Too Old to Die Young è un’overdose di Nicolas Winding Refn

Too Old To Die Young ha tutte, ma proprio tutte le caratteristiche per risultare insopportabile. Eppure, proprio nel suo rifiutarsi di seguire così solidamente qualsiasi logica commerciale, e di ignorare a priori ogni regola alla base di una serie che rincorre il successo di pubblico, e nel coraggio di essere arrogante e presuntuosa in modo quasi ottuso, è davvero commovente. E bellissima.

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_di Andrea Carobbio

Non ho mai amato Nicolas Winding Refn, anzi per la verità l’ho sempre ritenuto un regista tronfio e pretestuosamente intellettuale e disonesto, il cui cinema di sole e immagini al neon non è altro che un banale riflesso di quelle sue pose arroganti e delle frasi sussurrate e di quel suo mento inesistente e compiaciuto. I suoi film mi provocano lo stesso fastidio di quelli di Lynch – di cui tra l’altro NWR è un grande fan, e si vede -, anche se in modo diverso, perché in Lynch, negli occhi spiazzanti di David Lynch, riconosco almeno quella sincerità quasi infantile di chi crede ciecamente in quello che fa, nella propria arte, che per quanto discutibile resta il prodotto di una mente – geniale?, sopravvalutata?, decidete voi – di sicuro genuinamente onesta.

Ora, che io avessi o meno ragione a pensarla così, Too Old To Die Young, la serie di Nicolas Winding Refn prodotta da Amazon, mi è piaciuta molto, e in generale mi ha fatto riflettere sui suoi lavori precedenti. Eppure, a pensarci, Too Old To Die Young ha tutte, ma proprio tutte le caratteristiche per risultare insopportabile: è basata su un eccessivo ed esondante formalismo estetico, è lenta in modo irragionevole, i dialoghi sono rarefatti e intollerabili, e nel suo complesso risulta essere un’opera pretenziosa e narcisistica nella sua esasperata volontà di essere autoriale – ed è questa la cosa che mi irrita di più di Refn, la sua pretesa ossessiva di considerarsi un auteur.

Eppure, allo stesso tempo, proprio nel suo rifiutarsi di seguire così solidamente qualsiasi logica commerciale, e di ignorare a priori ogni regola alla base di una serie che rincorre il successo di pubblico, e nel coraggio di essere arrogante e presuntuosa in modo quasi ottuso, l’ho trovata commovente. E bellissima.

Ma andiamo con ordine. La narrazione di Too Old To Die Young si muove lungo un duplice binario che procede parallelamente, ma destinato a un crocevia di morte e (auto)distruzione. La prima traiettoria segue Martin Jones (un Miles Teller dalla sguardo cupo e paralizzante e dai lineamenti induritissimi che lo fanno somigliare sempre più a una sorta di Elvis Presley sottovuoto), poliziotto di Los Angeles che viene assoldato come killer da un gang di criminali giamaicani con una passione smodata per Roland Alphonso, e nel farlo, nell’uccidere a sangue freddo, scopre di non provare nulla, nessuna emozione, nessuna morale, nessun senso colpa o di giustizia.

Al centro della seconda metà della storia ci sono invece due personaggi, Jesus Rojas (Augusto Aguilera), efebo latinos sensuale e ambiguo, nonché giovane erede al trono di un cartello della droga messicano, e Yaritza (Cristina Rodlo) aka la Sacerdotessa della Morte, misteriosa assassina emersa come un letale miraggio dal deserto del Sonora, tra i quali si instaura un rapporto d’amore perverso e in qualche modo incestuoso. Questi non sono gli unici personaggi borderline, anzi, la serie è un vero e proprio compendio di freak tipicamente lynchiani – dal killer ex FBI con un occhio solo (John Hawkes) che uccide pedofili su commissione, alla sua contemplativa mentore (Jena Malone) in contatto con oscure presenze intangibili, al ricco collezionista d’arte (William Baldwin) che grugnisce invece che respirare, all’intero dipartimento di polizia di Los Angeles, che sembra popolato solo da idioti sessuomani.

Se vogliamo considerarla una serie – e sarebbe improprio e riduttivo – TOTDY è probabilmente il prodotto per la televisione tecnicamente meglio realizzato di sempre.

Di fatto si avvicina molto più a essere un film di tredici ore (diviso in dieci puntate di circa un’ora e mezza ciascuna, a parte l’ultima di mezz’ora), un film lunghissimo e straniante, curato maniacalmente nei dettagli. NWR l’ha girata in dieci mesi – un periodo di tempo enorme, dilatato anche dal fatto che Refn dirige solo in ordine cronologico, cosa che complica le cose da un punto di vista logistico, ma che pure gli permette una maggiore libertà creativa, potendo lavorare letteralmente ogni giorno sulla scrittura.

La fotografia, affidata a Darius Khondji – talento visionario che ha collaborato, tra gli altri, con David Fincher (Seven) e Michael Haneke (Funny Games) – è pazzesca, soprattutto se si considera che è costruita quasi esclusivamente sull’ossessiva presenza di neon – nell’universo di NWR sembra esistere solo quel tipo di luce fredda, opaca, e sostanzialmente viola (piccola curiosità: Refn è discromatico, cioè sostanzialmente non vede alcune sfumature dello spettro dei colori, ed è incredibile se se ne considera l’utilizzo folle che ne fa). E ogni elemento in scena è sostanzialmente cristallizzato in modo irreale. Ogni inquadratura – i movimenti di camera sono limitati a indolenti panoramiche e a zoom estenuanti a partire dai close up – sembra una pagina di Cosmopolitan, in cui gli attori sono sempre immobili in pose assurdamente cool. Proprio come in The Neon Demon, là dove però lo stile era coerente con la trama, qua il risultato è allucinatorio, perché a sembrare modelli patinati da copertina sono grotteschi killer messicani, strampalati criminali giamaicani e poliziotti corrotti dalle forme sfatte e trascurate. Così come le sequenze di brutale violenza somigliano a eleganti pubblicità di Dior (vedi l’esecuzione di undici – undici! – uomini nella puntata numero due, una carrellata in slow-motion e quasi coreografata che, per quanto sia angosciante ammetterlo, è di una bellezza stordente). A questo proposito, Refn durante la serie fa, come sempre, un largo uso di violenza esplicita e selvaggia, che però non risulta mai gratuita o banale – ed è proprio la sensibilità artistica e il rispetto quasi religioso con cui gira le sequenze più sanguinose che fa capire a cosa si riferisce quando, con la sua solita aria un po’ pomposa, dichiara: “Art is violence”.

Secondo Rolling Stone, TOTDY è “la peggiore introduzione possibile al mondo del regista”. Per quanto mi riguarda, invece, è l’esatto opposto. Too Old To Die Young è Refn allo stato più puro, al limite dell’overdose.

E con questo non voglio dire che sia il suo prodotto migliore – io credo che lo sia, ma non stiamo discutendo di questo. La parabola di Refn in questo senso è chiarissima. La trilogia di Pusher – il primo, una specie di Mean Street sotto acido, diretto da NWR a ventiquattro anni e con un budget ridicolo, gli altri due realizzati solo per salvarsi dalla bancarotta dopo il disastro di Fear X, il suo film più lynchiano e lynchiato -, girata telecamera a spalla seguendo i personaggi come in un documentario, rappresenta con il suo stile iper-realista il punto afeliaco di quello che è Refn. Con buona pace dei suoi fan che la venerano invece come un cult.

La ricerca di un suo linguaggio proprio, autoriale, comincia invece a partire da Bronson (2008) e Valhalla Rising (2009), e raggiunge con Drive (2011) una sorta di perfetto connubio tra giudizio di critica (Premio alla migliore regia al Festival di Cannes) e pubblico, ma non ne rappresenta l’apice, o meglio, non nella testa pettinatissima di NWR, che avrebbe potuto fermarsi lì e replicare il formato all’infinito, e invece no. Refn insiste, esagera, sceglie la strada dell’estetizzazione estrema e finisce diritto contro un tir: il successivo Only God Forgives, uno dei film più rossi – nel senso letterale del termine – che la storia del cinema ricordi, viene spernacchiato a Cannes, mentre The Neon Demon – omaggio argentiano e insieme metafora rilucente della società delle apparenze e dell’immagine – va leggermente meglio, ma di certo non sfonda. Eppure NWR non fa una piega,  anzi spinge ancora sull’acceleratore e con Too Old To Die Young arriva a raggiungere il suo vertice espressivo, la sua massima e folle e finalmente sincera espressione cinematografica, il compimento di una parabola che dà un senso compiuto al suo percorso artistico. E tutti quelli che dovrebbero essere i limiti di questa produzione – il ritmo lentissimo, l’estetica ridondante, e tutto quanto vi sembra eccessivo e noioso e sbagliato -, rappresentano in realtà i punti cardinali del suo cinema. E se credete sia una cosa da suonati, sappiate che a Refn non importa.

Postilla finale. Tempo un mese e la serie, naturalmente, è già stata cancellata da Amazon, che dunque non produrrà una seconda stagione. Eppure, a chi gliene rende conto, Nicolas Winding Refn alza le spalle, abbozza un sorriso e risponde pacatamente: “I’m the future”. Ti odio, ti amo, Nicolas.