Quel baffo un po’ così…

Folti, sottili, ungheresi, imperiali, da tricheco, a spazzola: da sempre, nella storia dell’uomo, il baffo si è ritagliato il proprio posto d’onore.

di Davide Agazzi  –  Dagli imperatori austriaci ai grandi dittatori, fino ad Hulk Hogan e Borat, il baffo è simbolo di virilità, di forza, elemento cardine dell’uomo in quanto maschio. Anche se, in fin dei conti, il baffo non è solo affar per uomini, come racconta il celebre detto, “donna baffuta, sempre piaciuta”. Che sia una moda, un gioco, o un irresistibile passatempo, il baffo ha cavalcato la storia in tutti i suoi periodi ed in tutte le sue dimensioni culturali. Attori, sportivi, uomini dello spettacolo e cantanti difficilmente hanno saputo resistere a quella pungente peluria tra naso e bocca. Ed è soprattutto nella musica che si vuole soffermare la nostra curiosa analisi, andando ad indagare forme e pensieri dei baffi più celebri.

Ad inizio secolo si guarda Oltreoceano, all’America degli anni 20, l’America che suona swing. La brillantina e le sue chiome lucide dominano incontrastate le scena di Hollywood ed i grandi attori americani non possono mancare l’appuntamento col baffo. E’ uno stile da gentiluomo, il giusto contorno di un sorriso ammiccante, di uno sguardo intraprendente.

This mustache kills fascists – (Eugene Hutz, Gogol Bordello)

Clark Gable è il sogno di ogni casalinga con la gonna lunga ed il mito americano ci mette davvero poco ad espatriare in Italia. Nel Bel Paese è Fred Buscaglione a seguire le orme di Gable e a regalarci quel primo sorriso swing, ancora oggi, unico ed intramontabile. Sul palco, il gangster italoamericano, in doppiopetto gessato e cappello a larghe falde non può fare a meno di quel baffo sottile ed il successo è garantito. Negli anni 50 la faccenda non riguarda solo i grandi attori di Hollywood e qualche newyorchese di origini siciliane. Anche i primi grandi cantanti neri compaiono con il classico baffetto tipico della prima metà del secolo scorso, da Little Richard a Fats Domino, passando per il grande Duke Ellington, la moda non risparmia proprio nessuno.

 Dagli anni ’60: non dire baffo, se non l’hai nel sacco

 Mentre, in Inghilterra, Mary Quant lancia la minigonna e nel resto del mondo esplode la contestazione giovanile, l’universo maschile ruota sempre più intorno ai propri baffi. Con l’avvento dei capelloni il baffo diventa indispensabile per distinguere uomini e donne, per mostrare quarant’anni di più e per mettere in serio pericolo il proprio appeal sessuale. Così, anche la guerra tra Beatles e Byrds non è solo musicale, ma di costume, con i Fab Four sempre alle prese con i propri mustacchi. I quattro ragazzi di Liverpool non possono sottrarsi alla moda del momento, anche se, a turno, qualcuno cerca sempre una via di fuga. Nel ’67, con l’uscita di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, è Paul McCartney a presentarsi bello e profumato, ma sarà nel ’70, in occasione di Let It Be, che il baffo conquisterà per sempre il palcoscenico della musica inglese. A steccare l’appuntamento, questa volta, è John Lennon, che si mostra in copertina glabro come un bambino, a differenza degli altri tre, giustamente fieri della propria peluria. Ma gli anni 60 sono il periodo più produttivo che la storia del baffo abbia mai visto. Nel 1966 esce Freak Out!, il primo disco dei Mothers Of Invention diFrank Zappa. All’epoca nessuno poteva immaginare che in mezzo a quei musicisti sarebbe emerso il Re assoluto del Baffo, l’uomo che più di ogni altro ha dedicato la propria vita ai mustacchi. L’avvento di Zappa ha certamente sconquassato il mondo musicale, diventando icona del rock e del baffo prepotente. Affilati come rasoi, decisi come la sua musica, nei suoi baffi Frank Zappa ha probabilmente nascosto tutto il suo essere artista, che ancora oggi risulta sacro e profano al tempo stesso. Nel corso degli anni, Zappa ha cambiato aspetto, tagliando i lunghissimi capelli, variando il suo guardaroba, ma i suoi baffi, anche se ingrigiti dal tempo, non sono mai andati via. Meno pronunciati, ma non certo meno timidi, furono i baffi di un grande amico di Zappa, quel Captain Beefheart che si buttò a capofitto nel rock per rivoltarlo come un calzino. Il baffo del Capitano fece le sue prime apparizioni con l’avanzare dell’età, senza però mai abbandonarlo fino alla fine dei suoi anni, nel 2010. Intanto, intorno ai grandi baffi celebri di quest’epoca d’oro, ruotavano figure minori, satelliti dal baffo giusto, ma poco affini ai grandi palcoscenici. Nella San Francisco tutta politica ed LSD anche Joe McDonald, con i suoi Fish, non potè resistere al fascino hippie dei baffi. Lo stesso che coinvolse David Crosby, recentemente inquadrato con i suoi baffoni bianchi nelle contestazioni di Occupy Wall Street. Infine, l’ultimo periodo degli anni ’60 è ricordato per Jimi Hendrix, il grande chitarrista che non diede mai il giusto peso ai propri baffi. Poco evidenziati, a volte rasati, spesso annullati dalla grande chioma afro dell’elettrico musicista, i baffetti di Hendrix compaiono comunque quasi sempre nelle celebri locandine che ritraggono il suo viso, e in tutte le copertine dei suoi album. Della serie, le dimensioni non contano.

Jimi però non è l’unico grande chitarrista armato di baffi. In Messico c’è chi crede maggiormente nella forza dei mustacchi, sperando di entrare nell’olimpo dei grandi: è Santana, visto difficilmente con il capo scoperto, tra bandane e cappelli e , soprattutto, mai totalmente rasato sotto il naso. Ad inizio anni 70 poi, sono due batteristi a lanciare la sfida del baffo, in un inedito contest dietro ai piatti. Nick Mason dei Pink Floyd  e John Bonhamdei Led Zeppelin. Ai punti, il vincitore è senza dubbio il secondo, semplicemente perché, a differenza del collega floydiano, che oggi cammina per l’Inghilterra senza baffo alcuno, ha saputo dare il giusto tributo ai propri mustacchi, omaggiandoli fino alla fine dei suoi giorni.

E in Italia? Il fenomeno baffo dilaga, ovviamente, come nel resto del mondo. Se da un lato Gino Paoli non mostrava ancora quei suoi baffoni da tricheco, dall’altro, forse il più grande interprete della canzone italiana non potè dire di no alla tendenza più pelosa del momento. Era un baffo particolare il suo, diverso da tutti gli altri, curato, pensato, non lasciato al caso. Il periodo baffuto di Battisti non durò molto, giusto il tempo di comparire sulla copertina di uno dei suoi singoli di maggior successo, Fiori rosa fiori di pesco. Oltre a lui, come non annoverare un altro ricciolone dal baffo facile della musica nostrana. E’ Silvano Michetti, batterista dei Cugini di Campagna e fratello gemello di Ivano, altro componente del gruppo. Laureatosi da poco in giurisprudenza, in tutti questi anni non ha mai voluto dare un taglio alla sua gioventù, trascinandosi dietro il celebre fascino che ha sempre contraddistinto l’intera band.

 Gli anni 80: i baffi della Regina

Con l’inizio del nuovo decennio, Freddie Mercury decise di dare un taglio al proprio look. Lo stereotipo omosessule del Castro Clone, l’individuo ipermascolino della classe lavoratric,e non piacque subito ai tanti fans dei Queen, che spedirono rasoi e schiuma da barba al cantante inglese. In breve tempo però, i baffi di Mercury divennero proverbiali, perfetti compagni di quel sorriso sporgente e di quel vestiario così attillato e irriverente. E dopo l’incredibile voce dei Queen, cavalca le scene un vero e proprio mostro sacro del baffo, quello Ian Fraser Kilmister, leader dei Motorhead, conosciuto al mondo come Lemmy. Il gruppo è attivo già da qualche anno, ma è nel 1980, con Ace of Spades, che la band raggiunge l’apice della propria popolarità. I baffi di Lemmy diventano presto sinonimo di heavy metal ed anche il simbolo del gruppo sembra rimandare al baffuto bassista. Ed in questo singolare podio, al terzo posto del baffo anni 80, ecco sbucare il baffetto sfuggente di Prince, che nel 1986 gli regalò il premio come peggior interpretazione, peggior regia e peggior colonna sonora ai Razzie Awards per il film Under The Cherry Moon. Un vero successo, insomma. E nell’Italia senza fricchettoni il baffo continua la sua battaglia, grazie ad una vera e propria bandiera del mustacchio italico. Dagli esordi al Derby di Milano, fino al grande successo di Fiore di Maggio, dell’84, Fabio Concato non ha mai tagliato il legame con il proprio baffo. Nel corso degli anni hanno cambiato forma e colore, diventando mano a mano sempre più folti ed un po’ più grigi, ma non abbandonando mai quel  sorriso della canzone italiana.

 Retromania: un baffo nel passato

Si dice che, in fin dei conti, questi cavolo di Anni Zero guardino un po’ troppo al passato. E a ben vedere sembra tutto vero, quando basta la parola vintage per far strabuzzare gli occhi del comune possessore di I-Pad. Le mode sono dei cicli, un po’ come la storia, perché di essa fanno parte e sono quindi destinate a ritornare. Ed è un po’ così anche per una tendenza desueta come quella del baffo, simbolo di generazioni passate, che torna, prepotente, nelle mode di oggi. Dagli attori come Johnny Depp e Brad Pitt, alle bizzarrie di Lady Gaga il mustacchio riempie le copertine delle riviste e scala, nuovamente le classifiche musicali.

Gli anni 90 sono quelli dell’ascesa metallara di Burzum, noto alle cronache per l’omicidio del chitarrista dei Mayhem. Si dice che in carcere dedicò diverso tempo alla cura dei propri baffi e della propria barba. E negli stessi anni un’altra figura oscura della musica prendeva il proprio posto al fianco dei grandi. Nick Cave, il poeta maledetto dell’Australia meridionale. Prima con i Bad Seeds e poi con i Grinderman, il cantante ha mutato il proprio aspetto regalando ai propri fans ben due tipologie di baffi, disegnando a volte due semplici linee rette sopra la bocca o spesso un vero e proprio ferro di cavallo.

In Italia i baffi non sembrano mancare mai. Dal baffo siculo-swing del trombettista Roy Paci, al cantautore romano Mannarino, fino a Francesco Bianconi dei Baustelle, il connubio italico sembra sempre più forte. Anche quando il baffo compare solo per qualche sketch televisivo, come nel caso diElio e Le Storie Tese, quando le folte sopracciglie di Stefano Belisari vengono accompagnate da finti baffoni e azzardate parrucche. Poi, non bisogna dimenticare che un capello riccio vuole sempre il suo baffo, come saggiamente dimostrano Sergio Cammariere, Max Gazzè e Vinicio Capossela. E infine c’è chi il baffo lo rinnega e chi invece nel baffo si rifugia.

E’ il caso di Brunori Sas, recentemente apparso in tour senza i suoi famigerati mustacchi e di due icone del rock italiano ed internazionale: Piero Pelù, dei Litfiba ed Anthony Kiedis, dei Red Hot Chili Peppers. Il primo, sempre in coppia con Ghigo, ha estratto dal cilindro questo baffo appuntito à la Dartagnan che poco è servito per la riuscita dell’ultimo disco. Il secondo ha cercato riparo dietro ai nuovi baffoni, sperando di trovare nuova linfa creativa per il suo storico gruppo. Esteticamente l’esperimento è riuscito, il baffo di Kiedis è piaciuto, rimanendo però l’unica nota positiva dell’ultimo, deludente, I’m With You.

Infine, l’indiscusso baffo d’oro di questa baffuta rassegna musicale. L’unico uomo in grado di uccidere i fascisti con i propri baffi. Eugene Hutz, frontman dei Gogol Bordello è probabilmente il musicista che dopo Zappa ha valorizzato maggiormente i propri mustacchi. Ucraino nel sangue, sembra davvero irriconoscibile nelle vesti di Alex, nelle scene diOgni Cosa E’ Illuminata, quando girava l’Est in tuta, sbarbato come un ragazzino. Ora i suoi baffi sono entrati nell’immaginario e nel mito, diventando incredibilmente affascinanti se accompagnati da quel pronunciato nasone.

Baffo o son desto? Insomma, la moda del mustacchio non sembra conoscere limiti di alcun genere. Anche e soprattutto nella musica, in quanto forma d’arte, il baffo è sempre stato fondamentale per l’artista, che ha potuto mostrare o mascherare una parte di sè. E, più in generale, variando forma e dimensioni, da manifesto politico a credo culturale, il baffo non ha mai abbandonato le vicende terrene dell’essere umano, rimanendo uno dei pochi testimoni della nostra storia.

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