Tarantino colpisce ancora: Django Unchained

Dopo tre anni di attesa, Quentin Tarantino placa la fame dei fan con il western che aveva sempre sognato di girare. E colpisce ancora nel segno, dimostrando di sapersi reinventare alla grande e soprattutto di zittire le malelingue che ancora lo relegano nel limbo di un certo citazionismo irrispettoso e/o tamarro.
Django Unchained è prima di tutto un film antirazzista, ambientato poco prima della Guerra di Secessione in quegli stati del sud USA dove le piantagioni di cotone ancora grondavano sangue nero. Lo schiavo Django (Jamie Foxx) ha però la possibilità di salvarsi: liberato da un cacciatore di taglie tedesco (di nuovo lo strepitoso Christoph Waltz) che si fa suo mentore e amico, insieme ritroveranno la moglie Brunhilda (Kerry Washington) schiava dello spietato latifondista Calvin Candie (Leonardo Di Caprio) e del suo braccio destro Stephen (un cattivissimo Samuel L Jackson). Rigirando e strapazzando il Django originale dell’epica coppia Sergio Corbucci – Franco Nero, Tarantino non solo ha modo di dedicarsi al suo agognato western all’italiana, ma di riportarne l’essenza, soprattutto estetica. Puntualissimo il pacchetto pop che include quella sinfonia perfetta di musica, dialoghi, luci e colori che chi lavora con Tarantino definisce “opera d’arte totale”. E come i padri del western usavano fare, la musica ha un ruolo assolutamente centrale: tutto il film è montato sulla colonna sonora (rigorosamente firmata dal regista) che guida, suggerisce e anticipa le immagini con precedenza assoluta. Del resto, come dice sempre lui, “se non scovo la canzone adatta ai miei titoli di testa mentre scrivo il soggetto, non  continuo nemmeno col lavoro”.
Ed è così che il film si apre con un chiaro omaggio a Corbucci, partendo col tema principale del fuoriclasse Luis Bacalov, Django. Un inno trionfale al protagonismo eroico del western vecchia maniera, quando lo sguardo fiero del cowboy solitario si stagliava sulle distese desertiche del selvaggio west.

L’apporto di Bacalov è ovviamente solo una splendida briciola di un soundtrack che imperversa senza sosta per quasi tre ore di film, diviso nell’anima e nel suono tra la solennità lenta e strisciante alla Sergio Leone, la modernità cinetica dell’ispiratore Corbucci e il pop Tarantiniano: Django si tinge di un modernismo vintage, dove le musiche da western di Bacalov, l’onnipresente Ennio Morricone, Riz Ortolani e Micalizzi si incrociano con la black music tra blues, gospel, country e hip hop (Jim Croce, Jerry Goldsmith, James Brown).
Meravigliosa sorpresa è l’outsider Brother Dege, scovato chissà come da Tarantino, che con il roots di Too Old to Die Young porta un tocco ruspante eccezionale che calza a pennello con le ambientazioni. Morricone intanto spazza via il bluegrass armato di chitarra acustica e flauto di Pan riportandoci alle ossessive e sinuose melodie degli spaghetti western anni ’60, mentre Bacalov mette i brividi con La Corsa, sfondo di una delle scene di vendetta più intense del film: “Mi piace come muori” è già battuta cult, e così l’incipit drammatico di violini e tamburi, e una tromba gloriosa che grida vendetta.

Altrettanto fenomenali i ben quattro inediti creati ad hoc: la 100 Black Coffins del rapper Rick Rossche sottolinea l’azzeccatissimo legame tra la riscossa antischiavista e tutta la rabbia espressiva del ghetto; Freedom di Anthony Hamilton e Elayna Boynton, ruvida ed energica, è un grido disperato di libertà; il soulman John Legend con Who Did That To You già è leggenda; e ultima ma non per importanza, Ancora Qui di Elisa sulle musiche di Morricone. Dolce e leggera, la melodia riecheggia senza plagiare l’indimenticabile flauto di Pan di C’era una volta in America, qui per omaggiare l’arrivo sulla scena dell’unico personaggio femminile, poco presente eppure nodo centrale di tutto.
Elisa canta in italiano e la sua voce buca lo schermo soave e tintinnante, confermandola uno dei più grandi orgogli italiani a livello internazionale.

Sempre italiano ma tutt’altra cosa è il gruppo vocale Annibale E I Cantori Moderni, operativi da decenni grazie soprattutto ad Alessandro Alessandroni, il fischio più famoso del mondo che echeggia nelle distese di molti western all’italiana. Per chiudere in bellezza, l’esplosivo finale si affida appunto al birbante fischiettio di Lo Chiamavano Trinità: si smaschera così l’ironia dominante del film, pronta a ridicolizzare il razzismo in più di un’occasione minando alle fondamenta del suo pensiero (il dialogo tra i membri del KKK è una delle cose più esilaranti degli ultimi anni), mentre Django cavalca fiero, e non verso il sole.
Citazionismo dunque? Tanto fumo e niente arrosto? Scopiazzatura senz’anima di film altrui? No. Django Unchained è diverso da qualunque cosa passi sullo schermo e oltre quell’irresistibile (e funzionale) cortina di sparatorie, battute sagaci, sangue e musica, c’è come sempre un substrato altamente (ebbene sì) politically correct e moralizzante, che innesca spietate critiche contro temi molto scomodi. E se prima con Tarantino si parlava di “estetizzazione della violenza” con sani intenti di iperrealismo (certamente non di elogio, checché se ne dica), è da Bastardi Senza Gloria (e in parte Grindhouse e Kill Bill) che  essa diventa arma di una vendetta del tutto giustificata in nome di un ideale più grande.
Alla faccia di Spike Lee.

 

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