Gli oscar di OUTsiders

di Isabella Parodi e Lorenzo Goria –  Quest’anno persino OUTsiders ha voluto allungare le mani sull’84esima edizione degli Academy Awards, percorrendo il tappeto rosso purtroppo solo col pensiero (ancora non siamo Simona Ventura…) ma con la dovuta attenzione di chi nel suo piccolo se ne intende.
Quella del 2012, dopo alcune edizioni né carne né pesce, pare davvero un’ottima annata: sebbene i prodotti vincenti del cinema americano si presentino all’insegna dell’introspezione e del filosofico, cosa non per forza nuova, stavolta nell’aria domina un non so che di diverso, un trasversale sentimento nostalgico che porta allo sviluppo di temi forse triti e ritriti (guerra, razzismo, crisi matrimoniali, sport…), ma colti da punti di vista assolutamente nuovi e interessanti. C’è The help, non la classica cronistoria sul razzismo segregazionista, ma su quello nascosto e ipocrita delle classi agiate americane; e poi la dose annuale di guerra con War Horse che porta sullo schermo la Grande Guerra dall’innovativo punto di vista dei cavalli, e lo fa molto bene (lo Spielberg drammatico non si smentisce mai) seppur con la sue puntuale dose di melassa; ancora, i sorrisi nostalgici di Hugo Cabret e The artist, che inneggiano alla settima arte e alle sue origini, mostrandoci insieme i mille volti del defunto cinema muto per farcelo conoscere/riscoprire; The tree of life, una lunga e (in tutti i sensi, purtroppo) straziante metafora intimista sull’esistenza umana attraverso immagini e suoni; e poi il Midnight in Paris di un Woody Allen nuovamente in piena forma, che ironizza con leggerezza unica sull’incontentabilità umana.
Per le colonne sonore si può dire che  tutti i nominati hanno fatto bene i compiti: ogni film ha la musica che gli si confà, nel bene e nel male. Il favorito dal punto di vista puramente quantitativo è l’onnipresente John Williams, da anni a braccetto con Spielberg, che finora ha già totalizzato cinque oscar su quarantasette nomination. Ma con War Horse pare che stavolta i suoi rivali lo abbiano superato su tutta la linea. Il troppo come sempre stroppia, nel film, come nelle musiche: l’eccesso di fiati e archi accatastati per dare luogo a un’atmosfera bucolica posticcia e stucchevole contribuisce solo a sbordare nella consueta sovrabbondanza di zucchero del buon Spielberg, sottraendo luce alle magnifiche scene di guerra. Più brio le musiche di Tintin, ma lo stesso spreco: tanta musica quando non serve e troppa quando serve, e si finisce per uscire dal cinema quasi come da una discoteca. Più efficaci nella loro semplicità le scarne musiche di Alberto Iglesias in La Talpa: una magistrale colonna sonora che senza lanciarsi nei crescendo che caratterizzano i thriller crea un’atmosfera efficacissima di inquietudine e malinconia. Se poi si escludono i tipici piacevolissimi classicismi jazz del beneamato Allen, un gradino sopra gli altri sono senz’altro le musiche di Hugo Cabret e The Artist. Per il primo, Howard Shore non smentisce la sua già brillantissima carriera di compositore (Philadelphia, Il signore degli anelli, Il silenzio degli innocenti, La mosca e molti altri) ideando un soundtrack dolce  e melodico, dalle atmosfere squisitamente retrò; è però con la coraggiosa prova delle musiche di Ludovic Bource (The Artist) che si tocca l’apice.

Ed eccoci qui, la lista è lunga e complessa, e la scelta ancor di più, perciò senza andare ad imbarcarsi in giudizi troppo tecnici, ecco una personalissima opinione su chi stanotte tornerà a casa con la preziosa statuetta.
And the oscar goes to…

MIGLIOR FILM:
Hugo Cabret

L’epopea di un ragazzino rimasto solo al mondo si intreccia ad uno spensierato viaggio attraverso il cinema delle origini del mago-cineasta francese Georges Méliès e delle sperimentazioni dei fratelli Lumière. Un’avventura dolce e affascinante, filtrata dagli occhi di un bambino all’orlo dell’adolescenza nella metaforica rappresentazione di un’età piena di contraddizioni, divisa tra l’attaccamento a un  passato rassicurante (il ricordo del padre morto) e insieme il desiderio di crescere. Come per Hugo, il passato aiuta a capire chi si è, e così le grandi opere del cinema primordiale (splendido Le voyage dans le lune di Méliès) ci ricordano da dove è nato il cinema di oggi.

 MIGLIOR REGIA:
Martin Scorsese (Hugo Cabret)

 Dopo già Shutter Island, Scorsese torna nel vortice dell’intimismo psicologico, stavolta calandosi nelle mille sfaccettature dell’infanzia, del giovane protagonista come del cinema stesso. Un omaggio particolarissimo, onirico, amalgamato da un’atmosfera magica al limite del fantasy (anche se di fantasy non c’è proprio nulla), per mostrare a tutti cosa sia il cinema per il regista di Taxi Driver: un mondo a sé dove tutto è possibile, dove i sogni diventano reali e le cose si fanno, effettivamente, magia.

MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA:
Jean Dujardin (The Artist)

A volte non servono le parole per farsi capire: in questa coraggiosissima prova anacronisticamente moderna del regista Hazanavicius, il protagonista Jean Dujardin cattura su di sé il triste quanto inevitabile destino dell’artista del cinema muto al tramonto, la cui fama è in balia di un rinnovamento infame che tutto porta via. La storia d’amore con la stella nascente del sonoro, ridà poi piacevolmente valore al gioco di sguardi e gesti d’affetto, puri e lontani dalla ridondanza dei giorni nostri.


MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA:

Viola Davis (The Help)

 Ci spiace tanto per le immense Meryl Streep e Glenn Close, sempre maestre ma non al loro top questa volta, di meno spiace per la Williams nelle difficili veci di Marylin (era meglio la stranamente scartata Scarlett Johansson) e quasi niente per Rooney Mara nei panni dell’androgina Lisbeth Salander diMillennium; la statuetta se la merita Viola Davis quest’anno, la cameriera nera bistrattata dolce e saggia, alle prese con le crudeltà dell’odiosa padrona, emblema dell’ipocrisia più nera di un microcosmo di donne insopportabili: casalinghe nullafacenti che smollano i figli alle cameriere ma non permettono loro di usare il proprio water.

MIGLIOR FOTOGRAFIA:
Emmanuel Lubezki (The tree of life)

 Personalmente è una sofferenza inserire questo assurdo prodotto intimista di Terrence Malick (il padre del magnifico La sottile linea rossa), ma per quanto la contesa fosse accesa quest’anno, con le incredibili immagini di Lubezki non c’è gara. Il film è tutto da ammirare come un’opera impressionista, un capolavoro del colore e del digitale, da gustare  in HD… tra uno sbadiglio e l’altro.

MIGLIOR COLONNA SONORA:
The Artist  (Ludovic Bource)

 Il musicista e arrangiatore francese Bource fa  il botto, con musiche rievocanti i fantasmi della Golden Age del cinema, fatte di pause, cambiamenti repentini tra motivetti allegri e malinconici, swing tutti da ballare e sviolinate melense, esplosioni di fiati nella tragicità e delicate e pigre melodie nei momenti più soft. In un contesto simile, la musica non può che divenire protagonista assoluta, racconta, agisce, commuove e sorprende.
Bravò Ludovic!

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