Lezioni per un esilio: “Nel primo cerchio” di Aleksandr Solženicyn

La casa editrice Voland traduce e riporta alla luce il testo integrale del romanzo di una delle voci più potenti della dissidenza antisovietica.


_di Silvia Ferrannini
Non so dir nulla di soli e di mondi;
 
vedo soltanto come gli uomini si affannano
 
(Goethe, Faust)
Segno ricorrente e scottante dei romanzi di Aleksandr Solženicyn è la proscrizione – politica, fisica, metaforica, poco conta: un allontanamento che, come quando si sta troppo a lungo in apnea, si fa annullamento. Notoriamente l’esilio ha marcato la sorte dell’autore (proprio lui, che in quella Russia che gli divenne nemica voleva ostinatamente rimanerci), ma la proclamazione del diritto alla fede e alla libertà individuale Solženicyn l’ha dichiarata a gran voce da qualsiasi anfratto, reale o di carta che fosse. Per lui il punto era semplice: come si può rimanere inerti di fronte alla propria coscienza che si imputridisce sotto il tanfo del servilismo? Il regime sovietico aveva già mutilato opere d’arte, amputato slanci creativi, zittito le note dissonanti. Se un discorso non si presentava piano e progressivo (nel senso di elementarmente lineare, non evolutivo) l’URSS metteva a tacere senza argomentare.
E come avrebbe potuto fare diversamente, dopotutto?
I potenti non possono esporsi al biasimo dell’opinione pubblica con gesti platealmente capricciosi e punitivi, ma non sono neanche in grado di controbattere alle critiche perché evidentemente vere. Solženicyn poteva dire tutto questo perché lo aveva visto da sé: nessuna autorità negò mai quanto narrato in Arcipelago Gulag (1958-1969). La colpa è un’altra: aver portato allo scoperto, aver pensato e dunque espresso – e da tale colpa Nel primo cerchio non è esente. A questo punto non rimane che spirito e coscienza: quelli che vogliono vedere alla fine vedono davvero, e parlano.

«Nella poetica di Solženicyn resiste una tristezza tenace. Eppure la sua tempra narrativa e, si potrebbe ben dire, conoscitiva è la riprova che la funzione letteraria non è mai circoscrivibile a mera categoria estetica e non è mai solo forma»

V Kruge Pervom (1957-58) è Il primo cerchio nella prima traduzione italiana di Pietro Zveteremich (Milano, Mondadori, 1968), ed è la versione del 1964, rimaneggiata (e “spennata”) dall’autore in vista di una possibile pubblicazione. Adesso è Nel primo cerchio nella splendida traduzione di Denise Silvestri per Voland, Collana Sirin, con postfazione di Anna Zafesova, ed è la traduzione integrale del testo originale. Nel primo cerchio è un’opera dall’afflato paradigmatico ed esemplare: non manca quella suddivisione manichea dei ruoli che è caratteristica delle prime opere di Solženicyn, ma nella multidimensionalità degli spazi e delle voci questo effetto spesso sfuma nel chiaroscuro, e non infastidisce. Il riferimento al cerchio è di matrice dantesca: il limbo immaginato dal poeta fiorentino non è diverso dalla šaraška di Marfino (nel distretto nord-orientale di Mosca) raccontata da Solženicyn, ossia il centro di detenzione staliniana (“campo di prigionia leggera”) dove venivano confinati gli scienziati e i tecnici invisi al regime che pure ad esso dovevano offrire il loro ingegno.
Ed è in effetti un limbo quel che sentono in cuore i personaggi: prigionieri ma non troppo, colpevoli ma anche indispensabili alla causa sovietica, né sommersi né salvati. Difatti proprio i protagonisti Neržin, Rubin e Sologdin sono scienziati reclusi che devono scegliere se prender parte ad una missione spionistica per conto del regime sovietico o rassegnarsi al gulag; di qui si diramano le numerose e variopinte storie di chi è finito nella “fossa dei serpenti”, in cui una sola mossa incauta si può tradurre in una minaccia di morte. Sono tante agitate molecole in un mare delirante dove la dialettica spesso non sopravvive e rimane semplicemente contraddizione aperta sotto un cielo color latta.
Nell’opera, la cui coralità è brillantemente restituita dalla traduzione di Denise Silvestri, c’è proprio un po’ tutto: la religione, gli amori, la rivoluzione, il marxismo, la cultura, la lingua. C’è, sotto un punto di vista strutturale, molto del sociorealismo dei primi anni Trenta: l’intrigo internazionale, l’ideologia, l’apoteosi di Stalin ribaltata in senso diffamatorio. Queste ultime sono tra le pagine più vivide e “vere” sebbene Solženicyn non lo avesse mai conosciuto – un’altra voce profetica comune a tanti altri esuli russi. Scrive bene Anna Zafesova nella Postfazione:
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È l’autunno di un patriarca che non ha conosciuto una primavera gloriosa, un vecchio rancoroso, paranoico, vanitoso e permaloso, afflitto dalla paura della morte e dalla solitudine nella quale non gli resta che confrontarsi con quel dio che ha rinnegato (per poi cercare di sostituirlo) lasciando la carriera del seminario per quella del rivoluzionario. Ma è l’antirivoluzionario per definizione, è il potere pragmatico incarnato, desideroso solo di stabilità e ordine: odia le rivoluzioni, disprezza gli uccisori dei tiranni, il potere viene dall’alto e non dal basso, è un conservatore anche nell’amorosa meticolosità con la quale ripristina i dettagli della monarchia, dalle mantelle delle ginnasiali alle uniformi dei ferrovieri.
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Già s’intravvede la mistura di cronaca, confessione, narrazione ed invettiva ideologica che con più evidenza nei romanzi successivi, e che sempre si configurano come le miglior forme narrative della dissidenza. Ed emerge qui come ovunque nella parabola di Solženicyn l’unico credo: vivere senza menzogna significa scongiurare l’inverno interiore, e alla resa di fronte alla decomposizione bisogna preferire la spinta anche imp(r)udente. Nella densità delle 946 pagine di questo romanzo le giornate dei protagonisti talora si trascinano, altre volte tramontano nella promessa di un risveglio più solare, altre volte vivono nelle parole degli altri, ma persistono incessantemente il confronto con la propria resistenza morale e i conti che con essa si vogliono fare. Una risposta per sé Solženicyn ce l’aveva, l’aveva eccome, e la portò lontano dal suo Paese, e non gli consentì di ritirare il premio Nobel. Qual è il valore di un uomo che vive costantemente nella paura?
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Nella poetica di Solženicyn resiste una tristezza tenace. Eppure la sua tempra narrativa e, si potrebbe ben dire, conoscitiva è la riprova che la funzione letteraria non è mai circoscrivibile a mera categoria estetica e non è mai solo forma: se il narrare persiste nella storia delle culture e delle sue espressioni è perché la produzione di racconti, di testimonianza, di immaginario ci consente di sopravvivere, quasi fosse una necessità fisiologica. I detenuti di Marfino si scambiano linfa vitale con lunghi discorsi, Solženicyn fa della letteratura la sua legge morale – sopra di sé, dentro di sé, ben oltre i confini della šaraška.