[INTERVISTA] Piergiorgio Milano: “Lascio che il movimento sia una sorgente che non si fissa mai”

Ieri sera alle Fonderie Limone è andata in scena la prima torinese di “White Out – La conquista dell’inutile”. Stasera si fa il bis: intanto abbiamo fatto una chiacchierata con Piergiorgio Milano, mente creativa dietro allo spettacolo e da anni performer d’avanguardia. Andiamo ad approfondire il suo “vocabolario coreografico”, all’insegna della commistione tra linguaggi diversi… 

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_di Lorenzo Giannetti

Ci racconti il tuo primo approccio al teatro e alla danza? O meglio, qual è stata la scintilla iniziale che ti ha portato a fare quello che fai oggi?

Ci sono precipitato dentro senza sapere bene perché, ma con la forte sensazione che fosse la mia vocazione. Dico “precipitato”, perchè ho sempre avuto la tentazione di esprimere la mia creatività senza sapere bene in quale direzione. Se devo però individuare una scintilla nel mio percorso, è sicuramente l’incontro o la perdita di una serie di persone tra i miei 17 e 21 anni. Ancora prima di finire il liceo ho affrontato un forte lutto familiare, che ha lasciato un grande spazio all’arrivo di nuovi riferimenti e forse alla possibilità di intraprendere strade meno scontate. Mi sono iscritto a un corso di scrittura creativa e ho pubblicato anche un libro, Il Sogno di Eliza 2.0, anche se indubbiamente il mio percorso artistico è stato segnato dall’apertura della scuola Flic di Torino, nel 2001, a cui mi sono iscritto. I dieci anni successivi sono stati caratterizzati dall’eterna sfida al miglioramento come artista, al trovare la fiducia in me stesso, con costanti tentativi di rinuncia, tutti fortunatamente naufragati nel nulla. Guardando al passato oggi, mi sembra che il mio percorso sia stato una crescita costante che non si è mai interrotta, caratterizzata da una forte volontà di dedicare senza mezzi termini tutte le energie disponibili a fare quello che ho fatto.

Il tuo percorso, peraltro, si lega anche alle arti marziali: cosa puoi dirci in merito? Cosa hanno aggiunto al tuo modo di percepire ed eseguire un movimento?

La prima disciplina che ho praticato è stata la capoeira, le discipline circensi sono arrivate dopo. Le arti marziali mi hanno sempre attratto, soprattutto per l’intenso approccio al corpo che caratterizza tutti gli sport da combattimento. Ho praticato karate, tai-chi, muai-thai, e sicuramente ognuna di queste ha lasciato una traccia nel mio modo di vedere, analizzare e riprodurre il movimento. Per creare non ho un modello fisso di riferimento, il mio approccio è in costante mutazione e dipende dal tipo di declinazione artistica su cui mi trovo a lavorare. Come insegnante, riconosco e scelgo dei principi fisici costanti che riproduco come esempi e schemi di confronto ai miei allievi. Come artista, lascio che il movimento sia una sorgente che non si fissa mai, per trovare sempre una freschezza nella definizione del mio vocabolario coreografico.

In questo percorso, è palese una certa volontà di commistione tra le arti. Del resto ho letto che, parafraso un poco, “esplori come un nomade il territorio senza confini dell’arte”: a che punto sei di questa esplorazione? Quali sono le prossime destinazioni?

La mia ricerca ha sicuramente raggiunto un suo apice quest’anno, con la creazione di Au Bout des Doigts e White Out, perché entrambi includono un linguaggio coreografico nuovo in cui alpinismo e arrampicata sportiva aggiungono un livello nuovo a quello del circo della danza e del teatro. Continuare l’esplorazione artistica legata al mondo sportivo è qualcosa che sento molto forte dentro di me.

Lavori sull’asse Torino/Bruxelles: affinità e divergenze tra queste due realtà, ovviamente nell’orbita del tuo lavoro. La reazione del pubblico, ad esempio. Ma anche il modo in cui il “settore dell’Arte” si lega a quello delle Istituzioni (sovvenzioni etc).

Bruxelles e Torino sono due città che porto nel cuore. Trovo che il pubblico si rispecchi nel luogo in cui lo si incontra, un particolare teatro o un festival, per esempio, e quindi anche nelle decisioni prese da chi dirige quegli stessi luoghi. In questo senso mi sento molto fortunato a collaborare con Les Halles de Schaerbeeek a Bruxelles ed il festival italiano Torinodanza. Sicuramente il Belgio ha un sistema di protezione sociale e cura verso gli artisti che, insieme alla Francia, è unico al mondo, e di conseguenza è un luogo per vivere più semplice per un artista.

In tal senso, in base alla tua esperienza, cosa ti piacerebbe dire/trasmettere/far capire al pubblico italiano, magari ancora ancorato un tipo di performance più – per così dire – ortodossa/canonica?

Trovo che il pubblico italiano, come quello straniero, sia ancora legato ad un tipo di performance canonica, dove chi si occupa di creare l’offerta culturale resta invece ancorato a modelli passati, non accettando la sfida e la responsabilità di operare un cambiamento nel pubblico stesso. Le persone che vanno a teatro sono sempre disponibili a ricevere, ma bisogna operare delle scelte con equilibrio e intelligenza per non far sentire gli spettatori mai persi.Al di là della qualità del lavoro proposto, i riferimenti con cui il pubblico accetta o meno uno spettacolo sono in mano a chi sceglie cosa proporre, su quali commistioni investire, quanto spazio al nuovo o all’inaspettato dedicare all’interno di un panorama culturale. In questo senso ritengo più importante rivolgere questa domanda agli operatori della cultura piuttosto che al pubblico stesso.

Insegnare: un’esperienza immagino complessa e niente affatto scontata. Come ti poni nei confronti di un allievo? Qual è il tuo approccio alla didattica diciamo. Mi appassiona sempre parlarne.

Con grandissima umiltà. Ogni mio allievo rappresenta quello che ero io anni fa e potenzialmente una versione migliore di me stesso oggi. Per me alla base dell’insegnamento ci sono generosità, confronto orizzontale e la responsabilizzazione degli studenti. Non credo mai di essere più capace di chi ho davanti, ho solo la certezza di avere più esperienza. Quest’ultima, però, non deve diventare un limite per chi segue i miei corsi ma piuttosto un acceleratore per poter prendere in maniera più rapida e sicura le decisioni che a me sono costate moltissima dedizione e lavoro. Ormai mi capita spesso di incontrare studenti fisicamente più pronti di quanto lo fossi io alla loro età, ma è proprio attraverso la condivisione del mio percorso che riesco a portarli a sfruttare a pieno le loro potenzialità. Non mi considero un “maestro irraggiungibile”, piuttosto un punto di riferimento dal quale è possibile allontanarsi o avvicinarsi, o uno strumento utile per chi lo sceglie quando è necessario chiarire distanza e posizione del proprio percorso artistico.

Veniamo a White Out e inevitabilmente aggiungiamo un tassello fondamentale alla conversazione: la montagna, l’alpinismo.

Come si crea questo collegamento? Come ti sei avvicinato a questo mondo? Consideri la scalata una sorta di performance? / 8) Oltre all’aspetto legato alla montagna, come si lega – a livello più concettuale, filosofico – questo spettacolo alla recente esperienza di Ou Bout Des Doigts?

La montagna è qualcosa che mi ha sempre appassionato. Mio padre mi portava in montagna d’estate a camminare, e pratico snowboard dai 14 anni. Unire la mia passione con il mio mestiere è un grandissimo regalo, un’opportunità che mi è stata data dal progetto a cura di Corpo Link Cluster. Collegare l’alpinismo e l’arrampicata alla danza è stato un processo di studio e pratica. Ho passato il tempo in montagna, camminando, arrampicando, documentandomi il più possibile; Cercando di incontrare dal vivo le persone che di montagna vivono, e alla quale dedicano quanto io ho dedicato al mio mestiere. Considero la scalata un bellissimo gesto, essenziale e puro, un po’ alla stregua della bellezza che vedo negli sport da combattimento. Un movimento che non ha declinazioni che non siano legate all’utilità o all’efficacia. Proprio per questo aspetto minimale, lavorare sulle sfumature che può offrire, sulla rielaborazione della sua “materia” è stato un bellissimo terreno di studio e scoperta. Quello che penso riguardo alla scalata come performance è racchiuso nelle parole che aprono Au Bout Des Doigts: “ la scalata è un momento presente, in cui possiamo concentrarci verso la riuscita, la  sfida, il superamento dell’altezza, oppure possiamo dedicare questo presente a ciò che ci circonda su tutti i livelli, la roccia, la montagna e scoprire che ogni possibile presa, ogni tacca, spigolo o frangia di roccia, rappresenta un’evoluzione completamente a sé, e che se sleghiamo l’arrampicata dal concetto di salita, riscopriamo come l’evoluzione di ogni singola parete di roccia abbia scritto una coreografia unica e aperta alla nostra interpretazione.

Dopo le date torinesi alle Fonderie Limone, come/dove/quando porterete in giro questo spettacolo?

A Bruxelles e Chambéry.

Concludiamo con la combo progetti/futuri e sogni nel cassetto.

Continuare ad avere la possibilità di creare, e mantenere la fiducia e l’accesso a questi fantastici incubatori di cultura che sono i teatri. Continuare a migliorare nel mio mestiere in ogni minimo dettaglio, anche il più piccolo e meno significante. Affermare, non me, quanto la mia poetica, la mia necessità di andare oltre le categorie, di continuare a creare danza attraverso il circo ed il teatro, e viceversa. Di poter continuare a vivere pienamente di teatro con la stessa passione che seguo senza compromessi da quando ho iniziato.