Le difficoltà, i sorrisi e gli imprevisti de “Rue de Berne, numero 39”

Max Lobe narra, con gentilezza e acume, le vicende di Dipita e della madre Mbila, in un itinerario che, dipanandosi tra il Camerun e la città di Ginevra, svela scoperte, delusioni e crescite interiori. 


_di Roberta Scalise

«Io le conoscevo tutte, quelle belle donne. Anche perché, in un modo o nell’altro, avevano contribuito alla mia educazione. Le consideravo tutte come mamme, perché da noi in Camerun è mamma quella che alleva un bambino. E questo checché ne dica mio cugino Pitou il fringuello, che si ostinava a precisare l’importanza del concetto di genitore biologico».

Rue de Berne, sita nel caratteristico quartiere a luci rosse dei Pâquis, a Ginevra, è costellata di brusii, vivacità e “belle donne” che, alla luce del sole e al chiarore della luna, esercitano con dedizione la professione di “wolowoss”, tra lozioni per il corpo, abiti sfarzosi e acconciature esclusive. Ed è proprio in tale miscellanea di culture, colori e scelte esistenziali che, attraverso l’accudimento della madre biologica Mbila e l’affetto delle colleghe e amiche di quest’ultima – riunite nell’“Arp – Associazione delle ragazze dei Pâquis” –, nasce e cresce Dipita, il protagonista dell’intenso romanzo d’esordio del camerunese Max Lobe, “Rue de Berne, numero 39”, edito recentemente dai tipi di 66thand2nd.

Il quale, servendosi di scene dai contorni vividi e di un linguaggio prismatico e mutevole, presenta al lettore un intreccio dal sapore autentico e dolceamaro, che, mediante il racconto affidato ai ricordi di Dipita – ora rinchiuso in un cella del carcere di Champ-Dollon –, delinea e ripercorre il pantano di povertà, speranze e disillusione che ha accompagnato il percorso di Mbila dal Camerun alla Svizzera.

Nei cui confini essa giunge, infatti, in seguito alla decisione del fratello Démoney – ex ispettore del fisco profondamente avverso alla Repubblica – di consegnare l’auspicio di un futuro migliore ai cosiddetti “Filantropi-Benefattori”, promotori di un viaggio che, con inganno, persuasione e disumanità, introdurrà la sedicenne Mbila nel turpe mercato della prostituzione ginevrina.

Un “universo tutto al femminile” che, tuttavia, dopo aver conseguito l’affrancamento dalle sue catene intrise di illegalità, la giovane donna sceglie di rendere proprio, permettendo, successivamente, a Dipita di assurgere al ruolo di amico, confidente, socio e psicologo e di offrire all’essenza di quest’ultimo la possibilità di librarsi e assumere le sembianze desiderate.

Ossia quelle di un depso, un omosessuale intento a fronteggiare gli echi del passato e le raccomandazioni ataviche dello zio – che punteggiano il testo alla stregua di ricordi derivanti dalle estati camerunesi – e che, pur accompagnato da un velo di timidezza e titubanza, tenta di accettare se stesso concedendosi ai piaceri dell’amore e alla gentilezza confortante delle sue molteplici “madri”, nonostante la moltitudine di dissidi interiori che interessano il suo desiderio di “essere qualcuno” e il simbiotico rapporto con la controversa Mbila.

Il cui risultato è, quindi, un romanzo coinvolgente e stratificato che, attraverso un linguaggio snello, genuino e impreziosito da incursioni fanciullesche e lemmi bantu, tratteggia un racconto che coniuga, con sapienza, leggerezza e dolore, candore e asprezza, sorriso e disprezzo: aspetti precipui che Lobe riunisce e fa, poi, confluire in un vorticoso movimento narrativo di emozioni e riflessioni, le quali scaturiscono dall’accostamento di livelli espressivi e tematici dissimili e da una sottesa dolcezza che, anche quando si rivolge alle condizioni maggiormente bieche dell’intreccio, non abbandona mai la voce del suo giovane e fedele protagonista.