[INTERVISTA] Daniele Fabbri: “Lo stand up comedian è un amico che ti dice le cose con il cuore”

Lo stand up comedian romano è stato ospite del collettivo Torino Comedy Lounge per presentare, agli spettatori di Off Topic, il suo acuto, irriverente e riflessivo “FAKEminismo”.

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_di Roberta Scalise

È possibile trattare dell’universo femminile in maniera originale, senza offendere le sue sfumature e non cedendo alle caratteristiche battute inflazionate, banali e corrosive? E se sì, come?
Sembra averne carpito il segreto Daniele Fabbri, stand up comedian romano – tra i più seguiti e apprezzati del panorama nazionale, sulla scena fin dagli esordi italiani di tale forma di comicità – recentemente ospitato dal collettivo Torino Comedy Lounge per presentare al pubblico torinese il suo nuovo spettacolo, “FAKEminismo”: monologo che ha registrato, sul palco di Off Topic, un doppio sold out e ha irretito i suoi spettatori in una commistione, lunga due ore, di risata autentica e riflessione acuta circa le contraddizioni, le idiosincrasie e le controintuzioni che il mondo contingente sembra nutrire a proposito del femminismo e delle sue declinazioni.

Tratteggiando, così, una disamina attenta, ironica e anticonvenzionale che è risultata capace di fronteggiare, con delicato rispetto, sia gli aspetti precipui dell’odierna lotta femminista, sia le fragilità e le machevolezze degli uomini, e che è stata, inoltre, corroborata dal fervore e dal carisma di un comico onesto, sensibile e curioso: fautore di uno sguardo lucido, irrisorio e aderente che ha disordinato gli animi e ha saputo condurre tutti gli astanti a un imprevedibile effetto sorpresa conclusivo.

Soddisfatto dei due spettacoli torinesi?
Moltissimo! In realtà, devo ancora capire perché a Torino ci sia questa richiesta fenomenale dei miei spettacoli. Neanche a Roma c’è tanta attesa! Ogni volta che pubblicavo una data, infatti, ricevevo una moltitudine di commenti riportanti: “Sì, ma: a Torino, quando verrai?”. Evidentemente, per qualche motivo, ho un umorismo sabaudo che non sapevo di possedere. Dovrò trasferirmi qui: in effetti, non capisco perché non l’abbia già fatto! [ride].

Ma qual è l’urgenza che ti ha condotto a elaborare “FAKEminismo”?
I motivi sono essenzialmente due: uno professionale e uno personale. Per quanto riguarda il primo, questo si riconnette al fatto di aver letto, per un certo periodo, una sequela di pareri, principalmente sui social, di donne – comiche e non – che, a proposito di spettacoli televisivi e simili, si lamentassero circa la “banalità” di determinate battute inerenti al mondo femminile. La mia considerazione, allora, è stata: sarebbe possibile trattarne in maniera diversa? E se sì, come? Di qui, ho iniziato a indagare e a cercare di capire se un maschio eterosessuale potesse parlare delle donne, in un monologo teatrale, senza risultare, a queste ultime, antipatico.

A questa motivazione si è, poi, affiancata quella personale, ossia il fatto di essere tornato single dopo molti anni e di aver iniziato a interfacciarmi nuovamente con una grande quantità di persone nuove – di cui molte ragazze –, attraverso le quali ho scoperto che una certa consapevolezza della cultura femminista stia cominciando a essere particolarmente diffusa: le donne, infatti, non dimostrano più un fastidio “generico”, ma parlano dei disagi legati al sessismo facendo riferimento ai codici di una nuova cultura, ossia quella femminista, appunto.
Se voglio continuare a interagire con le donne, dunque, non posso ignorare queste tematiche, alle quali mi sono avvicinato per comprendere sia quali fossero i punti edificanti, sia quali fossero, invece, quelli critici.

Perciò, a proposito dello spettacolo, ho pensato che la cosa più divertente da fare fosse pormi nei panni di un uomo che prendesse alla lettera ciò che il femminismo afferma e ragionare sui motivi per i quali sia così difficile applicare certi assunti dello stesso, anche se generalmente considerati veri e condivisibili.

 

Come ti sei preparato?
Ho letto un sacco di libri, ho parlato con una grande quantità di femministe – tra amiche e personaggi di spicco – e, soprattutto, ho fatto leggere alcune parti del monologo a svariate persone prima del debutto. La cosa più curiosa e istruttiva è stata il fatto che le tutte critiche istruttive che ho ricevuto si contraddicessero l’una con l’altra: se avessi radunato intorno a un tavolo tutte le donne cui ho chiesto un parere, si sarebbero fatte la guerra [ride]! Ciò mi ha fatto capire che la questione sia molto composita, e che tale complessità sia in parte motivata dal fatto che attualmente la lotta femminista sia un avamposto che nutre necessità di imporsi, ma non risulta ancora perfetto. Per questo motivo, vive nella dualità di doversi opporre al potere maschilista, da un lato, e di risolvere le contraddizioni interne ancora perfettibili, dall’altro.
Condizione che, per un comico, è perfetta, perché crea un contrasto naturale, e già esistente, di cui poter parlare rispettandone la dicotomia endogena: tenere a mente questa conflittualità è fondamentale.

Perché hai scelto questo titolo? “FAKEminismo”, infatti, potrebbe risultare, di primo acchito, fuorviante.
Mi piaceva che gli spettatori giungessero con un’idea che sarebbe stata, poi, totalmente tradita. Nello specifico, mi stuzzicava il fatto che gli uomini, tendenzialmente, sarebbero venuti con la convinzione di assistere a un monologo che sparasse a zero sulle femministe e che, una volta in sala, si sarebbero ritrovati di fronte a uno spettacolo che, in realtà, ridicolizza la sicurezza maschile ma lo fa in maniera ironica, sincera e amichevole. Per questo, cerco di fare in modo che gli uomini giungano a una libertà tale da consentire a se stessi di ammettere le proprie debolezze. Siamo dei coglioni: non c’è nulla di male, basta dirselo con serenità!

Al contempo, però, mi piaceva anche l’idea che le donne arrivassero con un grande sospetto e trovassero, in seguito, una situazione totalmente opposta: far vedere loro che si sbaglino, infatti, è un sollievo molto più grande e permette alle donne di “rilassarsi” e abbandonare la tensione iniziale. Per me, infatti, è importante far provare l’esperienza di “abbassare la guardia”, mostrando come si possa parlare di un tema del genere senza offendere la sensibilità del pubblico femminile.

Il significato del titolo, dunque, si può comprendere bene solo alla conclusione del monologo: sono un uomo, quindi non posso e non devo essere io il paladino del femminismo, ma mi dimostro simpatizzante, quindi va bene!

E questo “abbassamento della guardia” provoca, talvolta, anche dei momenti di non-risata, che conducono a una riflessione profonda.

Sì. Nella parte conclusiva dello spettacolo, che è l’unica in cui ripropongo tutte le affermazioni che, secondo me, sono sbagliatissime, non inserisco volutamente nessuna battuta.
Il monologo dura un’ora e venti, e, per un’ora e venti, io ammetto, sostanzialmente, che il 98% di ciò che la lotta femminista rivendica non sia solo ovvio, ma anche, e soprattutto, sacrosanto, ma ci sono altri aspetti, marginali e dolorosi, che sono pericolosi.
Il fil rouge dello spettacolo è la volontà di far venire il dubbio, per cui ho costruito tutto il monologo affinché una femminista convinta possa fidarsi di me. È per questo che, nella parte finale, ho deciso di sospendere, per due minuti, la comicità, perché era fondamentale che nemmeno io ridicolizzassi i lati più perniciosi del sessismo, dell’odio di genere e delle sue conseguenze.

E le tue colleghe, come hanno reagito?
Per adesso, bene! Ciò che mi dispiace è che molte si siano stupite di sentir parlare un uomo in questo modo, perché denota il fatto che siamo culturalmente molto indietro. Non dovrebbe essere una “figata” parlare di queste cose, ma la normalità.

E critiche, ne hai ricevute?
Quasi tutte inerenti solo al discorso relativo alla parola “femminicidio”: una parola importante per denotare e delineare un certo tipo di “fenomeno”, ma da utilizzare, secondo me, con attenzione, perché spesso l’uccisione di una donna porta a un odio generalizzato nei confronti del genere maschile che risulta ingiustificato. I termini sono importanti, ma una volta conclusa la battaglia, le parole – così come le armi – si devono deporre.

In generale, tuttavia, la maggior parte delle critiche che mi sono sopraggiunte si è dimostrata equilibrata e derivante da persone che hanno interiormente vivo quel conflitto. Un conflitto che, anche in me, è in atto, e che porto sul palco.

In questo senso, la soddisfazione più bella mi è stata data da una ragazza che, una sera, alla fine del mio monologo, mi si è avvicinata per dirmi che la sorella fosse stata uccisa dal suo ex compagno e che, in famiglia, la parola “femminicidio” – diventata ormai identitaria – le avesse sempre dato fastidio, e che il mio discorso le fosse stato utile per discernere i due aspetti e capire che lei volesse essere arrabbiata con l’omicida della sorella, ma non con i maschi nel loro complesso. Sentire quella parola spiegata in quel modo le ha, dunque, fatto capire il motivo per cui si sentisse a disagio con la stessa, e l’ha aiutata a separare le due cose. E aiutare una persona che ha vissuto questo dramma ad avere una piccola catarsi è, dal mio punto di vista, ciò che dovrebbe conseguire il mio lavoro.

Facciamo, ora, un passo indietro e parliamo del tuo rapporto con la comicità: sul tuo sito, per esempio, ti definisci “comico indie”. Ovvero?
In realtà, dovrei cambiare questa definizione, perché quando l’ho scritta il termine “indie” non era già così mainstream. Con essa, comunque, intendevo la volontà di costruire una carriera incentrata il più possibile sull’autoproduzione: vivo molto male le limitazioni provenienti dal mondo dell’editoria e della televisione, perciò il mio modo di costruire il lavoro si pone come indipendente nel senso stretto della parola.

Tu hai iniziato come cabarettista nel 2003, hai presentato il tuo primo spettacolo comico nel 2005 e, nel 2007, hai scoperto la stand up comedy. Com’è nata la passione per quest’ultima? E che cosa ti ci ha fatto avvicinare?
Ho iniziato a fare il comico in duo con un mio compagno di studi del Teatro Fisico in cui studiavo, e con il quale abbiamo portato in giro, per un po’, uno spettacolo di cabaret, grazie al quale abbiamo anche vinto premi importanti. A me, però, è sempre piaciuta la forma del monologo, per cui, dopo poco, me ne sono discostato.

La stand up comedy, invece, l’ho scoperta per caso, guardando uno dei primi documentari complottisti che circolavano su internet, in cui era inserito il pezzo di un comico americano, Bill Hicks, che, tra l’altro, era identico a uno dei miei monologhi preferiti di Daniele Luttazzi. La mia prima reazione, quindi, è stata: “Oddio, chi è questo americano che ruba le battute a Luttazzi?!”. Poi, invece, mi sono informato e ho capito chi fosse e a quale genere appartenesse e, così, ho conosciuto tutti i comici della stand up americana, comprendendo che quel tipo di umorismo che io cercavo di fare e che nessuno mi incoraggiava a perseguire in realtà esistesse nel mondo, ma non in Italia.
Di qui, mi sono rincuorato, ho scritto il mio primo monologo, “Farla franca negando l’evidenza”, e l’ho fatto vedere a un po’ di amici nel corso di tre serate romane andate benissimo, e mi sono detto: “Ok, questa cosa si può fare, anche se non so ancora dove”. E ho cominciato.

Nel 2009 sei stato tra i fondatori del noto gruppo di stand up comedian “Satiriasi”: come sono stati quegli anni?
Controversi. Da una parte, hanno creato la prima ondata del fenomeno e hanno dimostrato fosse possibile fare una comicità diversa da quella conosciuta fino a quel momento, ossia la versione televisiva; dall’altra, però, per tutta una serie di motivi, in quel periodo la stand up comedy ha iniziato a essere identificata, erroneamente, alla stregua della satira. E questo mi ha creato dei problemi: io faccio satira perché mi piace, ma apprezzo anche la stand up comedy che affronta non solo gli aspetti più complicati, ma anche quelli maggiormente semplici. La cosa bella di questa arte è, infatti, la possibilità, per ogni comico, di parlare di se stesso e di cercare l’onestà. È una forma di comicità individuale che non parla per stereotipi, bensì per vicende personali. Ma arrivare a tale “accettazione” è un percorso difficile.

Qual è, dunque, secondo te, lo stato di salute attuale della stand up comedy?
Dal mio punto di vista, è un po’ in bilico. Rischia di divenire di moda, ma, per fortuna, non ci sono così tanti comici bravi da consentire che essa diventi una “moda” in maniera indiscriminata. La qualità è molto alta e il confronto è evidente, quindi credo sia difficile, per ora, che diventi tale.

E quale significato possiede, per te, la stand up comedy?
Per quanto mi riguarda, è la forma più popolare in assoluto per comunicare tematiche importanti e per far venire voglia, attraverso la comicità, di dibatterle e di approfondirle. La stand up è un modo per crescere, per parlare alle persone come se si fosse tra amici, ma facendolo in un modo più profondo, utile per costruire le nostre coscienze, scandagliare i nostri sentimenti e analizzare i nostri pensieri.
Lo stand up comedian è un amico che ti dice le cose con il cuore.

Ci sono, invece, dei limiti che non possono essere valicati, a livello tematico?
Non esiste nessun tema che non possa essere affrontato. La stand up comedy, anzi, deve parlare proprio delle cose che la gente fa più difficoltà a fronteggiare: è facile scherzare su qualcosa che è divertente di per sé. Chi svolge questo mestiere, invece, ha una forte influenza, e sfruttare quest’ultima a fin di bene – senza vestirsi di una responsabilità precipua – è il cruccio che ogni stand up comedian dovrebbe porsi, perché migliora la vita delle persone cui si riferisce. Una capacità dovuta al mezzo che, se sfruttato bene, può apportare molti vantaggi a chi ascolta.

Possiamo dire che tu sia un veterano del genere. Nel corso degli anni, però, il tuo approccio alla stand up comedy è mutato? E se sì, come?
Questa cosa che mi si debba sempre ricordare che sono vecchio… [ride].

Sì, il mio approccio è cambiato, ma non a causa di una maggiore maturità circa la stand up, bensì per merito di una maturazione personale. Ho, infatti, iniziato a scrivere di umorismo e satira quando avevo poco più di 20 anni, prefiggendomi un risultato culturale: ragionavo in assoluto, in maniera astratta, come se il mio materiale dovesse già finire sui grandi canali televisivi.

Con il tempo, tuttavia, ho cominciato a ricondurre il tutto alla mia dimensione personale e a chiedermi che cosa avrei detto a un amico a proposito di un determinato argomento, iniziando, così, a considerare il pubblico proprio come se fosse un amico della mia comitiva adolescenziale. Questo mi ha, dunque, permesso di cambiare l’approccio con gli spettatori e di rivolgermi a questi ultimi non come se fossi una “autorità”, bensì al pari di un loro amico sincero.
E tale cambiamento di prospettiva ha mutato anche la cernita delle tematiche di cui parlare: non le cose importanti da dire e che la gente approverebbe, bensì quelle per cui un conoscente mi direbbe “Grazie”.

Quindi la stand up ha cambiato anche il tuo modo di vedere la vita?
È cambiato il mio modo di commentarla, la vita. Il modo di osservare le cose e il rilievo da dare alle stesse: da “Che cosa è bene fare” sono passato, infatti, al quesito “Che cosa mi fa crescere come persona”, consentendomi di adottare, in tal modo, un atteggiamento meno teorico e più sentito.

È, infatti, essenziale che io faccia qualcosa in grado di farmi provare sentimenti migliori nei confronti delle cose, e questo non si fa con la logica, ma con la persuasione e l’empatia. E proprio cambiare il modo di empatizzare mi ha fatto divenire anche una persona e un cittadino migliore.
Dunque, ho semplicemente cambiato il filtro.

A proposito dei tuoi monologhi, invece: come nascono e quali sono le fasi precipue della loro gestazione?
A dirigermi sono una parte molto tecnica e una molto emotiva.
Per quanto concerne la prima, essa mi porta a essere un “raccoglitore di appunti” compulsivo: tutte le volte in cui penso anche solo a una frase che possa essere funzionale per veicolare qualcosa, sento l’urgenza di scriverla e fermarla su carta. Perciò, accumulo continuamente materiale.
Quando, invece, mi predispongo alla scrittura di un monologo, lascio libero il mio stato d’animo e cerco di intercettarlo e capirlo, esaminando i pensieri e le ossessioni cui rivolgo l’attenzione. Cerco, allora, di comprenderne le motivazioni e, in seguito, decodifico le mie emozioni correlate, quindi scandaglio il mio “magazzino di appunti” e intercetto tutto ciò che, consciamente o inconsciamente, avevo già pensato o trascritto. Di qui, organizzo, poi, il materiale, ponendomi nei panni di una persona che chiama il proprio amico e dice “devo assolutamente parlarti di questa cosa perché non riesco a togliermela dalla testa”.
Il risultato è una commistione di pensiero e battute, dal quale costruisco, in seguito, il mio repertorio.

Ma come intuisci che il tuo monologo sia pronto?
Ora, l’esperienza, un po’, mi aiuta, ma, in generale, un monologo è pronto quando dopo una decina di prove dello stesso, percepisco, almeno tre o quattro volte, la sensazione che “Stasera, questo pezzo, farà ridere moltissimo il pubblico”. Significa che sono talmente tanto sicuro di quello che sto facendo che non sono più nella fase di ricerca, ma in quella dell’affermazione. Da quel momento in poi, il monologo è fatto.

Tra quando lo scrivo e quando inizio a farlo, invece, partecipo agli open mic – in particolare, allo “Stand up comedy garage”, ossia la serata di open mic che Fabbri gestisce a Roma, ndr –, nei confronti dei quali lo spirito è sempre lo stesso di dieci anni fa: ho un’idea, la provo, intercetto le emozioni e affino. Ora, certamente, l’esperienza coadiuva, ma un salto nel buio, in ogni caso, c’è sempre, ed è preziosissimo. Questo, infatti, è un tipo di lavoro che si fa cercando di carpire le reazioni degli spettatori, e ciò è possibile solo esibendosi dal vivo.

Hai mai avuto momenti di titubanza o piani B?
Uh, sempre! Piani B, piani C, avoja… Per quanto concerne questo spettacolo, nello specifico, fino a mezz’oretta prima del debutto pensavo di aver sbagliato tutto. La titubanza, a mio avviso, sopraggiunge quando si inizia a presentare il prodotto unico, nel suo complesso, e non nelle sue scene segmentate. L’incertezza c’è sempre, soprattutto quando si trattano temi molto caldi: in tali casi, ormai sono sicuro della qualità comica dei miei monologhi, però lo spettacolo non è fatto solo di battute, ma anche di suggestioni emotive, stimoli, sensibilità, e, per quanto possa essere attento, in ogni caso mi scontro con i sentimenti di tutti gli astanti, perciò è facilissimo che qualcosa non riesca a intercettarlo.
In questi contesti, mi rassicuro, in qualche modo, sperando che si percepisca la mia volontà di non voler sfidare i sentimenti stessi, ma di avvicinarmisi: non utilizzo mai un atteggiamento offensivo, bensì amichevole, perché mi auspico che lo spettatore capisca le mie intenzioni e che, pur essendo discordanti a proposito di un certo argomento, non vi sia mai il desiderio di umiliare, ma di empatizzare.

Circa questo aspetto, cerco sempre di avere attenzione: non c’è mai un tentativo di antagonismo, ma solo la volontà di stare tutti insieme, senza nessuna accusa, vedendo solo il lato ridicolo di certe convinzioni.

Nonostante gli anni di carriera, vi sono ancora “maestri” cui guardi e ai quali ti ispiri?
Sì, ma in senso lato. Non amo il concetto di autorità ed emotivamente sento di dovermi proteggere da questa concezione. Ciò che mi aiuta, perciò, non sono punti di riferimento fissi, ma, al contrario, il rinnovamento degli stessi e stimoli e punti di vista sempre dissimili.
Sarà a causa della mia formazione religiosa, ma, quando sento di provare estrema ammirazione nei confronti di qualcuno, cerco di difendermi istintivamente e di porre il mio sguardo altrove. Quindi, è un continuo cercare, in favore della novità.

E con il palco, quale rapporto hai?
Per me, il palco è un sollievo: in quanto iperattivo e dotato di un livello di concentrazione molto elevato, sono una macchina di mero stress per me stesso.
Perciò, paradossalmente, il palco è l’unico spazio della mia giornata in cui posso essere concentrato solo sullo spettacolo e sul pubblico: è un modo per divertirmi, spegnere il cervello e vivere la pienezza dell’emotività del gioco. È come andare sulle giostre, dove non c’è riflessione, pensiero o ragionamento, ma solo “Aaaah!” [mima]. Io me lo vivo così. Non vedo l’ora di salire sul palco: non lo temo, lo bramo.

Immagino, quindi, che questa iperattività sia la spinta propulsiva di tutti i tuoi altri interessi…
Sì: è proprio per questo che faccio il comico, il fumettista, lo youtuber, l’autore…

Non ti annoi mai, quindi!
No, dovrei annoiarmi un po’ di più [ride].

A questo punto della tua carriera, quali sono, infine, le tue ambizioni? Che cosa ti auguri per il futuro?
Oltre all’accrescimento della mia carriera seguendo questo filone – con la speranza che ogni anno sia migliore del precedente –, il mio unico obiettivo è allargare ciò che sto facendo a livello internazionale: scopo che mi impegnerà per tutta la vita è, infatti, quello di interfacciarmi, attraverso l’umorismo, con le culture del mondo intero, provando ad affrontare con il medesimo spirito con cui metto in discussione la mia cultura anche i sistemi di valori delle altre nazionalità.

L’idea, quindi, sarebbe quella di recarsi in tutti i paesi del mondo, esplorarli, viverli, conoscerli, e, poi, essere capace di fare, con quel linguaggio, quella cultura e quella comicità, ciò che ho fatto qui in Italia, ossia invogliare le persone a fronteggiare le proprie debolezze, le proprie paure, i propri tabù con la risata.

Un obiettivo talmente vasto che so che non mi basterà un’esistenza intera per realizzarlo e portarlo a termine: meglio, ho già un programma di vita finché campo! [ride].