[INTERVISTA] Visionary Days 2020: quali confini nel nuovo mondo?

“The Future We Want”: la quarta edizione dell’evento volta a ridisegnare i contorni del futuro, modellandolo secondo le idee, le ambizioni e le motivazioni di chi sa immaginarlo per renderlo concreto.

_di Federica Bassignana

In un mondo che impone confini, geografici, fisici, sempre più vicini, come le mura di casa, di una stanza, di una mente è sempre più urgente e necessario ampliare lo sguardo e abbracciare l’orizzonte del futuro, delle possibilità, del dialogo e del confronto. Quali Confini nel nuovo Mondo? È il tema della quarta edizione di Visionary Days di sabato 21 novembre 2020: un brainstorming collettivo di 10 ore a cui hanno partecipato 2500 giovani under 35 da tutta Italia e che si sono confrontati, suddivisi in tavoli di dialogo virtuali, sui cambiamenti che stanno vivendo e il futuro che condivideranno nei prossimi anni. Per la prima volta, l’evento si è svolto interamente online, nel rispetto delle norme volte a contenere l’emergenza sanitaria. Partito dall’ l’associazione Visionary di Torino, un gruppo di centinaia di ragazzi provenienti da tutta Italia, oggi coinvolge – per questa edizione solo virtualmente – anche Pavia, Napoli, Firenze, Genova.

Visionary Days è un esperimento di visione collettiva che fa incontrare giovani visionari per discutere, dialogare e pensare insieme a quale forma potrà prendere il futuro. Ogni tavolo digitale di confronto, composto da dieci partecipanti, ha riflettuto sulle tematiche Popoli, Società, Uomo, Mondo, Spirito declinate nei discorsi degli speaker –giornalisti, divulgatori, creators e influencer – in diverse sessioni, trasmesse in diretta streaming dalla Sala Fucine delle OGR – Officine Grandi Riparazioni di Torino.

È possibile rivedere la diretta dell’edizione qui: http://visionarydays.com/live

Le idee scaturite dai gruppi di lavoro su cui si è articola la maratona di dialogo sono state riportate in tempo reale, elaborate ed editate da Lee, l’Intelligenza Artificiale creata da Visionary: una piattaforma capace di ricevere centinaia di testi in contemporanea, leggerli, identificare la tematica e individuare le connessioni esistenti tra i diversi testi raggruppandoli in insiemi omogenei. La sintesi dell’intero confronto diventa un Manifesto Dinamico, libro che riporta tutte le idee e le visioni raccolte, sintetizzate dal software.

Per capire le motivazioni dei giovani visionari che hanno partecipato connessi dalle cinque città coinvolte da Visionary Days e per immergerci nelle emozioni da cui sono stati coinvolti, abbiamo raggiunto alcuni di loro: Cristina Musso, 25 anni da Torino; Kiril Fedi, 24 anni, da Genova; Martina Balsamo, 26 anni, da Napoli; Matilde Perego, 21 anni, da Pavia; Ilaria Ghaleb, 26 anni, da Firenze.

 

Perché partecipare a Visionary Days?

Cristina: La domanda forse dovrebbe essere perché non parteciparvi; questa per me è stata la terza edizione e, sembra impossibile, ma ogni anno rimango sempre più entusiasta. Visionary è uno spazio dove puoi esprimerti liberamente e in maniera consapevole, la stessa struttura dell’evento infatti ti porta per mano a scoprire nuove realtà che magari fino a quel momento ignoravi o non avevi mai approfondito. Ma è anche uno spazio di confronto e conoscenza a livello umano: per circa 8 ore fai parte di un tavolo con altri ragazzi che per te sono perfetti sconosciuti, ma è certo che a fine giornata ognuno di loro ti avrà in qualche modo arricchito.

Martina: Ho partecipato per curiosità! Quando ho visto che veniva proposto un brainstorming subito l’idea mi ha attirato. Man mano che ho letto notizie sull’evento la cosa si faceva sempre più seria: si sarebbe parlato di futuro, il mio futuro, il nostro futuro. C’è forse cosa più interessante di capire gli scenari futuri? Per me, no. Così ho deciso di candidarmi. Inizialmente, non mi sono sentita molto all’ altezza pensando a cosa avrei potuto dare io come “valore aggiunto”, tant’è che ho dichiarato di voler partecipare non tanto per dire la mia, quanto per ascoltare l’opinione altrui. Quel giorno poi, al contrario mi sono sentita adeguata, perché è un format che realmente lascia spazio e dà voce proprio a tutti.
Kiril: Partecipare a Visionary Days significa capire che il mondo non è fatto solo di adulti e che le scelte politiche ed economiche non possono non tener conto dei giovani e dell’impatto che esse avrebbero nel tempo, ovvero quando noi giovani saremo la classe dirigente. Partecipare significa anche dire che noi giovani non siamo quelli che vivono sulle spalle dei genitori e che non vivono passivamente il mondo da cui sono circondati. Significa dire che la nostra voce conta, le nostre idee contano.

Matilde: Visionary Days è un evento limite fra un TED talk e uno spettacolo teatrale: la grafica, le luci e gli effetti speciali incorniciano talks e dibattiti, in un’atmosfera quasi surreale. È un evento che permette di dimenticarsi del mondo esterno per un giorno, pur focalizzandosi proprio su di esso. È un’occasione per conoscere talenti, opinioni, desideri e sogni altrui. Insegna a dialogare nel rispetto dei tempi, delle idee e del vissuto dell’altro. È una conversazione a 2500 che mira a trovare una soluzione unica.

Ilaria: Visionary Days, oltre ad essere un prezioso mezzo per apprendere attraverso seminari ben costruiti e dibattiti interessanti, sono luogo di scambio e di incontro. Niente è lasciato al caso, gli interventi si susseguono modificandosi nell’argomento ma avendo sempre come sfondo il filo conduttore del tema principale; questo consente di non abbandonarsi mai alla noia e di portare agli altri partecipanti le proprie esperienze e idee, facendo sì che al termine dell’evento tutti i componenti dello stesso gruppo di lavoro si conoscano ad un livello più profondo.

Quali confini nel nuovo mondo, recita il tema di questa edizione. Quale era la tua idea a riguardo prima e dopo aver vissuto l’esperienza?

Cristina: Quando si parla di confini, facilmente si pensa a quelli geografici o politici, che esistono senza dubbio e forse sono i più evidenti; la giornata di Visionary mi ha fatta riflettere sui molti confini che abbiamo di fronte nella quotidianità, da quelli sociali a quelli interiori, che a volte consideriamo così normali da non vederli più.

Martina: A causa del Covid, prima di Visionary Days mi sentivo “confinata” e a un certo punto non era solo un problema di pareti. Grazie alle ragazze e ai ragazzi con cui ho condiviso quest’ esperienza, ho rivalutato alcune tematiche, e potuto pensare e pensarmi fuori dagli schemi. Credo che per ora, ancora esistano tanti confini, ma credo anche che tocchi a noi spingere tali “limiti” sempre un po’ più in là, così che diventino solo frontiere da varcare. Spero che sull’onda di quest’evento e dell’entusiasmo che vi è seguito, possano partire tante nuove e diverse iniziative/collaborazioni che fungano da traino per un impegno giovanile più concreto.

Kiril: Sono partito dall’idea che i confini fossero più materiali, fisici nella loro accezione più generica e che in qualche modo per abbatterli servissero azioni forti, quasi di portata storica (muri, scontri politici, scelte politiche). Dopo il confronto a Visionary Days ho capito che il confine è molto più subdolo, un nemico quasi invisibile come il virus. Il confine è tra me e il vicino, è non sapersi accettare e nascondere se stesso per apparire diverso, è la differenza del modus vivendi tra centro e periferie delle nostre città. Abbattere questi confini è molto più facile, meno costoso e ha un impatto ben maggiore che abbattere un muro. Una società che si accetta e che giova sullo stesso piano ha un valore aggiunto che vale più di ogni cosa.

Matilde: Prima dell’evento credevo che avremmo affrontato il tema dei confini nei vari ambiti (Popoli, Mondo, Uomo, Società, Risorse, Spirito, Azione) in maniera precisa e netta. Dopo l’evento, invece, posso dire di aver parlato dei confini più disparati, anche al di là della definizione classica, in modo più generico di quanto mi aspettassi. I talks sono stati specifici e puntuali, mentre ai tavoli di dibattito le domande e le discussioni vertevano su aspetti più generali e astratti. Si parlava spesso dei cosiddetti “massimi sistemi”.

Ilaria: Per me, il termine confine ha sempre avuto un’accezione geografica: era una linea tracciata con la matita sui fogli di carta trasparente alle scuole elementari, un muro invalicabile, un simbolo di divisione fra un pezzo di terra e un altro in cui i popoli vivono in maniera diversa. Ai Visionary Days questi concetti sono sì stati protagonisti di alcuni interventi (il binomio popolo-confine, il carcere separato dalla vita cittadina), ma si è dato anche molto spazio alla sua componente più astratta e spirituale: il confine come limite naturale dell’anima quando viene messa a dura prova da un evento negativo, e della mente, ogni volta che l’uomo davanti ad un problema ha superato le proprie barriere per riuscire a sopravvivere o a progredire nella scienza.

Quali visioni per il futuro, soprattutto ora che sembra così difficile avere prospettive?

Cristina: Visionary è anche la consapevolezza che le visioni le creiamo noi, il claim della giornata era “Future we want”, ed è esattamente questo, essere consapevoli che il futuro che vogliamo dobbiamo immaginarlo e attivarci per renderlo possibile.

Martina: Credo che la forza della dialettica di Visionary Days sia di partire dal presente. Quasi tutti gli ospiti sebbene proiettati verso il futuro, hanno dibattuto di tematiche all’ordine del giorno. Quest’ iniziativa non si propone di fornire una ricetta per il futuro, quanto motivare ciascuno di noi a trovare la giusta combinazione di ingredienti: mettere a disposizione le proprie competenze, mixandole con impegno civico e voglia di cambiare quello che si può cambiare con piccoli passi possibili. Certo è che da soli si fa poco, soprattutto quando si parla di cambiamento strutturale: per questo è importante essersi riconosciuti in altre persone, uomini e donne guidati da simili ideali e desideri.

Kiril: Costruire il nostro futuro è molto difficile specie se il mondo di oggi è maltrattato e governato da una classe politica (in Italia e nel mondo) che generalmente e banalmente è indifferente alle sfide. Noi giovani per fortuna siamo consci che il mondo non finisce tra 20 anni e che le scelte di oggi hanno un impatto forte su tutto e tutti. Costruire il futuro significa per esempio saper costruire una società più felice di vivere nel mondo. La sfida di noi giovani è dare risposte a tutti gli anelli della società e con le nostre idee far sì che ogni anello sia più forte di prima: del resto una catena è tanto forte quanto lo è il suo anello più debole.

Matilde: Dobbiamo essere creativi, allegri e impegnati. È difficile, nell’incertezza e nella noia di giornate tutte uguali, essere positivi, ma spetta a noi risollevare noi stessi e questo mondo un po’ incupito. Bisogna essere portatori di luce, di Sole. E lavorare insieme, mantenere i contatti. Cerchiamo, magari, nel nostro piccolo, di stilare una lista di obiettivi. Come l’agenda ONU 2030 (o copiamo quella!). È ancora bello avere vent’anni.

Ilaria: durante i Visionary Days è emerso un concetto molto interessante: la necessità dei giovani di tracciare le linee guida di un mondo che presto sarà in mano a loro, ma la difficoltà di poterlo fare proprio per una questione anagrafica. Siamo una generazione di uomini e donne consapevoli, viviamo a stretto contatto con gli effetti del cambiamento climatico e delle politiche sbagliate dell’ultimo secolo, siamo quelli che pur cresciuti in mezzo ad una crisi economica devastante e ad una pandemia, non hanno rinunciato ai propri sogni ed ambizioni. Il futuro deve andare di pari passo con scelte severe e concrete e molti ragazzi e ragazze di oggi, che hanno studiato, che hanno viaggiato, che hanno imparato e conosciuto, hanno tutte le competenze per prenderle.

Visionary Days in tre parole.

Cristina: Futuro, confronto, volontà.

Martina: Confronto. Scoperta. Speranza.

Kiril: Intrigante, ottimismo, voce.

Matilde: Immediato: ora, a discutere e pianificare. Nudo: il futuro. Soglia: di quale porta?

Ilaria: Visionary Days sono luogo di crescita.