoclip che raccontasse la Striscia. Così amici in comune ci hanno presentati e abbiamo deciso da subito che avremmo girato il video”.

Gaza è sinonimo di terrorismo, guerra e morte o almeno è così che generalmente viene presentata al mondo dai mass media. Nel tuo videoclip di “My Extraordinary homeland” c’è al contrario la volontà di raccontare un’altra Gaza. Come nasce e si sviluppa il video?

“Ho un’”arma” in mano: la mia telecamera. E la posso usare per raccontare ciò che vedo. A Gaza ho visto la vita normale di una città araba, ho vissuto l’università, le strade, il porto. Poi ho visto anche le zone bombardate da Israele, le case distrutte, i quartieri rasi al suolo. Ho voluto semplicemente raccontare che esiste una dualità”.

Realizzare un videoclip non è cosa semplice, dietro il prodotto finito c’è un lavoro enorme: lo studio delle luci, dell’ambiente, della fotografia e della scenografia per rendere al meglio il testo in immagini. Quali difficoltà hai dovuto affrontare per realizzarlo?

“Di solito giro video musicali in Italia dove conosco già gli ambienti e basta un sopralluogo per capire come e dove girare. Quando cammini tra le macerie di Shejaiya è  tutto così assurdo e surreale che capire dove girare e come raccontare la tua “storia” non è cosa semplice. Su questo ho lavorato per 4 giorni prima di iniziare le riprese, soprattutto perché è un videoclip “narrativo” e ha più o meno l’approccio di un documentario”.

Perché la scelta di un videoclip a fronte di un documentario? Pensi che in qualche modo la musica possa arrivare in maniera più diretta?

“Fare un documentario è una cosa seria e richiede tempo. In passato ne ho girati alcuni tra il Mediterraneo e il Centro America ma in questo caso non avevo la testa nè tempo per girare un documentario. In più c’è l’umiltà di dire: “Io non conosco bene Gaza, a differenza di tanti colleghi” quindi credo che chi conosca meglio la realtà la possa raccontare in modo più approfondito. A tal proposito vorrei ricordare Simone Camilli, un collega, morto a Gaza appena 6 mesi fa. Conosceva quella realtà e l’ha raccontata davvero bene nel suo documentario “About Gaza”.

Il fattore umano per te è molto importante: cosa ti rimane di  questo viaggio? Quali sono state le difficoltà giornaliere?

“Il ricordo che ho della Striscia di Gaza è quello di una terra bellissima, di un popolo accogliente e combattivo. Resistono quotidianamente all’occupazione militare israeliana. Penso ai pescatori costretti a pescare entro sei miglia dalla costa e comunque sempre sotto tiro delle motovedette militari. Nonostante tutto questo continuano a lavorare, non hanno altre soluzioni. Le sei ore di corrente giornaliera per me erano comunque un privilegio rispetto alle quattro dei gazawi”.

Dal tuo viaggio è nato un diario giornaliero che hai condiviso attraverso la pagina dell’ Associazione Filmaker e Videomaker Italiani. Presto questo diario sarà un libro. Hai altri progetti legati alla Palestina?

“Con l’Associazione Nnazionale Filmaker stiamo portando avanti un gemellaggio con l’università Al Aqsa e il centro di scambio Italia – Gaza “Vik”. L’idea è quella di tornare all’università per tenere corsi della durata di un mese che formino dei filmaker a Gaza. Il libro serve per finanziare questo progetto”.

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Fermo immagine mozzafiato dal set del video di “My extraordinary homeland” diretto da Valerio Nicolosi- foto di Cristina Mastrandrea

 

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ENGLISH VERSION 

Let’s put aside for a moment the tragic political and humanitarian scene that has plagued for years Palestine and Israel.  Let’s concentrate instead on a peculiar movement that during the last few years has interested young musicians from the Gaza strip. Their deep desire for freedom and self-expression is giving life to a huge number of musical groups: they don’t play “oud” or “darbuka”, they rap. Many young Palestinians choose to shout out their desire for freedom in rhyme. Critics have called this movement “Intifada hip hop.” Thanks to an intercultural EXCHANGE project realized by the National Italian Filmmakers and Video makers, we interviewed the rapper Mc Gaza and the Italian video maker Valerio Nicolosi, who directed the video “My Extraordinary Homeland” in collaboration with Mc Gaza. The video is about hip pop and beyond… it gives an insight about the situation in the Gaza Strip.

What is the reason why you decided to name yourself Mc Gaza?

I had a very specific purpose: I wanted the world to see Gaza through my music. “Mc Gaza” makes clear what my prerogatives are.

How did you start making music and why did you decide to rap, using a musical genre that was born on the other side of the world?

I started because I wanted to communicate my thoughts to people without any restraint. I think that what I say about Palestine and how I say it in my music is the best vehicle to better understand the difficult situation we face daily. I started in 2005 when I was 13, playing wherever was possible: universities, hotels, events. I even played at the party organized for the children of the woman streets CLEANERS.Rap reaches anyone, even those who know nothing about music. In Rap the lyrics send a direct and clear message to people through music.

The situation in Gaza is more or less known to the world. You don’t have a cinema or many meeting places; you don’t have power for most of the day, do you? How do you actually live in Gaza?

Among all the things we need here in Gaza, the meeting places are for sure the less important ones.  Our children have a completely different lifestyle compared to the European children for obvious reasons. Despite the difficulties, however, we see friends, we go out, we surf on Internet and go to the gym and attend universities.

 The basics of your music are clearly influenced by traditional Arab music. What is the relationship with your “roots “?

I won’t change my music or look because people want me to do so: this will kill my music. My success, our success, comes from our humble beginnings.  We speak up loud with our music. Our roots are important and define what we are and where we come from. They are our primary source of inspiration and the lifeblood of our music.

 In Palestine rap has emerged as a new form of expression and rebellion among young people. How has rap been received by Gaza’s fighters? Has your music ever been censored?

Unfortunately there’s no complete freedom of expression. There’s some kind of obstructionism sometimes. Once for example one of my concerts has been cancelled for no reason.

How do you look for a new sound? What do you listen to? Is there any artist inspiring you?

The best and most-used channel here to listen to the new and old music is YouTube. I personally love Eminem; I think he is the best in terms of flow and rhymes. I hope to be like him someday.

Your latest video, directed by the Italian video maker Valerio Nicolosi, pictures an “ordinary-life” kind of Gaza along with a “destroyed” Gaza. A concept related to the practice of parkour. The characters jump acrobatically among the rubbleWhat is the positive message that you want to send?  Are you metaphorically implying that the barriers might be a hurdle but at the same time a trampoline to overcome the difficulties?

The idea behind the video “My Extraordinary Homeland” is to tell that you can live in the midst of all these sufferings. Palestine is a beautiful country with normal people. Do you think that the people living here want to die and have such a kind of life? I want to SHARE with everyone how to make Western type of music and sports our own way. I want to prove the world that Gaza resists”.

 What is the relationship with the Israeli artists?  Does music overcome the barriers between the two peoples?

I will believe in peace when 100% of Palestinian sand goes back to Palestine. Not an inch less. I do not believe in anything that is called Israel, a terrorist Nation that kills my people every day. How can I believe in a Nation without history, how can I make music with someone who has been killing and hurting my country for over 67 years? From my point of view, the truth will be visible one day and crystal clear to all the Western countries. I do not understand how the rest of world can stay silent after all that happened and still happens every day. “

What are the objective difficulties of playing live in Gaza?

If I had to explain the objective difficulties I would need an entire newspaper, not an interview. Let me just tell you that unfortunately there are no evening and night entertainment places here. No nightlife at all.

 Did you meet Vittorio Arrigoni? What memories do you have of him?

I met Vittorio in many places. He is a very kind person. We have a profound respect for all he has done for us. Gaza will never forget him.

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We also interviewed Valerio Nicolosi, the Roman videomaker who shot Mc Gaza’s video “My Extraordinary Homeland”. He SHARED his experience and explained where the idea of representing Gaza this way came from.

Entering into Gaza Strip is almost impossible. Israeli police performs long and extensive controls. Once inside, what is the impact?

When you get into the Strip you think everything is destroyed and bombed. However, after the first impact with the ugly Israeli military check point in Erez, there is no only death and destruction inside the Strip as you might think. I found myself at ease among Palestinians. I was treated and I felt like one of them.

You initially went to Palestine to finalize a cultural EXCHANGE project between the Centre “Vik” located in Gaza, the Italian Association of Filmmakers and Videomakers, and the University of Gaza. When the project was finalized you decided to proceed with a brand-new project of your own. How did you get in contact with the Palestinian rap underground and Mc Gaza?

I was looking for a rapper from Gaza to tell about the Palestinian people through his songs; I wanted to make a video that tells about the Gaza Strip. Well, we have been introduced by mutual friends and we decided shortly after that we would have shot the video.

Gaza is synonymous of terrorism, war and death: at least this is how it usually is portrayed by the media. Your video “My Extraordinary homeland” is intended to describe a different Gaza.  How does the video start and progress?

I have a secret weapon in my hand: my camera. I use it to tell what I see. In Gaza I saw the ordinary lifestyle of a common Arab city: I saw universities, streets and the port. I also saw areas bombed out by Israeli army, houses destroyed, neighbourhoods wiped out. I wanted to tell about this duality.

Making a video isn’t easy. Behind the finished product there is a huge job: lights setting, ambience, photography and scenography have to be carefully studied to make the most out of the images. What difficulties did you face to make it?

Usually I shot musical videos in Italy where I already know the scene and I all I need is a walk around to figure out how and where to film. When you walk through the rubble of Shejaiya it’s all so absurd and surreal that it is difficult to figure out the right location to shot. I spent 4 days planning the video before filming it, mainly because the video was intended to be “narrative“with a documentary-kind-of approach.

So why didn’t you go for a documentary directly instead of a musical video? Did you think the message was more direct through music?

Documentary is serious stuff and requires time. In the past I have filmed some ones in the Mediterranean region and in Central America.  However, in this occasion I didn’t have the right mind-set and time to make a documentary.  In addition I am honest enough to admit that I do not know Gaza so well, unlike many other colleagues of mine.  I believe it should be up to those who know the situation better to tell about Gaza in details. In this regard I would like to recall the memory of Simone Camilli, a colleague of mine, who died in Gaza six months ago. He knew Gaza inside out and told its story magnificently in the documentary “About Gaza”.

Having a human touch is very important for you. What is it left out of this trip? What were the daily challenges?

I have memories of a beautiful land, friendly but combative people. They resist daily to the Israeli military occupation. I think about the fishermen who are forced to catch no more than six miles away from the coast and they are always at gunpoint by Israeli military ships. Despite this they keep on working, they have no other options. I had six hours of power daily, a privilege compared to the four hours that Gazawi people have”.

The result of your experience in Gaza is a diary that you shared on the webpage of the Italian Association Filmmakers and Videomakers. Soon this diary will be a book. Do you have other projects related to Palestine?

The Filmmakers Association is realizing a partnership with the Al Aqsa University in collaboration with the exchange centre “Vik ” for Italy and Gaza. The idea is to sponsor monthly classes to train Gazawi filmmakers. The book profits will finance this project.

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