Donna, ebrea, filosofa, carmelitana, vittima dell’Olocausto: la vita di Edith Stein nelle parole di Lella Costa

Un luminosissimo enigma, una storia di chiarezza cristallina che getta ombre in ogni direzione; Lella Costa dona spessore a queste ombre che aprono a mutevoli vie di riflessione nel suo libro Ciò che possiamo fare. La libertà di Edith Stein e lo spirito dell’Europa (Solferino). 


_di Federica Bassignana

Prima di iniziare ad addentrarsi in quello che definisce un luminosissimo enigma, Lella Costa si pone con umiltà e saggezza diverse domande: lei che si considera agnostica di scuola buñueliana sarà in grado, avrà l’autorevolezza e la credibilità di mettere a fuoco il cuore della storia di Edith Stein?
Ma soprattutto: avrebbe un senso? Potrebbe servire a qualcosa, a qualcuno? Oggi, adesso?

Forse sì. Proprio oggi, proprio adesso, forse sì – risponde – Perché è oggi il momento di riflettere su quell’Europa che ci riguarda molto più da vicino di quanto siamo portati a credere, che sta viaggiando verso derive preoccupanti di cui Edith Stein, o meglio santa Teresa Benedetta dalla Croce, è stata eletta patrona d’Europa.

Edith Stein è una sintesi drammatica del Novecento – come ha affermato Papa Giovanni Paolo II – una donna nata ebrea per cui esistenza e pensiero sono inscindibili, colta sino al misticismo, coerente fino alla clausura e coraggiosa sino all’Olocausto.

Raccontando la vicenda di una vita straordinaria, in un dialogo intimo e universale che si confronta con la profondità del pensiero e delle azioni di Edith Stein, Lella Costa si interroga e si appassiona. E così anche il lettore. Inevitabilmente si viene coinvolti in un vortice di domande sul nostro passato comune e sul futuro di un’Europa oggi più che mai lacerata da ignoranza, discriminazioni e populismo.

Il libro ripercorre la parola umana di una vita – una vita vera come afferma Yann Moix – attraverso le intuizioni e le suggestioni di Lella Costa, tra citazioni intertestuali, incisi e riflessioni; il parallelo con Piccole Donne, con il Pranzo di Babette, le frasi di Eliot tra le righe, i riferimenti a Shakespeare tra parentesi dialogano tra loro in un’evocativa e avvincente polifonia per saturare la distanza con quell’enigma cristallino ma che getta ombre che è Edith Stein. Nata in una famiglia ebrea, allieva di Husserl, appassionata dello studio, esclusa dalla carriera accademica in quanto donna, Edith scopre la sua vocazione per la religione cattolica nel duomo di Francoforte e diventa suora carmelitana con il nome di Teresa dalla Croce.  Poi la Seconda Guerra Mondiale e le leggi razziali segnano il suo destino e la Gestapo si presenta al convento di Echt il 3 agosto 1943 per prelevare lei e la sorella verso un viaggio di sola andata per Auschwitz.


Così, giunta alla fine della sua storia, Lella Costa si domanda con quale nome chiamasse se stessa. Forse non è importante: anche la rosa, se la chiamassimo con un altro nome, conserverebbe sempre lo stesso profumo, scriveva Shakespeare. 

Se un nome è anche raggiungere sé stessi, soprattutto in quell’ultimo istante inimmaginabile, all’ingresso della camera a gas, a un passo dall’agonia, dalla fine annunciata: chi era lei, con quale nome si accomiatava dal mondo? Edith o Teresa? 

Poco importa, forse. Dopo anni a cercare di perdersi per potersi riconoscere, Edith Stein o santa Teresa dalla Croce ha trovato il proprio posto nel mondo e vi ha impresso il segno, offrendo alla Storia il meglio che potesse fare e in relazione a quanto le è stato dato, non è poi così poco.