Larry Levan e il Paradise Garage: music without borders

A detta di Mel Cheren della West End Records Larry Levan era capace di prendere più di 2000 persone e farle sentire come se fossero ad una festa in casa: “Era quella la sua magia”. Rievochiamo la storia di Larry Levan, considerato da molti il più grande dj di tutti i tempi.

di Luca Morazzini  –  In “Last Night a DJ Saved My Life” Bill Brewster e Frank Broughton si lanciano in un grandioso lavoro di emancipazione assoluta per quella che è ed è stata la figura del DJ. La sua centenaria storia di sciamanesimo danzante e la sua forza comunicativa di accentramento di masse schiave della musica del corpo, è per lo più una storia nella storia, è un vicolo che si dirama in autostrade di vita e assoli trasversali.

Dalla nascita della radio ai primi spot itineranti la figura del Dj ha sempre brillato più per luce riflessa che propria e ha visto nel corso degli anni un evoluzione da semplice “cameriere musicale” a vero e proprio apparato creativo catalizzante.

In questa lunga narrazione c’è un periodo conosciuto come Disco che verso fine Anni 60 ha accompagnato la seconda parte della disillusione del Vietnam, la parte più omosessuale e free form ma soprattutto ha messo le basi praticamente per tutti i generi successivi dalla House alla Tecnho dalla Garage all’ Hip Hop.

La storia di Larry Levan e del Paradise Garage è scritta nelle righe degli antefatti che hanno preceduto l’avvento della Garage, un genere che prende il nome dallo stesso locale dove veniva suonata e che prende la faccia dello stesso tipo che è da molti considerato il più grande Dj di tutti i tempi.

Ad ogni modo con la fine della Summer of Love alle porte, e con essa i suoi esperimenti fatti di Acid Test e festival aggregatori, le masse avevano bisogno di nuovi centri di impiego per le proprie elucubrazioni morali. New York fu la mecca di tutto ciò e alla domanda su come poter sopravvivere al substrato di cenere urbano fu data come risposta quella dell’underground, quella dei Club.

I Club esistevano già da tempo, li avevano inventati a Parigi, e avevano tutti in comune delle quote associative e gli ingressi riservati. Quelli che nacquero a New York verso la fine degli anni 60 erano diversi ed erano figli della rivolta dello Stonewall.

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In una sera estiva del 69’ nel Village la polizia fece irruzione nella culla omosessuale della città che stava piangendo la dipartita di Judy Garland, un’icona al tempo. Quella sera gettò le basi per la nascita deigay pride e più in generale fece prendere coscienza alla città che qualcosa si stava muovendo. Le radici di quello che stava succedendo a dispetto di quanto si pensi oggi aveva delle solide basi underground: club come il Sanctuary per quanto rinomato per essere una specie di anti-inferno collaudato erano nati come centri di incontro per omosessuali della middle class che avevano la possibilità dopo anni di restrizioni civili di poter essere liberi. Il resident del Sanctuary era un tale di nome Francis Grasso ed era etero. Passava le sue giornate a cercare dischi rari da suonare durante i suoi set, sarà colui che non solo cambierà le regole del Djing ma che le metterà proprio per iscritto. Oltre ad una grande passione per le droghe come il Queelude infatti Dj Francis aveva sperimentato le prime tecniche di mixing e non solo, aveva messo le basi del Beat-mixing e dello slip-cue dando al Dj un bagaglio tecnico tale da farlo diventare una figura professionale ormai riconosciuta dalla stragrande maggioranza dello stardom.

Una grande orgia con 3500 watt di potenza

In quegli anni Larry Levan muoveva i primi passi con l’amico Frankie Knuckles nei gay bar della zona del Village e fu lì che entrò in contatto con figure come David Mancuso e Nicky Siano. In molte interviste Levan sostenne che quello che era lo doveva alla Disco e alle serate trascorse al Loft.

Il Loft era la casa di David Mancuso ed era anche il luogo che la sera si trasformava in un vero e proprio club di cui Mancuso era ovviamente anche resident. La peculiarità del Loft era il fatto che fosse un ambiente relativamente piccolo in cui potevi sentirti veramente come a casa. Non prevedeva delle quote associative e potevi metterci piede solamente su invito. La cosa più rivoluzionaria del posto – e che segnò Levan nel profondo – era però lo stesso David Mancuso.

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Mancuso creò un luogo dove la musica era il predicato di amore e uguaglianza, dove la sua spasmodica ricerca di dischi aveva portato a dei set che nonostante non brillassero per tecnica di mixing riuscivano a trasmettere la sua emotività, a raccontare la storia che voleva farti sentire. Il Loft inoltre era famoso anche per il suo sound system eccelso, costruito artigianalmente da un certo Alex Rosner. Si era trasferito in America negli anni 60 ed aveva costruito per Francis Grasso una prima forma rudimentale di mixer. Tra le altre cose era anche tra i bambini salvati dall’Olocausto grazie ad Arthur Schindler, quindi un po’ era anche merito suo se Dj Francis poteva fare i suoi phasing e se il Loft aveva un sound system invidiabile da qualsiasi discoteca moderna. Il locale comunque dopo un periodo di prova iniziò a ad essere sulla bocca di tutti, persino Dj Francis fu invitato una sera e fu lui a dare a Mancuso delle dritte per migliorare i suoi set. C’era persino Divine tra i guest ricorrenti e le canzoni che andavano per la maggiore erano “Soul Makossa” di Manu Dibango e “The Mexican” dei Babe Ruth. Il Loft fu la scuola oltre che di Larry Levan anche di Nicky Siano che portò lo stesso Levan al suo Gallery, in pratica il prototipo delle discoteche moderne, l’anfiteatro della Disco in città, per molti la riproposizione del Loft su 3600 metri quadrati. Al Gallery Siano diffuse il messaggio, e la sua portata era ovviamente quella dell’amore.

Ecco un esempio di good vibes from the Loft:

Ma l’amore per cosa? Non di certo per i soldi, erano ancora lontani i tempi dei record pool e delle Major e la Disco era ancora un universo incontaminato e autoreferenziale. Non era neanche solamente l’amore per la musica perché Siano in quanto Dj sapeva benissimo che quello che faceva era un servizio. Si metteva al servizio dei vampiri della dance floor e dava loro in pasto le vibrazioni del suo sound system.

L’amore era la devozione che aveva per il suo lavoro, c’era la fase celebrale in cui il Beat ti raggiungeva senza soluzione di continuità e poi c’era la fase in cui non potevi fare a meno di muovere il culo. Era musica per il corpo e anche di questo Levan era consapevole. 

Dopo l’esperienza al Gallery Levan iniziò la sua carriera al Continental Bhats da prima come tecnico delle luci e poi finalmente come resident. Il Baths era un centro benessere per omosessuali, con bagno turco piscine e appartamenti privati e in più era ovviamente una discoteca di successo. Siano la descrive come una grande orgia con 3500 watt di potenza.

La scena in quegli anni era dominata oltre che da Francis Grasso e i suoi adepti anche da Walter Gibson e come ogni avanguardia era portata avanti da etichette indipendenti che vedevano nel Dj il perfetto ruolo di diffusore per la distribuzione. I club gay erano delle istituzioni, ed erano frequentati anche da etero, la rivoluzione stava lasciando la sua culla e stava diventando virale.

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La svolta che fece entrare in gioco le Major ci fu con la nascita dei remix

Tom Moulton fu l’artefice di questa rivoluzione, da prima iniziò con re-edit di tracce che allungava con copia e incolla su nastro, l’effetto che voleva era quello di far durare un groove più allungo possibile  per spaccare la pista, e poi si  dette a mix più elaborati. Con il remix invece si passava a creare una nuova versione del brano partendo dalla registrazione originale multi traccia. Il risultato fu la creazione di brani che entravano settimanalmente nella HOT 100 di Billboard a discapito degli originali. Celebre fu il remix di “Love is the Message” dei MFSB di Danny Krivit dopo che anche Moulton ci aveva messo le mani.

Fu così che i Dj iniziarono ad avere una forza promozionale sui singoli che mettevano durante i loro set, chi andava al Gallery o al Saint il giorno dopo andava nei negozi di dischi a comprare l’ultima perla della serata passata, e ovviamente comprava il remix. Fu per questo che nacquero i Record Pool ovvero delle associazioni di Dj che instauravano dei canali preferenziali con le case discografiche. Un dare-avere che saturò il mercato fino all’osso, fino all’esplosione della Disco.

Poi uscì nei cinema la Febbre del Sabato Sera e la Disco diventò il fantasma di se stessa, la maggior parte delle uscite erano robaccia in confronto alle perle che scovava David Mancuso o ai dischi che metteva Francis Grasso e l’AIDS fece il resto distruggendo l’equilibrio che si era eretto dall’underground fino ai club del Jet Set di Manhattan dalla Est alla West coast.

Fu qui che un sedicente giovane ed omosessuale di nome Larry Levan iniziò a riscrivere i protocolli e a dare nuove idolatrie a cui essere adepti. Il cadavere della Disco – prima amata e poi odiata – se ne stava lì davanti a tutti: si erano formati addirittura movimenti come ”Disco Sucks” in cui si faceva la guerra alle “checche” e alla loro malattia.

Poco a poco la scena però iniziò ad irradiarsi di nuova linfa underground, a Chicago nacque l’House portata avanti dall’amico di Levan Frankie Knuckles mentre a Detroit nacque la Techno.

Il primo remix della Storia a diventare virale? 

Paradise City 

I primi semi della Garage invece furono piantati in New Jersey, apostrofata inizialmente come “Jersey sound”, dalla mente di Tony Humphries. Era una miscela di soul e gospel direttamente dalla Disco. Per quanto riguarda Levan invece dopo l’esperienza al Baths si trasferì al Soho Place prima e al Readle Street poi, e fu proprio qui che iniziò a farsi notare. Il locale era nato dall’idealismo di David Mancuso e del Loft a cavallo del movimento per i diritti gay e l’avvento dell’AIDS ed era famoso oltre che per la sua musica anche per il punch corretto.

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Dopo la sua chiusura nel 76’ si aprirono le porte del Paradise Garage il locale che consacrò Levan come nuovo dio delle piastre. Sempre sullo stile del Loft il Paradise aveva ricreato un piccolo mondo privato basato sull’ethos della disco. Dopo che avevi percorso le scalinata buia disseminata di luci impercettibili ti ritrovavi di fronte ad un bar che non vendeva alcolici, come nella tradizione dei juice bar, da lì potevi gettare un’occhiata sulla cabina del dj, grossa praticamente quanto il Loft, e la sala da ballo, il tutto decorato da enormi murales. Era situato in un vecchio garage e ovviamente era la trasposizione in alta fedeltà di tutte le vecchi esperienze di Levan a partire da Mancuso.

Anche Levan non era un tecnico come Francis Grasso, ma come Mancuso riusciva a creare nei suoi mix una tensione emotiva impeccabile. Era un maniaco del controllo e allo stesso tempo trasmetteva un aura di forte drammaticità, era un Dj umorale e chi era in pista lo percepiva. Nel 1979 e nel 1980 il Paradise fu votato dalla Billboard Disco Convention come miglior locale e miglior sound system. Larry Levan ormai aveva consolidato il suo ruolo da produttore, remixer e figura promozionale delle case discografiche. Aveva stretto un forte rapporto con Frankie Crocker della “Wbls” e anche grazie al suo frequente passaggio in radio Levan aveva acquisito notorietà. Arthur Baker, un dj radiofonico della città, portò a Levan per farlo mettere su durante un set “Walking on Sunshine” dei Rocker’s Revenge e il giorno dopo era già sulle frequenze di Wbls.

La sua musica non aveva confini, fu questa la sua vera rivoluzione

Dimostrò che si poteva creare musica da un grande insieme di fonti, c’erano elementi oltre che della Disco anche di Pop, Rock oltre che Soul Rap e Funk.  Usava pezzi di Yoko Ono e poi magari ci metteva in mezzo “Stati di Allucinazione” e poi riprendeva con Pat Benatar, spaziava dal commerciale ai 12” più sconosciuti della scena underground. Ebbe modo anche di incrociare la figura di Arthur Russel e con lui esplorò le sonorità Dub: cercava di espandere il suo suono e Arthur gli dette una mano. Usava eco e riverbero per dare profondità a brani come “Don’t make me wait”, fu il periodo in cui Francois Kevorkian si esibiva al Paradise ed eseguiva brani come “Go Bang” dei Dinosaur L prodotta dallo stesso Russell. Il Gallery chiuse nel 1987 e fu protagonista di un inesorabile quanto spettacolare declino di pari passo con Levan stesso. Durante i suoi set provava di tutto, avvolte si assentava lasciando andare un pezzo e se ne tornava a pezzo praticamente già concluso. I suoi amici in cabina si aspettavano un collasso praticamente ogni sera, ma poi si rimetteva ai dischi e faceva il suo dovere.

Master at work: 

Dopo la chiusura del Paradise Levan fece delle comparsate a Londra trovando alcuni ingaggi, ma il periodo post Garage si caratterizzò per un esponenziale utilizzo di droghe spesso finanziate dalla vendita dei suoi stessi dischi. Non era infrequente che si presentasse alle serate sprovvisto del suo materiale perché l’aveva venduto. L’ultima serata che Francois Kevorkian vide un set di Levan fu 3 mesi prima della sua morte, lo descrisse come la cosa più spettacolare che avesse mai visto, una suite chimica e condensatrice di tensione e drammaticità una chiusura naturale.

Levan morì nel Novembre del 1992 per insufficenza cardiaca dovuta all’eccesso di droghe che lo avevano ormai ridotto a detta di molti ad una brutta copia del fuoriclasse dei tempi d’oro. I suoi più grandi meriti furono quelli di trasportare il ruolo del Dj in un’altra dimensione e soprattutto di portarvici chi settimanalmente lo veniva ad ascoltare. Al Garage l’esperienza era quella dei free party, era un antesignano dei rave degli anni 90 soltanto il tutto avveniva a Soho.

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Il graffito dedicato a Levan da Keith Haring.

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