Guida al Black Metal degli Anni Zero

L’arcano numero quindici dei tarocchi è il Diavolo. Il nume tutelare e simbolo di un genere, il black metal. Dall’alba del nuovo millennio molto è cambiato. Il genere, che allora aveva già raggiunto e superato il suo punto di maturazione, ha trovato una rinascita a mio parere unica per il panorama dell’heavy metal.

Ecco una selezione dei diversi artisti black metal che meglio hanno rappresentato il rinnovamento del genere dal 2000 ad oggi.

Absu – Tara (maggio 2001)

Blackened thrash metal frenetico e schizzoide mischiato anarchicamente a qualsiasi input che potesse sfiorare l’orbita di questo ciclone di violenza per esserne inevitabilmente risucchiato. Ma un assalto così irruento necessita di una orchestrazione precisa, compassata; non facciamoci ingannare, ci sono ottimi motivi se questo album dal 2001 in poi ha avuto una enorme influenza sulla rinascita del black metal. In 52 minuti sono compressi un numero enorme di riff taglienti ed epici, e un pestare della batteria da veri maniaci. Saranno pure Texani, ma gli Absu son tutt’altro che grezzi vaccari, e senza remore o timori sanno anche sorprenderci con momenti di quiete e melodia che rendono l’ascolto di questo album un viaggio inaspettatamente vario e interessante.

Velvet Cacoon – Genevieve (marzo 2004)

Siamo, per molti versi, in un reame totalmente opposto a quello dell’album precedente – testamento questo di quanto vario, sfaccettato e bipolare sia l’universo black metal. Dall’iperattività ossessiva e maniacale di Tara, dove i sensi e l’attività cerebrale sono stimolati all’eccesso, alle nebbie dei Velvet Cacoon; un mare di nebbie dove perdersi, dove addormentare i sensi e smarrire la percezione del mondo esterno per concentrarsi sull’esplorazione interiore, seguendo sussurri aspri e stentorei verso stati smarriti di coscienza. Una zona grigia fatta di riverberi inquietanti ed ipnoticidove meditare senza distrazioni. Una esperienza che va oltre la musica stessa – forse, una non-esperienza del mondo, ma di un limbo di anime perdute.

Lifelover – Pulver (luglio 2006)

Nel black metal non mancano gli album che invece di rivolgersi ad un pubblico esterno, invece di cercare consensi ed apprezzamento, sono piuttosto assimilabili a strazianti richiami di aiuto di psiche ferite e malate, o cronache di percorsi personali di riabilitazione il più delle volte fallimentari. A queste esperienze è dedicato un intero sottogenere dal nome esaustivo: DSBM (depressive suicidal black metal). Gli esponenti del genere in questa lista non mancheranno – ma nessuno è più degno del titolo dei Lifelover. Una band sprezzante delle etichette, indifferente alle istanze di purezza pretese da certi esponenti del genere, e soprattutto libera ed estrema fino all’ultimo – rappresentato, inevitabilmente, dalla morte prematura di uno dei membri fondatori e principale compositore della band svedese, Jonas Bergqvist aka B, evento che nel 2011 decretò la fine dell’esperienza Lifelover.

Peste Noire – La sanie des siecles (agosto 2006)

La Francia è stata una delle principali protagoniste della nuova ondata di black metal, e incontreremo molte band transalpine in questo countdown. Il pregio di molte band francesi, Peste Noire in testa, è stato quello di saper mantenere l’anima grezza e primordiale che caratterizza il genere e sapervi mischiare le giuste dosi di personalità, melodia, folklore locale, con risultati incredibili come questo album, il full-lenght d’esordio della band. La sanie des siecles – Panegyrique de la degenerescence unisce la tradizione – la chitarra e i vocals in primo piano, basso e batteria ridotti all’osso fanno da fondamento a loro, i veri protagonisti – a spunti originali che evitano la stereotipizzazione o la clonazione. C’è tanta nostalgia in questo album, abbastanza da riportarci ad atmosfere medievali, centro europee, profondamente francesi – non a caso il nazionalismo è uno dei temi ricorrenti nei Peste Noire.

Xasthur – Subliminal Genocide (settembre 2006)

L’habitat naturale del black metal è tradizionalmente quello gelido, tetro e grigio dei fiordi e delle foreste del nord europa; ambienti che echeggiano perfettamente nel genere. Ma allora come può trasformarsi il black metal quando ci si mette a farlo nella solare, spensierata e opulenta California? Il lavoro di Scott Connor aka Malefic, unico membro di Xasthur, risponde alla nostra domanda. Subliminal Genocide è un pinnacolo di sofferenza, agonia, di assoluto disprezzo per la vita, la giovinezza, la ricchezza, la popolarità, tutte le illusioni che ossessionano la California. E’ un rifiuto dell’inganno, uno sputo in faccia alla menzogna, l’opposizione a tutto ciò che è pomposo ed esagerato – insomma allo stile di vita e al sogno americano. Subliminal Genocide è gelido, minimalista, fa ampio uso di effetti, drum machine, echi, e i riff di chitarra ritornano ossessivi all’infinito nelle tracce lunghe ed angoscianti. La produzione è anch’esso grezza, minimale, di modo da non annacquare l’odio denso come pece che cola da ogni riff ed ogni lamento.

Shining – V: Halmstad (giugno 2007)

Come per i Lifelover, ancora DSBM (depressive suicidal black metal), ancora Svezia: ma l’attitudine cambia. Negli Shining si avverte un disprezzo sardonico per tutto e tutti, compresi per sé stessi. Ironici e maligni, portano alla parodia i cliché black metal in ogni dove, anche in sede live, dove sono note le performance sanguinolente dell’istrionico cantante Niklas Olsson aka Kvarforth. Ma ad ascoltare un cd come V: Halmstad ci si rende conto che sotto al fumo c’è tanto arrosto – dalla voce incredibilmente corposa ed espressiva di Niklas all’estro tecnico dell’intera band che confortevolmente si muove su uno spettro musicale ed emotivo tra i più vari della scena black metal: tutto è concesso, persino l’uso e abuso di ritmi latini e di giri di basso sexy.

Deathspell Omega – Fas – Ite, Maledicti, in Ignem Aeternum (luglio 2007)

Ad avercela con Dio sono un po’ tutti, nell’ambiente black metal: il più delle volte per conformismo alla tradizione, o seguendo un vago senso di ribellione al sistema. Se c’è una band che ha portato all’estremo il proprio atto di accusa al cristianesimo sono però i francesi Deathspell Omega, che a sviscerare e demolire ogni aspetto della santa trinità ha dedicato una trilogia di album (da Si Monumentum Requires, Circumspice a Paracletus). Fas è l’album centrale, non solo cronologicamente e tematicamente: esso è il cuore di ciò che i DsO rappresentano musicalmente. Un’estetica del caos e della violenza espresso in crescendo di riff che si arrampicano l’uno sull’altro e vivono di pochi istanti. Un labirinto sonoro senza uscita; una lucida testimonianza dell’inferno sulla terra. Se i testi hanno come riferimento la filosofia post-nietzscheana di Bataille, le musiche sembrano qualcosa di emerso dalla mente del Conte di Lautrémont.

Wolves in the throne room – Two Hunters (settembre 2007)

Seduti sotto un cielo stellato, in una radura nelle foreste dello stato di Washington, in sintonia con la natura e con l’universo: così nasce il black metal astrale dei Wolves in the throne room. I fratelli Aaron e Nathan Weaver più che al satanismo ed alla purezza del black metal sono interessati a convogliare nella loro musica le energie della costa nord-ovest degli Stati Uniti (la regione della Cascadia). Fra l’epicità primordiale dei Neurosis, l’elettronica esotica del krautrock, le aperture al lirismo folk, e le cavalcate atmosferiche su riff di chitarra infiniti, ci sta l’anima dei WITTR, glisciamani del black metal.

Leviathan – Massive conspiracy against all life (marzo 2008)

Leviathan è un impegno musicale figlio della solitudine e della nausea; il padre è il polistrumentista californiano Jef Whitehead, noto con lo pseudonimo Wrest per essere membro (spesso unico) di numerosi progetti della scena black metal americana (Lurker of Chalice, Krieg, Twilight). Dopo cinque anni passati a sfornare demo, in Massive conspiracy against all life c’è il primo vero e proprio albumtargato Leviathan: e si tratta per molti aspetti superficiali di un tradimento di tutto il lavoro compiuto in precedenza, votato all’assenza della produzione per lasciar spazio al puro malessere senza filtri – e se il picco di questo sfogo di bile fu già raggiunto nel 2003 con The Tenth Sub-level of Suicide, in Massive Conspiracy l’odio di Wrest assume un aspetto più nitido e controllato, una venatura prog che lo posiziona a metà strada fra le sue radici americane e l’esperienza contemporanea di band europee più orientate alla tecnica realizzativa e complessità compositiva.

Nachtmystium – Assassins: Black Meddle, Part 1 (giugno 2008)

C’è spazio per tutto nel black metal? Sicuro ce n’è per la psichedelia, che in Assassins la fa da padrona, tanto che l’album suona come un omaggio abbastanza plateale ai Pink Floyd dei tempi migliori. C’è addirittura spazio per un sassofono straziato in una delle tracce; quello che non trova spazio, alla lunga, è la disonestà, e Blake Judd, leader della band di Chicago, l’ha imparato a sue spese dopo anni di diatribe con gli altri membri (in costante rotazione) della sua band, e soprattutto di truffe ai danni di label discografiche e dei suoi stessi fan. Dopo un po’ di villeggiatura in cella il musicista di Chicago si è dichiarato pentito dei propri gesti e pronto a impegnarsi sulla riabilitazione (non ha mai fatto mistero della propria dipendenza da stupefacenti), ma passerà un bel pezzo prima che potremo sentire un nuovo album a nome Nachtmystium. Poco male, perché in fondo conInstinct: Decay prima e Assassins poi, il progetto musicale ha sfornato i suoi lavori migliori, andando poi a ripiegarsi su sè stesso perdendo freschezza con i lavori successivi.

Amesoeurs   -   Amesoeurs (marzo 2009)

Sfuggenti ma intensi, gli Amesoeurs (letteralmente “anime gemelle”) con un ep ed un album hanno fatto comunque in tempo a lasciare la loro impronta nel cammino del black metal contemporaneo. Il loro stile melanconico, etereo, fortemente emotivo, li rende il corrispettivo black di ciò che sono per altri generi  di metal estremo band come Anathema e Katatonia, capaci cioè di mescolare delicatezza pop a sfoghi dell’originale violenza del genere. Voce femminile e chitarre sognanti; influenze dominanti: un pizzico di darkwave, tanto post rock e shoegaze, che Neige, principale compositore della band e già membro dei Peste Noire, espanderà con altrettanto successo nel suo progetto principale Alcest.

Blut Aus Nord – 777 Cosmosophy (settembre 2012)

Scegliere un lavoro dei francesi Blut Aus Nord da inserire in questa lista non è stato semplice, data la vasta, diversificata e soprattutto eccellente discografia della band. 777 Cosmosophy è unalitania lugubre come poche nel black metal di ogni tempo – eppure è discutibilissimo se si tratti ancora di black metal. Sicuramente è quanto di più eccentrico il polistrumentista e principale compositore della band, Vindsval, – o se per questo, qualunque altro musicista BM – abbia mai prodotto. Elettronica, musica industrial, religiosa, noise rock, c’è di tutto, anche quello che non può mancare per rientrare in questa lista – la componente fondamentale del black metal – una valanga di disperazione.

Altar of Plagues   –   Teethed Glory and Injury (aprile 2013)

Gli Altar of Plagues si sono sciolti, gli Altar of Plagues si sono riuniti, gli Altar of Plagues fanno quello che vogliono. L’ultima opera del trio irlandese ne è la prova. Il Santo Graal del post-metal: Teethed Glory and Injury fa davvero di tutto per far incazzare i fan old-school del black metal. Ancora una volta a strutture post/math-rock, noise o shoegaze viene sovrimposto la strumentazione tipica black metal, chitarre tremolo, blast-beats, urla infernali – tutto il pacchetto classico, ma con un vibe estremamente fresco e moderno, che permette ai lunghi ed ambiziosi brani presenti su questo album di non venire praticamente mai a noia.

Deafheaven   –   Sunbather (giugno 2013)

La musica dei Deafheaven è una lama di luce che taglia l’oscurità; è un crescendo emotivo, un’estasi vitale, un dipinto astratto dai colori abbaglianti. I Californiani fra le loro principali influenze nominano Burzum e forse se il buon Varg Vikernes avesse passato più tempo a Venice beachavrebbe scritto qualcosa del genere. Ma francamente nella loro musica è più semplice trovare riferimenti esterni al black metal – che, in fondo, è una patina superficiale; parliamo di screamo, post-metal, hardcore punk. E anche l’orecchio fino di Jacob Bannon dei Converge deve aver apprezzato l’originalità di questo blend unico di suoni, per averli accolti fin dalla prima demo nella sua etichetta Deathwish Inc.

Mgła   –    Exercises in futility (settembre 2015)

Il nostro viaggio nel black metal del nuovo millennio come il serpente Ouroboros si chiude a cerchio, con un ritorno alla tradizione. I Mgła (pronunciato “mgwa” e significante “nebbia”) non sono americani bensì polacchi; nella loro musica non troverete influenze post-rock, shoegaze o elettroniche, bensì la pura ortodossia black metal. Il tremolo della chitarra di M. è una fonte inesauribile di riff implacabili come i denti di una motosega che dilaniano carne umana; la sua voce è una rauca e cadenzata litania, graffiante, accusatoria;  la batteria di Darkside, poi, raggiunge dei picchi assoluti di genialità, soprattutto nell’uso ed abuso dei piatti. L’intero album sta a rappresentare l’essenza di ciò che può essere il black metal tradizionale, mai pomposo o stagnante, ma sempre asciutto e malevolo – una montagna impervia, arcigna, che osserva indifferente lo scorrere del tempo e l’affannarsi degli uomini sotto di lei. Il male non passa mai di moda.

Illustrazione di copertina a cura di Matteo Billia.