[INTERVISTA] The Soft Moon: l’esistenzialismo di Luis Vasquez

L’ultimo disco “Deeper” – complesso e magnifico, dalla realizzazione atipica e sofferta – ha imposto i The Soft Moon come una delle band dell’anno e uno dei live act più suggestivi in circolazione.

di Lorenzo Giannetti e Federica Garozzo   –   Fanno una musica aliena e sembrano venire da un altro pianeta ma in questo momento stanno girando l’Europa in tour e noi li abbiamo braccati tra Torino (nel basement dell’Astoria) e Catania (alle preview di Zanne Festival al Monastero dei Benedettini). Andiamo alla scoperta del lato nascosto della Luna con Luis Vasquez, eclettico demiurgo dei The Sof Moon, capace di evocare tanto i Suicide quanto Trentemøller nel suo personale esorcismo post-punk contro (o a favore di?) l’Apocalisse. Per alcuni un Trent Reznor introverso. Forse l’uomo – un altro – che cadde sulla Terra. 

Nella musica dei Soft Moon i testi sono quasi assenti, usi oggetti comuni a fini percussivi e crei suite sciamaniche simili ad un tribale rito voodoo. Quasi a creare con un approccio analogico, un po’ un ibrido tra rock, elettronica e musica concreta (penso a gente come Vessel o Ben Frost). In questo momento, ti senti più vicino all’uno o all’altro genere?

“Domanda interessante! Nel rock è come se tutto fosse stato già fatto, al contrario dell’elettronica, a proposito della quale si può ancora parlare di un territorio dove c’è di più da esplorare, è un mezzo che ti spinge verso la creazione di nuovi suoni. Quindi adesso credo di potermi ritenere più vicino all’elettronica proprio perché mi permette di essere più progressista, sperimentale maggiormente, pensare in avanti. La sento un po’ più libera da limiti. Al momento è così ma potrei cambiare idea domani.”

Che ne pensi dell’idea di suonare in solo nei club? Paradossalmente, chino sulla consolle, potresti dar voce al tuo lato più intimo ed introspettivo?

“Anche se suono sempre con una live band, sia che si tratti di un piccolo club o di una location più grande, dalla mia prospettiva il palco è sempre un’esperienza catartica, molto emotiva, anche perché per me la musica non è solo una passione ma piuttosto un modo di vivere. Quando scrivo provo a capire le mie emozioni e a conoscermi meglio e quando suono on stage è una liberazione totale.”

A proposito di stati d’animo, hai scritto e composto “Deeper” in totale solitudine, trasformando l’album in una sorta di concept sull’introspezione, un processo di tendenze opposte che sono costrette a confrontarsi e inevitabilmente scontrarsi. Come guardare nel proprio abisso. Come ne sei uscito da questa esperienza?

“Mi sento molto più sereno, un passo più vicino alla pace interiore, alla felicità. Con ciascun album lotto con cose che mi aiutano a capirmi meglio; continuare a comporre è continuare a provare a capire la mia esistenza. In particolare con l’ultimo album mi sento più maturo e cosa ancora più importante, più sicuro di me stesso, mi accetto di più rispetto a prima.”

Ora come ora mi sento più vicino all’elettronica: la sento più “libera”.

Ho letto che quest’isolamento è avvenuto qui in Italia, a Venezia. Per la Preview di Zannesuonerai in un Monastero, adesso sede dell’Università, che sembra essere il posto perfetto per suonare Deeper dal vivo, in sintonia completa con la natura “liturgica” della tua musica. Cosa ti aspetti da questo live e in generale cosa pensi prima di salire sul palco?

“Non ho mai aspettative fino a prima di salire sul palco e suonare. Fino ad adesso posso dirti che mi sento molto in sintonia con questa città (Catania, dove si svolge l’intervista ndr*), è la prima volta che vengo qui anche se ho sempre voluto visitarla, sento molto il calore delle persone che ho incontrato in questa giornata. Credo che ci sarà una connessione molto intima che renderà lo show molto emotivo e di conseguenza un buon concerto.”

La tua musica è assolutamente visionaria, suggerisce immagini, dall’ambito figurativo a quello cinematografico. A tal proposito il pezzo “Want” è apparso in un episodio di “American Horror Story”. Ti piace la scena in cui è stato inserito? E cosa ne pensi della serie?

“Si tratta di una scena sexy ed è interessante. E’ abbastanza ironico che tra i protagonisti ci sia Adam Levine dei Maroon 5, una band che non amo moltissimo! In ogni caso, mi piace molto la scena così come il posto in cui è girata, questa sorta di ospedale psichiatrico delle torture, che si adatta bene al mio immaginario e alla mia musica. Ma a dire il vero è l’unico episodio che ho visto! Non riesco a seguire le serie tv perché sono sempre in giro.”

Il tuo immaginario è molto misterioso e apocalittico – scatta la domanda freudiana – hai degli incubi ricorrenti?

“Fino a poco tempo fa sognavo sempre la fine del mondo, quasi ogni notte, da quando ero piccolo. Ogni notte un’apocalisse diversa. Adesso non è più così, e non lo è più da quando ho iniziato a lavorare a Deeper. Ma ho ancora degli incubi eccitanti, tipo essere inseguito. Vengo sempre inseguito.”

Quindi sono queste le tue paure più grandi, quelle a cui dai forma con le tue canzoni?

“Sicuramente prima c’era anche quella della morte, ma adesso credo che la mia paura più grande sia quella di non riuscire a lasciarmi alle spalle le cose, condizione necessaria all’essere umano per andare avanti. E questo è il motivo per cui faccio quello che faccio: voglio essere riconosciuto come artista, non riuscirci è forse la mia paura più grande – incubi a parte – ma allo stesso tempo mi sprona ad agire.”

Con ciascun album lotto con cose che mi aiutano a capirmi meglio: continuare a comporre vuol dire continuare a provare a capire la mia esistenza.

Clicca qui per leggere il nostro reportage e guardare tutte le foto del concerto catanese dei The Soft Moon per la preview di Zanne Festival.

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