[INTERVISTA] Gli infiniti mondi di LOGO

Magari i più attenti di voi hanno beccato il fighissimo video di Samurai nella loro newsfeed di Facebook o Youtube, eppure LOGO ci ha per prima cosa interessato per le sue liriche sghembe e l’atmosfera al tempo stesso arcaica ma anche molto contemporanea. L’abbiamo raggiunta per farci raccontare tutto ma proprio tutto di lei…

La prima che ci ha colpito di “SAMURAI” tuo primo singolo, sono stati quei tamburi che, quasi all’improvviso, hanno iniziato a salire e a prendere peso all’interno del pezzo, grosso modo all’incirca della strofa “Dai mi dirai di sì/ non digerisco i no”. Ecco, allora ci siamo chiesti, prima di passare dal via: non è che LOGO  ha una passione anche per la musica etnica e folk, perché qualcosa traspare da questo primo pezzo…

Nessuna passione per il folk o per la musica etnica in particolare. Mi piace sperimentare e col mio producer Simone Lanza, in arte Waxlife, l’abbiamo fatto contaminando mondi diversi. I tamburi di Samurai esprimono benissimo l’inquietudine velata che vuole trasmettere la canzone.

Ma torniamo con ordine all’inizio: artisticamente parlando come è nata LOGO?

LOGO sono io, è il mio soprannome. Fino ai primi anni di università cantavo in un gruppetto che faceva punk rock, poi ho suonato come turnista al basso coi miei amici The Van Houtens, per un po’, poi basta. Dopo l’università mi sono ritrovata sempre in viaggio per lavoro e la musica è scomparsa dalla mia vita. Grave errore. Dopo un po’ ho sentito l’esigenza di scrivere, suonare e cantare di nuovo. In un periodo molto brutto ho scritto tantissimi pezzi e ne ho cestinati un terzo. Due anni fa avevo tutti i pezzi e le idee chiare su quello che volevo fare, dovevo solo trovare le persone giuste e capaci con cui collaborare.

Foto di Matilde Stolfa

SAMURAI ha tutto un immaginario, anche per merito del video girato in un posto pazzesco come le cave di Tivoli, al tempo stesso primordiale ma anche ultra-moderno. Vorremmo dire post-apocalittico ma è davvero molto inflazionato in questo periodo: quali erano i sentimenti e, diciamo così, il mood che volevi donare con questo set?

Tutti i miei pezzi sono molto visivi. Per tanti possono essere criptici, ma per me sono una sceneggiatura di un immaginario che ho in testa. Immaginario che mia sorella Silvia, regista del video, comprende e controlla perfettamente. Volevamo un posto che non ricordasse nessuna città, nessun luogo familiare. Cercavamo un posto naturale, ma che mantenesse la brutalità dell’urbano. Io e Silvia arriviamo da Verbania, un posto famoso per l’estrazione del marmo e del granito, quando la produzione ci ha proposto le cave di Tivoli non ci sembrava vero. Era un cerchio che si chiudeva.

Foto di Francesca Emilia Minà

A proposito siamo curiosi di sapere una cosa: ma, tenendo conto degli ultimi sei mesi, quali sono i tuoi ascolti topici? Quegli artisti o band di cui proprio nelle ultime settimane non sei riuscita a fare a meno?

Ogni coinquilin* che ho avuto, purtroppo sa che ho un problema coi pezzi in loop. Samurai è in loop da quanto è uscita. Non mi stancherò mai di ascoltare le mie canzoni, è il motivo principale per cui scrivo e canto. Oltre alla mia Samurai, Satelliti di Brenneke è una canzone che in questo periodo particolare mi fa stare bene.

Foto di Matilde Stolfa

Come hai deciso di denominarti, per così dire, in caps lock, è una bella assunzione di responsabilità no…? 

Io di lavoro mi occupo di design. In un sito in costruzione si inserisce un testo “LOGO” nello spazio dove in futuro ci andrà il logo di un prodotto. Vedo LOGO in maiuscolo nella mia quotidianità, mi è venuto naturale, sono sempre io anche in questa scelta di dettaglio.

Sappiamo che hai iniziato come bassista e cantante, con un’attitudine punk. Non è che per il prossimo pezzo ti rivedremo inforcare di nuovo il basso?

Una cosa che mi hanno detto in tanti: nonostante i suoni distanti dal punk, nella scrittura di Samurai, si sente che arrivo da quel mondo lì. Non penso mi vedrete col basso al collo, ma sicuramente non smetto di essere punk.

Foto di Francesca Emilia Minà

In un momento come questo è un po’ paradossale parlarne ma, magari ci siamo sbagliati, abbiamo letto che hai fatto un piccolo tour in Sudamerica. Se non è un’allucinazione come è andata?

Parliamo del 2014, quando vivevo in Cile, suonavo in acustico con un ragazzo tedesco, Jonas, andavamo sempre in giro con la chitarra e suonavamo ovunque, in viaggio e a Valparaiso soprattutto. In Cile c’è una cultura musicale molto diversa: i live durano molto meno, ma hai l’attenzione di tutto il locale, non sei un sottofondo come qui. Puoi entrare, chiedere di suonare, si interrompono tutti per ascoltarti, poi te ne vai. All’inizio era tutto improvvisato, ma a un certo punto tutti i locali di Valparaiso hanno iniziato a chiamarci: facevamo un live a settimana, abbiamo dovuto sacrificare un viaggio per fare due date. Molto diverso dall’Italia: è come se lo stesso gruppo suonasse un sabato al Monk, il venerdì dopo al Pierrot Le Fou e poi al Largo Venue. Impensabile qui, ma in Cile è totalmente diverso, la gente ascolta molta più musica dal vivo.

Foto di Matilde Stolfa

Come ultima domanda ci siamo voluti tenere la più classica delle bombe di Maradona: ci potresti dire qualcosa sul tuo prossimo singolo?

Il prossimo singolo esce a metà aprile, si chiama Crampi di Battaglia. È un pezzo a cui ti affezioni e pensa che l’ho scritto alle 2 del mattino dopo una serata di merda. Da quella volta tengo sempre le note del telefono a portata di mano. Per me la musica ha ancora quella spontaneità lì, le cose belle non sai mai quando arrivano.

Foto di Francesca Emilia Minà