Morte di un commesso viaggiatore: Alessandro Haber emoziona in un dramma senza tempo

Prima al Teatro Verdi di Padova, poi al Goldoni di Venezia e adesso è pronto a partire per tutta Italia: è il commesso viaggiatore interpretato da Alessandro Haber.  È una co-produzione del  Teatro Stabile del Veneto e del Teatro Stabile di Bolzano  la mise en scène del testo più noto di  Arthur Miller, uno dei più importanti del teatro contemporaneo statunitense. Commuove e fa riflettere, disarma e stupisce nella sua attualità.

_di Valentina Matilde De Carlo

I grigi grattacieli newyorchesi si stagliano sul sipario del Teatro Goldoni di Venezia che al suo alzarsi, come in un’inquadratura cinematografica, ci lascia entrare in una delle tante villette di una lontana periferia, e poi, zoomando ancora di più, nel salotto di quella casa, rivelato nel cuore della notte. 

Willy Loman è tornato in anticipo da uno dei suoi viaggi di lavoro, perché il suo lavoro è fatto di viaggi, di lunghi spostamenti per le infinite strade d’America, di migliaia di chilometri macinati in una vita da commesso viaggiatore, avendo, come motore di tutto, un solo grande obbiettivo: vendere. Che altro deve fare altrimenti un commesso viaggiatore di una grande azienda americana come tante?  Riuscire simpatico alla gente per vendere e guadagnare, guadagnare e vendere. Questo è il mantra che Willy si ripete da una vita, ma ora, che ha 63 anni, i chilometri gli pesano sulle spalle e le  sue tasche sono ancora vuote, vede il suo grande sogno stingersi sotto i suoi occhi, come un effimero acquerello che svanisce sotto una pioggia di lacrime. 

 

Cresciuto senza radici, né valori, in un territorio giovane e scalpitante in cui il profitto e il successo dettano le leggi, Willy ha passato la sua esistenza tentando la scalata sociale, il guadagno facile e veloce, e insegnando ai suoi figli che la realizzazione economica è tutto: unico metro di giudizio, unica unità di misura della felicità. Per ottenerla non devi sudare, non devi impegnarti, né studiare, devi “essere vestito bene e fare bella figura”. E se non ci riesci? Allora sei un perdente. E se non ci riescono nemmeno i tuoi figli che, a dispetto dei tuoi insegnamenti, sognano una felicità che non è in vendita, fatta di lavoro vero e di merito? Allora sei doppiamente perdente.

In un andirivieni tra presente e passato, si svolge davanti agli spettatori la triste storia di una famiglia che si nutre di menzogna e sortilegio, che vive di assenze e che smette di comunicare, ciascuno rifugiato dietro la propria maschera, convinto di non poter essere capito… Un po’ pirandelliani, i personaggi di Arthur Miller cercano così di sfuggire alla pesantezza della realtà che incombe, continuando, fino all’ultimo, a costruire muri di finzione e a rimanere ingarbugliati nei loro dialoghi paradossali. 

Due generazioni a confronto, genitori e figli, gli uni che fanno l’impossibile per dare ai secondi ciò di cui essi sono stati privati, gli altri che, spesso inconsapevolmente, infrangono tutte le promesse, deludono tutte le aspettative, affossano tutte le speranze dei primi. Cos’è questa se non la storia universale che ogni famiglia si trova a vivere in ogni luogo e in ogni tempo, quella di quando i figli crescono e devono decidere cosa fare da grandi? Cosa se non il dramma interiore di ogni giovane che deve mettersi d’accordo con se stesso per non deludere chi gli ha donato tutto e, allo stesso tempo, non tradire i propri sogni?

Uno strepitoso Alessandro Haber nei panni di Willy Loman, accompagnato da Alvia Reale che interpreta la moglie Linda e poi Stefano Quatrosi, Fabio Mascagni, Beniamino Zannoni, Paolo Gattini…un cast che suggerisce affinità e un grande lavoro di squadra che emerge nei serratissimi dialoghi e cambi di scena, trasportando lo spettatore direttamente nelle teste e nei cuori dei personaggi, avvolgendo il pubblico con una velata patina di angoscia che si insinua scena dopo scena, in un climax ascendente che non lascia possibilità di lieto fine. La regia affidata a Leo Muscato riesce a mettere in scena un perfetto meccanismo a orologeria, che tiene viva l’attenzione e scatta nei punti giusti, circondato dalla bellissima scenografia mobile di Andrea Belli.

Morte di un commesso viaggiatore (Death of a Salesman, 1949) è un classico della drammaturgia e dunque, per definizione, un’opera senza tempo, più che mai attuale in una società fagocitata dal consumismo, in cui il denaro è pivot di ogni meccanismo e in cui la lotta per il successo e la prevaricazione sull’altro iniziano già nell’età dell’infanzia.  A qualcosa che domina corrisponde sempre qualcosa che soccombe, e a farne le spese sono, sul palcoscenico e nella vita, i sentimenti, la comunicazione, le relazioni autentiche, i sogni sinceri… Volutamente affatto consolatorio e aspro, Morte di un commesso viaggiatore ci parla senza mezzi termini e ci mette di fronte ad una realtà amara, fatta di false piste e strade chiuse, ma forse, tra una battuta e l’altra, ci lascia anche qualche indizio per ritrovare l’uscita, quella vera, del labirinto.