[INTERVISTA] Selene Calloni Williams: «La felicità è di questo mondo e si può apprendere»

Dopo venticinque anni chiuso nel cassetto, l’autrice ha deciso di pubblicare – con Edizioni Mediterranee – un piccolo gioiello letterario, “Il Bosco di Eva”: il racconto di tre donne, appartenenti a tre generazioni diverse, alla ricerca del proprio sé e del proprio profondo potenziale. Un racconto che ci aiuta a ritrovare il nostro baricentro in vista di una crescita personale e spirituale, rappresentata, nel romanzo, da una «bimba del futuro» ignota ma latente in tutti noi.


_di Roberta Scalise

«Ti ho vista bellissima, delicata, meravigliata, e ho inteso che tutto ciò che è nuovo è incerto e fragile, deve lottare per sopravvivere e affermarsi. C’è sempre un periodo in cui il nuovo deve combattere con il vecchio, è nelle leggi di questo mondo. In quel momento le forze della quiescenza potrebbero vincere, e allora il nuovo dovrebbe ritornare da dove è venuto.»

Una nonna, una figlia, una nipote. Tre generazioni, quelle di Bianca, Lisa ed Eva, il cui succedersi risulta dominato da una costante comune: la ricerca di sé, il cambiamento sottile e, al contempo, vulcanico che conduce alla scoperta del proprio potenziale e di quell’energia irrinunciabile che pulsa nelle nostre essenze.

Un cammino spirituale in cui ogni donna – e ciascun essere umano – muoverà inevitabilmente alcuni timidi passi nel corso della sua esistenza, giungendo, talvolta, a “tappe” della propria interiorità ignote e ricolme di inedite sorprese. Ed è proprio un itinerario intimo e catartico quello si dipana ne “Il Bosco di Eva”, il nuovo romanzo della scrittrice e ricercatrice di successo Selene Calloni Williams edito da Edizioni Studio Tesi (Edizioni Mediterranee).

A fornire l’abbrivio a tale processo, una visione fugace di Eva: quella di una «bimba del futuro», capace di accogliere nella sua figura il compendio del «grande cambiamento» già intrapreso da Eva e dalle altre donne della famiglia, ossia la nonna Bianca e la madre Lisa. Sarà, dunque, la stessa Eva a parlare e incontrare metaforicamente questa figlia «lontana, ma già parte del nostro mondo», cui si rivolge mediante una lunga lettera che reca con sé i ricordi e le esperienze vissute dalle tre generazioni coinvolte, di cui sono riportate le lotte, le gioie, le conquiste e le vitalità che, da sempre e in maniera inconsapevole, annunciano, preparandolo, il suo arrivo.

Nel corso della breve ma purificante narrazione, la memoria pone, così, in rilievo i dolori, le premonizioni e i drammi della componente femminea di una famiglia complessa, sempre dedita a uno “scavo introspettivo” foriero di mutamento e crescita personale e in grado di aprire sentieri e scorci verso mondi “altri”, tramite i quali rendere libera l’espressione di sé e imparare a «vivere con intensità». Un percorso interiore in cui il bosco – come si evince dal titolo – ricopre, inoltre, un ruolo essenziale, in quanto emblema di una natura selvaggia capace di atterrire e, insieme, condurre alla pienezza del nostro essere: un «luogo magico» e salvifico in cui incontrare la versione migliore di noi stessi, finalmente restituita al suo massimo potenziale energetico e alla sua totale accettazione.

Con uno stile raffinato, vivido e ricolmo di commovente bellezza, Williams avvolge, quindi, il lettore in un racconto stratificato e prismatico, in cui ogni storia riportata tratteggia – e testimonia – i contorni delle diverse fasi di un itinerario spirituale che scorge il suo culmine in una «bimba del futuro» ancora sconosciuta ma già presente in nuce. La quale, forse, rappresenta proprio quella parte di ciascun individuo ancora ignota ma latente, degna di essere conosciuta mediante l’ascolto e l’accoglimento sinceri di sé e un succedersi di passi piccoli, ma costanti, verso la dimensione maggiormente spirituale della nostra esperienza di vita. Quel luogo dove, con coraggio e fiducia, è possibile rinascere e avventurarsi nel proprio bosco.

Ne abbiamo parlato con l’autrice, che, con grazia e gentilezza, ci ha introdotto nel suo mondo letterario e spirituale, svelandoci i processi creativi e interiori alla base della sua opera letteraria.

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In primo luogo, da dove trae origine “Il Bosco di Eva”? Qual è stata la scintilla primigenia che ha ispirato la sua stesura e quali, invece, le fasi precipue del processo creativo?

“Il Bosco di Eva” è un libro che ho scritto venticinque anni fa, ma che ho tenuto, però, nel cassetto per decenni perché mi sembrava che non fosse mai il momento giusto per pubblicarlo. La scintilla da cui è scaturito è quella di diversi miei libri: l’opera del filosofo indiano Sri Aurobindo. Quest’ultimo è il padre del purna yoga, o yoga integrale: uno yoga evolutivo che punta alla manifestazione dell’uomo dopo l’uomo o super-uomo.

Da dove deriva la scelta di formulare la narrazione sotto forma di una lunga lettera? E perché l’interlocutrice scelta è proprio Eva?

Ero alla ricerca di un metodo attraverso il quale Eva potesse comunicare con una sua discendente, una “bimba del futuro” capace di incarnare una creatura nuova, più evoluta rispetto all’umanità presente: la lettera mi è sembrato il sistema migliore. Eva è una donna come me e come lei, come tutte noi.
Inoltre, uno degli elementi fondamentali affinché l’umanità possa compiere un reale passo avanti, qualcosa di cui c’è assolutamente bisogno oggi, è la depatriarcalizzazione della cultura: Eva rappresenta tutto questo.

Il romanzo potrebbe essere considerato alla stregua di una testimonianza delle diverse fasi che conducono ciascuna donna – e persona, in generale – verso una maggiore accettazione di sé e, contestualmente, alla realizzazione della propria rinascita. Quale ruolo ha il cambiamento, nel mondo odierno? E come possiamo abbracciarlo con serenità, soprattutto in un periodo storico ricolmo di criticità come quello in corso?

L’uomo dopo l’uomo di Aurobindo è l’uomo che, superando la separazione che la mente attua tra tutti gli opposti – a cominciare da luce e ombra, vita e morte –, ritrova la libertà e l’immortalità quali condizioni naturali dell’essere. L’immortalità consiste proprio nella fondamentale impermanenza di tutti i fenomeni. Infatti, la capacità di una cosa di svanire in un’altra evidenzia il suo essere in relazione con il tutto. Ciò che svanisce in qualcos’altro è immortale, si trasforma ma non finisce, diviene. La morte è unicamente nella resistenza allo svanire, non nello svanire in sé, che è sempre trasformazione. Il cambiamento, inteso come lo svanire di qualcosa in qualche altra cosa, è libertà e immortalità. L’umanità attuale è schiava di una mente “patricentrica”, iper-razionale, che, separando la vita dalla morte, blocca qualsiasi forma di vero cambiamento con la paura. Ma ciò che non cambia in questo universo – nel quale la sola constante, in verità, è il cambiamento – viaggia controcorrente rispetto alle forze naturali e di certo non se la passa bene, non ha una vita facile. Credo che sia giunto il momento per noi di considerare il cambiamento, quello vero. Un vero cambiamento è un cambiamento dello strumento degli strumenti: il metodo di pensiero. Abbiamo bisogno di una rivoluzione della coscienza.

Ciascuna donna tratteggiata nel volume percepisce in sé il germe di un potenziale inesplorato ma dalla forza tellurica. Lisa, per esempio, avverte una «energia nuova», e la accosta a sensazioni di libertà e saggezza, sporcando la stanza con la terra di un vaso rotto. Anche Lei è stata protagonista di episodi simili? Come è avvenuta la Sua “liberazione energetica”? E in quale modo possiamo accostarci alla nostra energia interiore e concedere a essa uno sfogo autentico?

Sicuramente dobbiamo ritrovare la nostra anima selvaggia, che è l’istinto, che abbiamo rimosso, represso per ragioni di controllo e di potere. Mi piace raccontare questo citando il mito di Minosse, il re di Creta che chiese al dio degli oceani, Poseidone, il potere sulla natura. Poseidone lo avvertì con non era cosa per lui, ma, alle sue insistenze, rispose mandandogli un toro bianco, simbolo del fatto che poteva provare il potere, ma che poi avrebbe dovuto restituirlo attraverso un sacrificio rituale. Minosse rifiutò di restituire il toro e da qui incominciarono tutti i suoi guai. Passifae, sua moglie, si innamorò del toro bianco e, chiusa in una giovenca di legno, si accoppiò con lui. Nacque il Minotauro che Minosse fece rinchiudere nel labirinto.

Teseo, il falso eroe, venne da Atene per uccidere il Minotauro. Teseo, però, è il falso eroe, perché rappresenta il bisogno di controllo sull’istinto. Se fosse stato il vero eroe, infatti, avrebbe detto a Minosse di restituire il toro bianco e di ristabilire in questo modo l’equilibrio primario, l’ordine universale, così da far finire i guai. Invece Teseo decide di uccidere il Minotauro e si serve, per questo, di Arianna, la sorella del Minotauro. Il Minotauro rappresenta proprio l’anima selvaggia di Arianna, il suo istinto. La donna, però, da questo allontanata, fa lo sbaglio di innamorarsi di Teseo, che a sua volta si serve di Arianna per uccidere la sua stessa anima, abbandonandola sull’isola di Nasso. In questo modo, l’eroe sarà perseguitato da grandi sciagure personali e familiari, mentre Arianna diverrà la sposa del dio ribelle Dioniso.

Diciamo che, in questo momento, siamo un po’ come Arianna sull’isola di Nasso: abbiamo perso l’istinto e non abbiamo ancora trovato Dioniso. Affinché Dioniso si manifesti a noi in una epifania di gioia, dobbiamo fare il nostro viaggio ctonio, sotterraneo, fino in fondo, dobbiamo attraversare la buia notte dell’anima con coraggio fino a che ci possiamo rendere conto che il buio è luminoso e che, in questa luce, dobbiamo assolutamente restituire il toro bianco: dobbiamo, cioè, rendere alla natura, all’anima, quel potere che ci illudiamo di poter esercitare attraverso una mente che si è separata dal cuore e dalla fede.
A questo fine, la meditazione e le pratiche sciamaniche, le tradizioni spirituali esoteriche dei popoli, possono fornirci molti strumenti utili. Venticinque anni fa, quando ho scritto “Il Bosco di Eva”, ho anche fondato l’Imaginal Academy, l’accademia degli “immaginalisti” che ha l’obiettivo di fornire una formazione alternativa, capace di aiutare gli individui a risvegliare la loro anima per condurre una vita davvero creativa e felice. La felicità, infatti, è cosa di questo mondo e la si può apprendere.

Bianca, invece, per tutto il corso della sua vita incontra una difficoltà opposta: non riesce a «giurare eterna fedeltà» al suo corpo – come invece faranno Lisa ed Eva – e limita il suo contatto con la dimensione fisica solo alla terra, da lei definita “Grande Madre”. Ma come conciliare corpo e spirito senza perdere le caratteristiche fondanti di ciascuno di essi? E come possiamo superare e rendere nutrienti quei limiti quotidiani che, spesso, inficiano la qualità della nostra esperienza esistenziale?

Affidarsi all’anima è anche affidarsi ai propri organi, perché il corpo e l’anima sono due aspetti della medesima realtà. Gli organi sono i nostri stessi antenati, ne conservano la memoria e, volendo risalire all’origine del tempo, al tempo mitico, gli organi sono gli dei. Diventano oggetti materiali per un bisogno di controllo e di potere che l’uomo attuale esercita sulla natura. Non è vero che il nostro cuore o il nostro cervello sono oggetti materiali. Certo, se un individuo prende in mano un organo lo percepisce come un oggetto solido, sostanziale, dotato di un peso e di un volume. I sensi sono operazioni mentali: vedere, sentire, toccare, gustare, odorare sono eventi mentali. Quando tocchiamo, odoriamo, sentiamo, è la nostra mente che filtra l’esperienza e la traduce secondo i propri schemi, i parametri della matrix. È la volontà di esercitare un controllo sulla natura che ci fa apparire l’organo come oggetto materiale.
Ovviamente un oggetto materiale può essere misurato, controllato, conosciuto dalla mente, mentre un sogno, un’apparizione non possono essere governati dalla mente. La mente non è un organo di decodificazione del reale: la mente è l’organo che plasma la realtà che abitiamo.
Affidarci agli organi ci dona anche la calma e l’equilibrio necessari per essere consapevoli durante il transito dalla veglia al sonno e dal sonno alla veglia. Ecco l’importanza di meditare sugli organi. Nel buddhismo theravada è conosciuta la pratica di meditazione sul corpo che consiste nell’immaginare gli organi e il loro movimento all’interno del corpo.

Grazie per questi preziosi suggerimenti. Continuando a parlare del libro, Bianca, Lisa ed Eva, sebbene in fasi dissimili della propria crescita personale e spirituale, incontrano, tuttavia, un ostacolo comune: quello relativo all’accoglimento della propria forza selvatica, di cui il bosco adiacente alla loro abitazione è emblema. Spontanea e inevitabile è, quindi, la correlazione con un libro fondamentale per quanto concerne tale tematica, ossia “Donne che corrono coi lupi” di Pinkola Estés. Secondo Lei, quali sono le modalità per far emergere la nostra “Donna Selvaggia”? Conoscerla può migliorare la nostra condizione di donne, anche a livello sociale?

Il calore psichico è anima selvaggia, istinto puro. L’anima selvaggia è il potere delle ossa, il respiro cosciente della Grande Madre. L’anima selvaggia si esprime nel cosiddetto “immaginale” o “liminale”, la zona che è tra l’inconscio e il conscio. In questo punto di incontro, conscio e inconscio, immaginazione e realtà non si scindono, ma operano in maniera fusa. Il fatto di aver cambiato la disposizione dell’asse del mondo e di aver messo sottosopra termini che si trovavano sullo stesso piano ha comportato il seppellimento della metà dell’universo, quella dell’anima selvaggia, dell’eterno femmineo, dell’Io istintuale. Ponendo l’asse del mondo in posizione verticale, noi non solo dividiamo due aspetti della medesima immagine, ma anche li separiamo e, alla fine, ne rifiutiamo completamente uno dei due. Questo rifiuto, o rimozione, ci rende difficile il recupero dell’immagine originaria. Per ritrovare il centro, dobbiamo prima recuperare gli opposti.
Per fare emergere la nostra “donna selvaggia” dobbiamo ri-orizzontalizzare l’asse del mondo e trasformare la morale utilitaristica che ci governa nel potere di inclusione. Certamente questo può aiutare tutte le donne oggigiorno.

Come sono state “scelte” le tre protagoniste del romanzo? E quanto vi è di personale in questo racconto intimo e catartico?

Sono state scelte per rappresentare più generazioni di donne e sì, c’è molto di me in ciascuna di loro.

A proposito della «figlia del futuro», invece: quali sono le sue valenze spirituali e filosofiche? Può essere considerata alla stregua di quella porzione di noi stessi che saremo in grado di conoscere solo quando avremo il coraggio di intraprendere il nostro percorso di rinascita? Oppure ha un significato maggiormente duttile e differente per ciascun lettore?

Rappresenta l’uomo dopo l’uomo di cui ci parlava proprio Aurobindo: il passo evolutivo che ci porta a superare “l’ometto in giacca e cravatta”, come lo definiva lui stesso, e a superare la mente iper-razionale, “patricentrica”, in favore di un metodo di pensiero ampliato, di uno stato di coscienza più vasto e libero.

Un ruolo primario è ricoperto, poi, anche dalla musica e, in particolare, dal violino di cui Eva è un’abilissima suonatrice professionale. La musica, e l’arte in generale, come può aiutarci a liberare il nostro potenziale profondo e inesplorato? E qual è stata la Sua esperienza, tramite la scrittura – e non solo?

“La bellezza salverà il mondo”, diceva Dostoevskij. Sicuramente l’arte, in quanto esperienza estetica, è l’esperienza del sacro, dell’amore. Riportare il sacro nel mondo attraverso l’esperienza della bellezza è ciò di cui abbiamo fondamentalmente bisogno, in quanto viaggiatori di un mondo desacralizzato.

Componente essenziale della rinascita è, inoltre, la morte, di cui il romanzo è pervaso fin dagli esordi. Secondo Lei, è possibile accoglierla nella nostra quotidianità con serenità e accettazione? E in caso affermativo, quali potrebbero essere i modi per affrancarsi dalla paura che essa reca inevitabilmente con sé?

La morte è simultanea rispetto alla vita ed è da questa inscindibile. Nella nostra civiltà desacralizzata, la morte è la sola vera “morta e sepolta”. Resuscitare la morte può affrancarci dalla paura e prepararci all’immortalità. La morte, infatti, è la migliore garanzia dell’esistenza dell’immortalità.

Lei è stata allieva di grandi maestri: quali sono i segreti e gli insegnamenti più importanti che ha tratto da essi? Ce ne può “donare” qualcuno?

“Fare anima”: questo è l’insegnamento migliore che ho ricevuto. Significa fare in modo che tutto ciò che è al di qua e tutto ciò che è al di là della Grande Soglia si incontri in un confine che non ha collocazione né di tempo né di spazio. Questo confine è la Terra di Mezzo, la Grande Medesimezza, e può essere simboleggiato dall’androgino. L’androgino è il simbolo dell’unione di morte e vita e di tutti gli opposti, esso è l’emblema della vittoria dell’amore sulla paura e dell’incontro con il sacro, il sacrum facere, la capacità di darsi, di offrirsi, di perdere tutto per avere tutto.

Quali saranno, infine, i Suoi prossimi progetti – letterari e di vita? E quali gli argomenti che intenderà esplorare nei Suoi futuri lavori editoriali?

Dopo molti anni dedicati al buddhismo theravada, allo yoga indù e allo sciamanismo turco-mongolo, adesso sono molto presa dal buddhismo esoterico giapponese. Credo che in futuro, quindi, esplorerò sempre di più le scuole buddhiste del Giappone.