[INTERVISTA] Una famiglia libera e consapevole: The Kiki House of Savoia e la “ball culture” in Italia

Abbiamo amato Pose, la serie tv Netflix (leggi QUI il nostro focus) in cui Ryan Murphy dipinge un ritratto sorprendentemente realistico della ball culture americana, fenomeno complesso ed estremamente variegato che nasce a New York negli anni ’60. Che dire invece della cultura ballroom italiana? Ce ne parla la Kiki House of Savoia, family italiana (anzi, forse è meglio dire “sabauda”) presente ormai da quasi tre anni sulla catwalk europea delle ballroom.

_ di Beatrice Brentani

Li abbiamo conosciuti all’edizione di quest’anno del Lovers Film Festival durante un’esibizione sul palco insieme a MYSS KETA, e ce ne siamo subito innamorati. Sono i membri della Kiki House of Savoia: Zell Savoia, il father; Regina Savoia, la mother; Demetra Savoia; Scar Savoia; Giorgia Savoia; Letizia Savoia; Nicky Savoia; Alessio Savoia.

Abbiamo chiesto alla house di rispondere ad alcune nostre curiosità: ne è nata un’intervista che non solo ci ha svelato moltissimo della Kiki House of Savoia ma che ci ha anche aiutato a conoscere più da vicino la scena della ball culture italiana e internazionale.
Dal nostro incontro è nato anche uno shooting fotografico realizzato da Alice Mastroleo: QUI per scoprire tutte le foto.

 

Partiamo dalle basi: quando, come e perché siete nati? Magari, parlateci anche di quali siano i prerequisiti necessari per entrare in una family.

Siamo nati ufficialmente il 21 novembre 2016 da un’idea, o meglio, un grande sogno di Zell Savoia e Regina Savoia, i fondatori della family. Piano piano, attraverso alcune conoscenze di Zell e Regina, il gruppo si è costituito ed è arrivato a contare tutti i componenti attuali – per poter entrare in una House, lo sottolineiamo, è necessaria una vera e propria “richiesta” da parte dei parents della House. Non basta, per esempio, saper praticare il vogue e allenarsi insieme ai membri della House, è necessario che vi sia un’affinità in più, una comunanza di intenti, di caratteri, di affetti. Nel caso, poi della nostra Kiki House, i parents ci tengono a consultare anche tutti i membri prima di chiedere a qualcuno di entrare nella family: vogliamo un ambiente meno formale di quello della scena Major, in cui tutti si sentano alla pari gli uni con gli altri. Il nostro non è un semplice gruppo di persone che si ritrovano un paio di volte a settimana per allenarsi e poi per competere: è una vera e propria famiglia. Ci sosteniamo a vicenda, ci sproniamo, rimaniamo insieme quando ci portiamo a casa una vittoria ma anche quando sono le sconfitte ad arrivare. Anzi, sono soprattutto quelli i momenti in cui è necessario più che mai sentirsi un gruppo uniti.
Il gruppo è nato anche per una vera e propria esigenza: quella di far sentire la nostra presenza all’interno della scena italiana. E, per farlo, abbiamo deciso anche di darci un nome all’altezza della scena, The Kiki House of Savoia, che lascia anche trasparire quelle che sono le nostre radici.

Ecco, parliamo di questo: la ball culture in Italia. Come è arrivata e quanto ha attecchito? Ci sono differenze tra la cultura ballroom italiana e quella di altri Stati?

Molte persone, in Italia, potrebbero pensare che la ball culture sia puro vogue, un ballo che ormai è diventato molto famoso in Italia e di cui si tengono veri e propri corsi, e che viene praticato durante le function. Non è esattamente così: certo, la ball culture contiene anche il ballo, ma è solo una delle componenti presenti al suo interno. Il problema è che in Italia la ball culture si è sviluppata inizialmente quasi solo come danza, e forse per questo si è diffuso questo tipo di idea. Quando è arrivata in Europa, la ball culture è approdata subito a Parigi, che è ancora il centro nevralgico delle function più importanti; da lì, si è diffusa anche in altri Stati, tra cui l’Italia; il difficile è stato importare non solo le caratteristiche meramente performative delle competizioni, ma anche, appunto, tutta la cultura che ne sta dietro: motivazioni, obiettivi, ideali, storia e valori. La ball culture è un mix di tutto questo ed è necessario che continui a crescere senza perdere di vista le sue fondamenta – se lo facesse, si trasformerebbe in una sterile competizione fine a se stessa.

Nota di riferimento – Il voguing (o vogueing) è uno stile di danza contemporanea, nato nei locali gay frequentati da latinoamericani e da afroamericani già dai primi anni sessanta, in cui veniva originariamente chiamato «presentazione» e più tardi «performance»; con gli anni questa danza si è evoluta nello stile più intricato e illusorio chiamato “vogue” [da Wikiperdia]

Potreste parlarci in maniera un po’ più approfondita della storia della ball culture e di quelli che sono i suoi obiettivi?

Il ballroom nasce negli anni ’60 per un’esigenza di persone appartenenti alle comunità lgbt e black o latina che sentivano, in quegli anni, di non avere le stesse possibilità di una persona etero e di pelle bianca. Molte/alcune categorie in realtà sono cambiate, nei nomi e nello stile in cui vi si partecipa. Il concetto è che tutte fanno riferimento però alla cultura d’origine e che appunto non vanno decontestualizzate. Privarle della loro importanza storica e sociale significherebbe togliere senso alla ball culture. Quando ci si allena e si compete, ancora oggi, è davvero importante conoscere la storia del ballroom e le motivazioni che hanno portato alla sua creazione.
In tal senso, c’è una categoria in particolare che è davvero utile a spiegare questi bisogni: Realness. Quanto competi nella categoria Realness devi cercare di rappresentare al meglio il tema, o il personaggio, che viene stabilito in gara. Se, per esempio, occorre rappresentare la figura tipica del dirigente aziendale, dovrai munirti non solo dei costumi adatti a rappresentare il personaggio, ma anche di atteggiamenti, sguardi, modi di camminare, eccetera. La categoria serviva, quando è nata, a persone che erano impossibilitate a fare quel determinato tipo di lavoro – per motivi economici, sociali, politici –, per dimostrare al proprio sé e al pubblico presente che, in realtà, le caratteristiche (estetiche e interiori) per poter ricoprire quel ruolo c’erano tutte: erano le possibilità, invece, a mancare.

 

E dunque, favorevoli o contrari a una maggior esposizione e in un certo senso “popolarizzazione e/o massificazione” di questa cultura?

Nessuno di noi pensa che la ball culture debba rimanere un fenomeno “di nicchia”, questo è certo, come è certo che nessuno di noi vorrebbe che diventasse un oggetto in mano alle masse libere di farne quello che vogliono, privandola proprio di quei valori essenziali di cui abbiamo parlato prima. Alcuni di noi pensano sia giusto che la cultura si apra di più e si faccia conoscere anche a un pubblico magari meno consapevole, o meno esperto della sua storia, proprio perché l’espansione sempre maggiore è prerogativa della cultura (pena il suo annichilimento, se non la sua morte). Altri di noi, invece, pensano sì che sia giusto che la ball culture si continui a diffondere e in maniera sempre più capillare, ma nutrono anche molti timori. Quello della ballroom è un ambiente che nasce in un contesto underground e che va tutt’ora protetto e tutelato, un luogo in cui è necessario che tutti si sentano al sicuro; un altro degli obiettivi fondamentali della ball culture è proprio questo, infatti: la costruzione di un safe place. “Massificando” la cosa, potremmo perdere questa componente essenziale, o peggio, denaturalizzare i valori della ballroom.
In sostanza, pensiamo tutti che sia necessario, in generale e sempre, a ogni tipo di cultura, espandersi e modificarsi con il tempo; ci piacerebbe solo che questo accadesse con consapevolezza, e che le persone che vengono a contatto con la ball culture sappiano che stanno maneggiando una materia delicata, da rispettare, preservare e da arricchire continuamente, e non il contrario.

E come conoscere, in tutte le sue sfaccettature, la ball culture?

Informarsi non è molto semplice, in effetti. Le fonti bibliografiche sono quasi nulle, in quanto la cultura si è tramandata per via orale e si è trasmessa direttamente attraverso la “scena” e il contesto della ballroom. Ci sono però diverse interviste reperibili ed esiste, anche, un documentario davvero molto interessante, che è “Paris is burning” (uscito nel 1990 e diretto da Jennie Livingston) che è ora disponibile su Netflix. Una vera e propria “Bibbia” della ball culture, a nostro parere, la pietra miliare della storia del ballroom.

Vi riportiamo, qui, una breve clip del documentario:

Passiamo a qualche dettaglio più “tecnico”. Frequenza delle function, tipologie, regole. Svelateci qualche retroscena.

Ormai le function stanno diventando sempre più numerose qui in Italia, per ora parliamo di almeno una function al mese, dislocate nelle varie regioni e nelle varie città. In Francia, invece, sono tutte a Parigi: là si è concentrata, ai tempi della sua importazione in Europa, l’intera scena del ballroom, e chi ne fa parte è davvero molto orgoglioso di questo. Parigi è proprio la culla della ball culture, come abbiamo già detto: l’affluenza è decisamente maggiore, ci possono essere anche una decina di House che si incontrano, soprattutto se la ball è importante (e ricordate che noi siamo una family ristretta: ci sono famiglie che hanno anche centinaia di membri al loro interno sparsi in tutto il mondo!). Questo perché le comunità latine e afro lgbt a Parigi esistono da molto più tempo rispetto all’Italia e sono anche molto più numerose; in Italia ci sono, e ci sono anche associazioni che si occupano di aiutarle nell’inclusione sociale – come per esempio, a Torino, CasArcobaleno –, ma in numero decisamente inferiore rispetto alla Francia.

A quanto ho capito ci sono di fatto due tipi di function: è così?

Quando parliamo di function non possiamo propriamente parlare di “tipologie”, possiamo parlare di “scena”: ci sono due tipi di scena, la scena Major e la scena Kiki. La Major è più “formale”, più rigida nelle regole, ed è la più antica. Ognuno può decidere di competere nella scena che preferisce, ma solitamente si compete sulla scena Major solo quando si pensa di possedere una buona padronanza della categoria. La scena Kiki, invece, è più rilassata, molti partecipano ad alcune categorie per il puro piacere di farlo e non si fanno troppi problemi quando sanno di essere ancora alle prime armi. Le regole ci sono, certo, e variano in base alla categoria a cui si partecipa. Ci teniamo però sempre a sottolineare quanto, in realtà, la partecipazione ad una categoria sia quasi sempre un momento di improvvisazione: ci sono sicuramente movimenti o pose più studiati e pensati già durante gli allenamenti, ma la maggior parte di ciò che si fa sulla catwalk è freestyle. Forse la regola più rappresentativa del ballroom è proprio “esprimi ciò che sei”. Occorre dare sempre libero sfogo alla propria personalità e creatività ma sempre restando all’interno del tema assegnato dalla categoria nella quale stai competendo.

A questo punto, nominateci qualche categoria!

Partiamo dal presupposto che ci sono alcune maxi-categorie. Al loro interno, ci sono categorie più specifiche, che sono a loro volta suddivise in altri sottogruppi (è difficile, lo sappiamo). La divisione iniziale può essere quella tra categorie performative (come i tre stili di voguing: old way, new way e vogue femme) e le categorie non performative: tutte quelle che non ruotano attorno al voguing.
La categoria Realness, di cui vi abbiamo accennato, contiene al suo interno molte altre sottocategorie: ad esempio, Executive Realness, Transmen Realness, Femme Queen Realness, Butch Queen up in Drag realness, Schoolboy realness, Butch Queen realness (ecc.); lo stesso vale per altre categorie. Altro esempio: la maxi-categoria Fashion contiene, al suo interno, tra le altre, le categorie Label e Designer Delight (questa categoria è davvero interessante, in quanto ha come regola che gli outfit che indossi debbano essere interamente creati da zero dai partecipanti). Potremmo continuare ancora, ma speriamo di avervi già dato un’idea un po’ più precisa!

Concludiamo così: il ricordo della vostra prima ball e i vostri progetti per il futuro.

La nostra prima ball è stata a ottobre 2017 presso il Supermarket di Torino, una serata bellissima che ci ricorderemo per sempre. È stata la prima ball interamente organizzata da noi e ha ricevuto un’accoglienza splendida. Per quanto riguarda i nostri progetti futuri, possiamo dirvi due cose: la prima è che il 14 e il 15 dicembre ci saranno rispettivamente una ball organizzata da Demetra Savoia qui a Torino (una Kiki ball di beneficenza, i cui fondi raccolti saranno donati all’Ospedale Amedeo di Savoia in sostegno ai pazienti sieropositivi) e un’altra , sempre a Torino, organizzata da Zell Revlon e Matteo Mizrahi – che sono rispettivamente Zell e Regina Savoia, ma nella scena major le loro house sono diverse e quindi cambia anche il nome con il quale si presentano o organizzano una Major ball; la seconda è che stiamo partecipando come protagonisti a un documentario intitolato “Savoia” (il titolo è provvisorio), ideato e prodotto dall’associazione culturale “elvira”, composta da un gruppo di tre ragazze (Morena Terranova, Beatrice Surano e Dunja Lavecchia) che ci sostengono e ci accompagnano durante le ball, riprendendoci durante le function con lo scopo di svelare al pubblico la nostra realtà nella scena Kiki e di raccontare le peculiarità della ballroom scene nel contesto italiano. Ci hanno seguito in moltissimi contesti, non solo durante le ball ma anche durante le preparazioni alle ball, dagli allenamenti alla scelta dei costumi. Speriamo possiate vedere le nostre future ball e godervi questo documentario, quando sarà il momento!

 

Fotografie di Alice Mastroleo