[INTERVISTA] Al di là del bene e del male: “Gli immortali” di Alberto Giuliani

Abbiamo intervistato il fotografo, giornalista e regista che ha conosciuto e osservato i nuovi – e talvolta insospettabili – scenari della scienza moderna, mosso da un’insanabile curiosità e dal desiderio di ricercare il suo “uomo del futuro”, capace di evitarne la predetta morte “prematura e violenta”.

_ di Roberta Scalise

 

«Anni fa, sulle rive del lago Bajkal, in Siberia, una donna mi lesse la mano. E un paio di anni dopo, nell’autunno del 1999, un bramino della città sacra di Vrindavan, in India, guardò nel mio futuro. Entrambi mi raccontarono delle stesse gioie che mi avrebbe riservato la vita. E della morte. Prematura e violenta. Che dovrebbe cogliermi tra poco. Il bramino mi consigliò di portare uno zaffiro giallo all’indice della mano destra: “Quel giorno ti aiuterà a scegliere tra la vita e la morte. E un uomo del futuro ti indicherà il giusto cammino».

Inizia così il peregrinare fisico e narrativo di Alberto Giuliani, fotografo, giornalista e regista autore del volume, edito recentemente dai tipi de Il Saggiatore, “Gli immortali – Storie dal mondo che verrà”: il resoconto del suo vagare incerto, perpetrato negli anni e costellato di paure e riflessioni, finalizzato a rintracciare il volto del cosiddetto “uomo del futuro” in grado di allontanare le nubi della morte e illuminarne, al contempo, la rotta per l’accettazione.

Un itinerario dai contorni sfocati, emotivi e talvolta amari, che si dipana lungo i binari dell’odierna ricerca scientifica e incontra gli artefici del futuro dell’umanità: dagli astronauti della NASA che si apprestano a vivere su Marte, compiendo “prove generali” di sopravvivenza alle Hawaii, alla crioconservazione umana operata a Phoenix e Detroit; dai bunker utilizzati alla stregua di veri e propri “appartamenti” contro la catastrofe incombente, siti nel South Dakota e nel Kansas, agli studiosi del cambiamento climatico accampati tra i ghiacci polari delle isole Svalbard; fino alla foresta tropicale riprodotta e ospitata in cupole di acciaio e plastica della Cornovaglia, agli “uomini perfetti” della robotica di Osaka e alle sofisticate tecniche di clonazione attuate in Corea.

Un campionario di personaggi ambigui, illuminati e visionari, dunque, riuniti in un caleidoscopio di storie e tracciati esistenziali che si nutre di una narrazione stratificata e multiforme, la quale assume talvolta le sembianze di un racconto di viaggio, talvolta quelle di un mémoire lucido e riflessivo, ma appare sempre sostenuta da uno stile fluido e pervasivo che rende il resoconto un variegato e curioso romanzo corale dalla profonda forza evocativa. Una potenza immaginifica che, inoltre, non manca di accarezzare anche i bordi spaventevoli del racconto fantascientifico, dipingendo scenari e contesti così – apparentemente – slegati dallo scibile umano che il lettore quasi stenta a credere che siano reali e fattivi – e non solo auspicabili.

Ne abbiamo parlato con l’autore, che, in seguito a un viaggio lungo e tortuoso, ha scoperto che “l’uomo del futuro” non fosse, da lui, poi, così distante e che ne reggesse, anzi, “il timone della vita”.

In primo luogo, come e quando è nata l’esigenza di trascrivere la tua esperienza e porgerla al grande pubblico? Quale intenzione ti ha motivato?

Il mio mestiere è sempre stato quello di raccontare storie per i giornali. Così, durante i miei viaggi, ho scritto spesso di ciò che vedevo per diverse testate nazionali e internazionali. Non avevo mai pensato, però, di tramutarlo in un libro, perché la mia volontà era semplicemente quella di risolvere il mio problema, sostenendo il mio andare – anche da un punto di vista economico – con ciò che ho sempre fatto, ossia scrivere e fotografare.
Fu, poi, il direttore del Il Saggiatore – che non conoscevo – che, un giorno, mi chiamò e mi invitò a pensare a un libro, finalizzato a condividere la mia esperienza. In questo modo, è nato “Gli Immortali”.

Il tuo viaggio non è solo un itinerario alla scoperta degli “uomini del futuro” ma, considerata l’elevata quantità di momenti toccanti e riflessivi, appare anche essere un’esplorazione dei meandri emotivi propri dell’umano: che cosa hai scoperto di te, del tuo carattere e del tuo “animo”, lungo il percorso?

La perseveranza: questa è stata forse la scoperta più grande che ho fatto di me. In essa, infatti, risiede la capacità di andare avanti fino alla fine delle cose, senza paura, come chi non ha più niente da perdere. O forse come chi insegue l’unica cosa importante: la vita. Che poi, in fondo, è il senso stesso del viaggiare.

Dopo aver incontrato Elaine, decisa a congelare il proprio corpo in vista di un’auspicata immortalità e di un futuro migliore, affermi che sia «pericoloso contraddire i sogni, perché è su quelli che ognuno di noi fa crescere l’albero della propria vita. Le radici succhiano nutrimento dalle fantasie e ci tengono in piedi nelle tormente di ogni giorno». Questo lungo e vorticoso viaggio ha contraddetto qualche tuo sogno? Oppure ne ha generati altri? E quali sono i tuoi desideri, ora?

Poteva succedere, invece mi ha donato nuova vita – anche nel senso proprio della parola – e ha ingrandito le mie fantasie. I desideri sono molti, ma se dovessi stilare delle priorità – che poi rispondono anche al contrario delle paure –, direi che la felicità di mio figlio occupa il primo posto. E il fatto che la mia morte sia lieve e veloce, forse occupa il secondo. In mezzo, vi sono tutte le cose che vorrei fare, le persone che vorrei abbracciare, e per le quali una vita intera non basterebbe.

L’aver osservato da vicino le modalità con cui gli uomini intervengono sulla vita e sulla morte, poi, in quale misura ha modificato il tuo approccio alle stesse? L’amore, come si evince dalle pagine finali del testo, può davvero configurarsi come l’antidoto alle nostre più grandi paure? 

L’amore può tutto. Davanti all’amore, anche la morte ha paura. Davanti alle capacità o alle potenzialità della scienza, invece, rimango inerme. Sono d’accordo con il professor Xu, quando afferma che la scienza non sia né buona né cattiva: essa è una conseguenza del pensiero, e come tale è semplicemente umana. Nonostante tutti gli sforzi, tuttavia, la scienza non ha ancora cambiato il modo di vivere le nostre emozioni, quindi la mia vita è rimasta la stessa. Forse, aver superato il problema della morte mi ha donato un po’ più di leggerezza, ma non abbastanza per essere incosciente – condizione che, però, non mi dispiacerebbe affatto.

A tal proposito, clonazione e genomica sono temi cari alla bioetica: lungo il tuo itinerario, hai avuto modo di riflettere anche circa tematiche limitrofe e altrettanto determinanti per la vita e la morte degli individui, quali l’eutanasia, l’aborto o la fecondazione assistita?

Se ci sono due cose nelle quali ho sempre creduto, queste sono la libertà e la natura delle cose. Ho sempre visto con timore i tentativi di modificare quest’ultima, anche quando la natura provocava dolore. Non temevo i danni che avremmo potuto generare, ma la responsabilità che l’essere umano si assumeva, sostituendosi alla natura. È, però, sciocco parlare di qualcosa che non esiste più. L’essere umano è – e vuole essere – padrone della vita, pertanto deve esserlo anche della morte, fino in fondo, qualsiasi destino questo implichi.

Ancora, quale personalità, tra quelle che hai descritto nel volume, ti ha colpito maggiormente? E quale visione del futuro, invece, ti ha impressionato di più?

La realtà che mi ha maggiormente colpito è quella che riguarda la genomica, perché è quella più vicina a tutti noi e perché, presto, impatterà in maniera importante su tutte le nostre vite. Tra le persone che ho incontrato e che ho raccontato nel libro, invece, non ne posso indicare una in particolare: scoprire la vita di ciascuno di loro è stata ragione di fascino e di riflessione. Ogni pensiero, infatti, ha la sua verità, e ciascuno di loro mi ha insegnato qualcosa.

Tutti gli studiosi che hai tratteggiato sono persone sole, proprio come te nel corso del tuo viaggio: quale importanza ha la solitudine, nell’ambito della ricerca?

Credo che chiunque voglia superare i confini debba fare i conti con la solitudine. La quale diventa una condizione importante, perché fa sì che nulla ci distragga dal nostro scopo, e, allo stesso tempo, nulla ci redima.

Oltre a una predilezione per l’isolamento, poi, che cosa accomuna, secondo te, questi “uomini del futuro”? Ego o paura profonda nei confronti della morte?

Direi che le due cose – ego e paura della morte – coincidano, dando forma a un equilibrio sul quale ci si appoggia nella solitudine, e sul quale ci si accomoda per sentirsi nel giusto.

A distanza di tempo, dunque, quale incontro ha mutato – se questo si è verificato – alcune tue idee, convinzioni o visioni del mondo e della vita?

Se penso al futuro, come già accennato, citerei la scoperta delle possibilità – e delle certezze – che il DNA ci offre in termini di cambiamento delle nostre vite. Se penso alla mia vita di ogni giorno, invece, direi che tali incontri mi hanno fornito la conferma che la verità sia un pregiudizio.
Mi riferisco a Ellie, che menzionavi, ma anche alle persone che attendono la rinascita dopo la crioconservazione, o ai folli che si chiudono nei bunker, o agli astronauti che vogliono vivere su Marte: da vicino nessuno è normale – lo diceva Basaglia. Ecco, almeno in questo siamo tutti uguali.

Infine, quali sono i tuoi progetti attuali e in quali parti del mondo ti porterà il tuo lavoro, prossimamente?

L’unica certezza che ho è che il mio lavoro mi – e ci, per chi avrà voglia di seguirmi – porterà in Patagonia. Il resto è ancora una nebulosa!