“All that jazz”, la rassegna cinematografica del Torino Jazz Festival

di Isabella Parodi – Quattro serate di ottima musica? Certo, ma non solo. Il Jazz invade tutta la città di Torino anche con mostre e workshop creativi, e pare proprio che tra le arti visive ci sguazzi: mentre il quadrilatero si tappezza di manifesti (lo stage di grafica “JAZZZZZ!” dà spazio alla creatività di illustratori in erba), il cinema Massimo, in collaborazione col Museo Nazionale del Cinema, non può non metterci del suo, proiettando in sala 3 (sede per tutto l’anno di dibattiti, approfondimenti e proiezioni per i festival) alcuni tra i più significativi risultati del connubio cinema-jazz. La natura virtuosa e caoticamente ordinata del genere musicale ha da sempre trovato terreno fertile nel mondo della celluloide, che col suo potenziale visivo è in grado di offrirgli forma e arricchirne il significato. Molti sono i punti in comune tra le due arti: nate più o meno insieme, entrambe hanno significato in modi diversi la possibilità per gli USA di diffondere una nuova identità culturale che superasse quella allora imperante del vecchio mondo.
Il sodalizio tra le due arti è palese fin dagli albori del cinema, da quando nel lontano 1927 il primo film sonoro della storia prendeva il nome di The Jazz singer e costituiva al contempo il debutto del jazz sul grande schermo.
Ma dal 27 aprile al 1 maggio la cineteca torinese riesuma ben otto pellicole d’oro preferendo saltare le origini per riproporre sullo schermo un sapiente percorso storico  (sebbene in ordine sparso) che parte dagli anni ’50, quando Hollywood iniziava a fare suo il jazz per sfornare prodotti molto commerciali, che poco c’entravano con la realtà nera da cui quella musica proveniva. Uno dei grandi classici figli di quell’epoca che ci viene riproposto è L’uomo dal braccio d’oro di Otto Preminger, straordinario successo di pubblico del ’55, grazie anche alla magnifica colonna sonora di Elmer Bemstein. Il jazz rimaneva quindi rigorosamente bianco e per bianchi, in un America torchiata dal razzismo che ancora non era pronta a rendere mainstream ciò che accadeva nelle realtà del jazz underground con i veramente autentici negroes movies.
L’Europa invece offriva ai registi controcorrente un’aria diversa, più incline all’avanguardia e alla sperimentazione. Ecco che il Massimo ci propone il più alto esempio di unione tra jazz e Nouvelle Vogue francese, il fortunato noir Ascensore per il patibolo di Louise Malle (’58) che vantava l’epico sax di Miles Davis. Tutto all’insegna dell’improvvisazione naturalmente: poco era stato programmato dalla troupe, e lo stesso Davis compose le musiche in sole due notti. E’ in effetti dagli anni ’60 che le melodie jazz iniziano timidamente a sostituire le colonne sonore classicheggianti che fino ad allora detenevano il monopolio al cinema. L’americano (ma di ambientazione francesissima) Paris Blues di Martin Ritt ne è un esempio, con le musiche curate da Duke Ellington e l’interpretazione di Louis Armstrong e Aaron Bridgers nei ruoli dei due protagonisti.

L’analisi cinefila si prende giustamente una pausa con gli anni ’70, quando il sax venne soppiantato dal ruggito della chitarra elettrica: il movimento rock fa passare il jazz in sordina, e nel cinema nascono i generi del rock-film, rock-opera e rock’n’drama.
Solo col cinema di superficie anni ’80 si torna a parlare di jazz e molte erano le occasioni per farlo: la maggior parte dei grandi artisti se n’erano andati, e i registi più appassionati si diedero da fare con documentari e bio-pic per restituire alle nuove generazioni i talenti che si erano persi. Finalmente il jazz-movie (termine nato proprio in quegli anni) diventa più consapevole e si fa carico della realtà del mondo afro-americano riuscendo finalmente a combiare qualità, verità ed esigenze commerciali.
Assistiamo a ‘Round Midnight (’86) di Bertrand Tavernier, in realtà più teso al recupero delle atmosfere perdute, dove le musiche di Herbie Hancock avvolgono splendidamente la realtà notturna della Parigi fine anni ’50.
Let’s get lost (’88, di Bruce Weber) è invece uno dei massimi esempi di documentari di quegli anni, in un bianco e nero voluto, per esaltare la poesia e drammaticità di foto, filmati e testimonianze in onore del carismatico trombettista Chet Baker. E tra le bio-pic non poteva mancare di certo Bird di Clint Eastwood (’88), un’analisi molto introspettiva della personalità di Charlie Parker, detto appunto Bird. Qui Eastwood riesce per la prima volta a rievocare senza veli la dura realtà delle strade di Harlem, dove negli anni ’20 circolava il meglio della musica nera.
E in Italia? Il jazz aveva raggiunto il cinema dello stivale già sul finire degli anni ’60, come ispiratore della commedia all’italiana e braccio destro di alcuni splendidi film di Michelangelo Antonioni (La notte, Blow up). In realtà la rassegna chiude il suo percorso storico con due prodotti nostrani successivi, degli anni ’90: Bix – Un’ipotesi leggendaria (’91) diretto da Pupi Avati (regista e scrittore poliedrico noto per la passione per il jazz), che racconta la vita del cornettista Bix Beiderbecke e Steve plays Duke (’99), pellicola fuori dagli schemi in cui il sassofonista Steve Lacy reinterpreta i brani di Duke Ellington infarcendo gli intervalli di racconti sulla vita dell’artista. I registi sono Daniele Ciprì e Franco Maresco, i due cabarettisti palermitani musicofili e appassionatissimi di jazz conosciuti soprattutto per la loro vena umoristica cruda e spiazzante.

Eccola qui la serie di doppi spettacoli distribuiti in quattro giorni, con offerte interessanti e inusuali e una chiusura in bellezza la notte del 1 maggio. Sì, perchè sotto il muro d’acqua i fradici Torinesi di certo non hanno disdegnato un po’ di sano jazz al chiuso sulle poltrone del cinema Massimo.

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