Dark Shadows calano su Tim Burton

di Isabella Parodi – I fan non vedevano l’ora, ed ecco che sul grande schermo torna l’enigmatica cinepresa del beneamato Tim Burton, accompagnato per l’ottava volta da Johnny Depp e per l’ennesima dal talentuoso compositore Danny Elfman. Dopo mostri, uomini deformi, morti, assassini sanguinari e mondi impossibili, è l’ora del ritorno al gotico con streghe e vampiri, scelta azzardata in un’epoca come questa così satura di pallidoni succhia sangue. Ma chi si preoccupa? A dirigere Dark Shadows è Tim Burton e da lui ci si aspetta tutto tranne che qualcosa di scontato. Ahinoi però, gli anni passano per tutti, e quindi anche per il trio Burton-Depp-Elfman finora apparentemente infallibile.
Burton sembra stanco nelle sue stranezze: le atmosfere gotiche, i personaggi strambi e fieri di esserlo e gli effetti visivi restano di altissima qualità, ma paiono avere poco o nulla da comunicare. Non dovrebbero essere le vesti lugubri o i castelli medievali a dare quel senso di estraneità dall’omologazione tipicamente Burtoniano, ma l’immaginario che a questi sta attorno: il romanticismo di Edward Mani di Forbice non risiedeva nelle sue taglienti appendici bensì nella profonda incomunicabilità col mondo esterno che queste rappresentavano. In questo novello Dark Shadows invece pare contare più lo schema formale. Tanto fumo e niente arrosto insomma, e anche Burton finisce per cadere in quel limbo dei registi commerciali che già aveva sfiorato con Alice in Wonderland.
Quello che funziona meglio, seppur comunque zoppicante rispetto al solito, è forse proprio il tessuto musicale legato all’ambientazione. Il vampiro Barnabas (J Depp) si risveglia dopo esser stato rinchiuso per duecento anni in una tomba dall’ex amante Angelique, una perfida strega ancora innamorata di lui (Eva Green), e si risveglia di colpo nel 1972 con tutto ciò che ne consegue. Il nobile e elegante vampiro settecentesco avrà a che fare con la musica psichedelica, gli hippies, le lampade fluo, Alice Cooper e Iggy Pop, un mondo insomma che a un occhio non allenato potrebbe apparire ben più bizzarro di lui. Il mix del nero gotico e serioso del passato con l’arcobaleno luccicante dei primissimi anni ’70 è la vera chiave del film, che si perde in piacevoli e ironici malintesi socio-culturali: credere che i The Carpenters siano dei mastri falegnami o che Alice Cooper sia la donna più brutta che si sia mai vista. Proprio Alice Cooper ha un piccolo cameo hard rock nella pellicola, per cui suona No More mr Nice Guy e la dolcissima Ballad of Dwight Fry con cui nel ’71 aveva detto definitivamente addio alle sonorità psichedeliche anni ’60.

Danny Elfman non è al suo meglio e preferisce appoggiarsi più ai grandi nomi per il soudtrack. Oltre a Alice Cooper, mescola il proto-punk di Iggy Pop con I’m Sick of You al pop rock allegro ormai tramontato dei The Carpenters in Top of the World; il rock psichedelico dei The Moody Blues con la loro romanticissima Nights in White Satin, che apre gloriosamente il film, e il british glam rock dei T Rex nel classico Get it on (Bang a Gong) e ancora il rhythm ‘n blues di You’re the First My Last My Everything di Barry White per il bizzarro incontro amoroso tra Johnny Depp e Eva Green.
Un guazzabuglio piacevole ma che sbatte la testa da tutte le parti, con un potenziale che resta non sfruttato appieno. Nel mezzo, trova spazio qualche buona traccia originale di Elfman che come sempre dà il meglio di sè nei temi romantici o legati alle dolcezze dei personaggi femminili. Il resto trova forma in melodie cupe e spettrali, non eccezionali ma che ben si adattano alla pellicola.
Si può dire che il soundtrack e il film nel complesso marcino allo stesso modo: piacevoli ma non esaltanti, appagano lo spettatore occasionale ma non il nerd-fan, che non può non uscire dal cinema con l’amaro in bocca, rimpiangendo la squisita eccentricità dei personaggi unici di una volta e le dolci melodie che li accompagnavano.

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