Ogni cosa è Illuminata, tra balkan e gipsy punk

di Isabella Parodi – Dalla penna dell’ebreo-ucraino Jonathan Safran Foer, il romanzo autobiografico Ogni Cosa è Illuminata è prima di tutto un viaggio, geografico e spirituale, in cui l’esordiente regista Liev Schreiber, dopo una carriera attoriale più che consolidata, mescola commedia e dramma a regola d’arte. E’ infatti ambivalente questo road movie verso l’illuminazione: da un lato c’è profonda ironia (più ricercata di quanto non sembri), che sgorga dalle gag indovinate sull’incontro tra due culture diverse, quella tutta per bene dell’occhialuto ebreo-americano Jonathan (un Elijah Wood ormai svezzato dal Signore degli Anelli) e quella dello spassoso Alex (un mitico Eugene Hutz esordiente), nato e cresciuto in Ucraina; dall’altro lato ombreggia la tragedia dell’Olocausto, riportata però da un punto di vista innovativo, come solo la sua terza di generazione di narratori è in grado di fare.
Bizzarro, profondo e intelligente, il film vive dei suoi attori (ma non solo) assolutamente eccezionali: a partire dal E. Wood, maniacale collezionista di ricordi alla ricerca della donna che un tempo salvò suo nonno dalla furia nazista in Ucraina, passando per Eugene (chi se non l’uomo che uccide i fascisti coi baffi?) che dona al personaggio espressività unica, fino al nonno di Alex cieco per finta, interpretato da uno strepitoso Boris Leskin, attore ormai veterano.
Il regista punta tutto sul suo cast, artistico e tecnico, affidando la colonna sonora al semisconosciuto compositore americano Paul Cantelon, con l’aiuto di Eugene Hutz nella scrittura di alcune tracce. La musica si fonde con le squallide strade popolari di Odessa, poi con le verdi distese della campagna dell’est e coi denti marci dei suoi abitanti poco raccomandabili: un mix eccellente che attinge al repertorio dell’est Europa, sia classico che folk, e all’immancabile gipsy punk dei Gogol Bordello di Eugene. A partire dai titoli di inizio, la telecamera punta sui centinaia di pacchettini di plastica che il piccolo Jonathan raccoglie con religiosa meticolosità, accompagnata da Cantelon con Prologue Babushkadove troneggia la leggerezza tagliente della chitarra balcanica, fino alla malinconica chiusura della fisarmonica. Un pezzo che sembra anticipare la doppia anima del film. Durante il viaggio si fa notare il più allegro tema principale, l’Odessa Medley, dove violino, fisarmonica e fiati dall’ovvio mood balkan accompagnano i tre strani soggetti alla ricerca del misterioso paese di Trachimbrod, da cui il nonno di Jonathan è fuggito per emigrare a New York durante la guerra. Insieme, si coglie un assaggio strumentale della Start Wearing Purple dei Gogol, partecipi anche con l’inconfondibile fisarmonica di Bublitschki. La band ha persino un piccolo cameo all’inizio del film, quando Alex accoglie Jonathan alla stazione intonando un pacchiano inno americano insieme a dei musicisti di strada (loro, ovviamente!).

E tra siparietti esilaranti (mitica la scena della patata), incontri e dialoghi assurdi, il gruppo approda all’illuminazione in un meraviglioso campo di girasoli, dove verrà fatta luce sull’orrore passato su Trachimbrod. La terrificante scoperta farà capire ai tre di avere un legame più profondo di quel che pensavano, e insieme, farà luce su un nodo fondamentale: come solo il linguaggio assurdo e genuino di Alex può rendere giustizia, “ogni cosa è illuminata dalla luce del passato. E’ sempre al nostro lato, all’interno, che guarda fuori. Come dici tu, alla rovescia. Jonfen, in questo modo, io sarò sempre al lato della tua vita. E tu sarai sempre al lato della mia.” Il passato quindi si trova dov’è per illuminare la strada al presente e al futuro di ciascuno, e per essere visto veramente non serviranno tanti piccoli oggetti da collezione o degli occhiali enormi: vedere veramente vuol dire altro, e solo una volta illuminati da questa verità i ricordi cesseranno di essere mera testimonianza storica.  Jonathan torna in America arricchito dal proprio viaggio (come in ogni road movie che si rispetti) e rivede ogni personaggio incontrato in Ucraina in vesti diverse, metafora con cui il regista ci mostra in modo semplice come “tutto il mondo è paese”: compresa la valenza di ciò che ci unisce, le piccole differenze non valgono più nulla. E sulla scia di questo epilogo intenso, ritorna il tema principale con Inside Out, più malinconico e lento com’è giusto che sia; ma in pochi minuti ecco che l’anima irriverente del film riemerge nei titoli di coda con Start Wearing Purple, chiusura perfetta a uno dei migliori prodotti del cinema indipendente degli ultimi anni.

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I Gogol Bordello accolgono Jonathan alla stazione

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Elijah Wood e Eugene Hutz

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