[INTERVISTA] “Quella metà di noi” svelata da Paola Cereda

L’autrice intesse una narrazione basata su chiaroscuri e verità celate, conducendo la sua protagonista, Matilde, a “indossare i pensieri giusti” e ad attraversare non solo barriere fisiche, ma anche ostacoli emotivi e temporali.

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_di Roberta Scalise

«Bisogna vivere in base alle intenzioni, e non in base al tempo». E rivoluzionando il proprio sguardo, scarcerandosi dagli stereotipi e svincolandosi dai limiti imposti dalla successione cronologica, Matilde, la protagonista de “Quella metà di noi” – romanzo redatto da Paola Cereda per i tipi di Perrone Editore e presente nella dozzina del Premio Strega 2019 –, volge le spalle alla consuetudine e si pone “nel mezzo”: di lingue, mondi, culture, esistenze.
Maestra ormai in pensione e con un rapporto conflittuale con la figlia Emanuela – meramente interessata ai suoi soldi –, Matilde si ritrova, infatti, costretta a riavviare la propria carriera, accettando di divenire la badante di un facoltoso ingegnere e attraversando, così, quotidianamente, lo spazio fisico e immateriale che intercorre tra via Scarlatti, nel quartiere periferico di Barriera di Milano, e il centro di Torino, rappresentato da via Accademia.
Un percorso che attraversa una stratificazione culturale e la conduce, quindi, a travalicare non solo recinzioni abitudinarie, ma anche, e soprattutto, segreti e omissioni – propri e del badato –, in un perpetuo andirivieni di “metà di noi” scoperte e celate.

Ne abbiamo parlato con l’autrice Paola Cereda per scoprirne origine e sviluppi e tentare di riflettere, al contempo, sulle nostre “metà” più intime.

Qual è stata la genesi del testo e quali sono state le fasi che hanno accompagnato la sua stesura?

All’origine del romanzo vi è stata la voglia di porre, al suo centro, una donna over 65, che uscisse dall’idea e dalla domanda “Posso ancora essere amata?” e fosse, invece, fautrice del quesito “Posso ancora amare?”, in qualità di soggetto di desiderio indipendente dalla sua età.
Al contempo, però, era mia aspirazione trattare anche delle storie di cura, dal momento che ho avuto modo di apprezzarle in occasione del mio percorso lavorativo e di comprenderne la ricchezza di cui sono portatrici: storie invisibili ma profondamente vicine all’umanità e alla quotidianità, nonché promotrici di una pluralità di punti di vista particolarmente stimolante.
In ultimo, vi era, poi, la volontà di raccontare Torino, città in cui ho studiato e nella quale vivo da molti anni: un luogo plurale, cangiante e caratterizzato da periferie vivaci e accattivanti, divenute anch’esse protagoniste essenziali del libro.

Quanto alla stesura, invece, ho organizzato il lavoro nell’arco di due anni e mezzo, partendo dallo studio e dalla descrizione del paesaggio, inteso come commistione tra persone, luoghi e relazioni. Ho, così, incontrato i residenti – persone che vi hanno abitato, altre che se ne sono andate e alcune che ivi sono tornate – e i commercianti di Barriera di Milano, chiedendo loro di essere accompagnata lungo il quartiere e le mappe affettive ed emotive da essi delineate.
Di qui, ho, in seguito, costruito i personaggi e l’intreccio.

In quale modo, dunque, i quartieri raccontano i personaggi? Vi sono correlazioni tra paesaggi personali e fisici?

Senza dubbio. E la correlazione può essere facilmente esplicata attraverso l’esempio dei balconi: le case di via Scarlatti, dove risiede Matilde, posseggono, infatti, quelli che la donna definisce “palcoscenici di esistenze”, ossia balconi piccoli e ristretti in grado di ospitare una sola persona ma crocevia di vite e storie prismatiche.
Le abitazioni di via Accademia, invece, presentano i “terrazzi”, capaci di accogliere cene, feste, discussioni, ma, in realtà, culla di gerani che Dora, la signora delle pulizie, annaffia svogliatamente ogni tre settimane.
Ho, quindi, voluto porre in risalto – ma senza creare stereotipi – le luci e le ombre di tutti i paesaggi, sia fisici sia interiori, facendo scorgere come non vi siano posti positivi, negativi o perfetti in assoluto, bensì complessità e incursioni di sfumature l’una nell’altra.

“Quella metà di noi”, pertanto, a che cosa si riferisce nello specifico? E quale “metà” hai immesso, di te, nel romanzo?

Tutto è basato sulle metà: la metà che non raccontiamo; quella che mettiamo sui social e quella che, in realtà, ci determina; la periferia e il centro; la metà della famiglia che se ne va e l’altra che, invece, resta.
Si tratta, dunque, di opposti sempre in connessione, e in questo senso è, infatti, fondamentale la figura dei mezzi di trasporto, che connettono e creano legami tra parti dissimili.
Di me, vi è sicuramente la metà preponderante, ossia quella che si poggia sull’ascolto e attinge al mio quotidiano, costituito dalle storie che incrocio tutti i giorni. E poi, sicuramente, vi è il mio “stare nel mezzo”, in quanto originaria della Brianza ma residente a Torino e, ancora, essendo, al contempo, scrittrice e lavoratrice nel sociale. Uno stare nel mezzo che è, nello stesso tempo, anche un grande privilegio, perché consente di osservare e di godere di entrambe le parti.

Ci sono stati volumi che ti hanno aiutato e/o influenzato, nel corso del processo creativo?

Sì, e non solo: in primo luogo, mi ha ispirato l’esperienza diretta che ho svolto con la mia associazione – la ASAI – e il suo “Sportello lavoro”, e, poi, vi è stato un lavoro molto bello effettuato presso il Centro Interculturale di Torino e condotto dalle cosiddette “raccoglitrici di storie”, le quali, nel 2010, hanno, appunto, raccolto e lavorato su storie di cura analizzando, in piccoli gruppi, la medesima vicenda dal punto di vista del badante, del badato e di un familiare. Alcuni episodi di queste ultime sono, poi, confluiti nel romanzo, ispirandone la narrazione.

Per quanto riguarda, invece, il Premio Strega: qual è stata la tua reazione alla notizia della selezione in dozzina? Te lo aspettavi? E, secondo te, chi potrebbe ottenerlo?

Quando ho appreso della cernita ho vissuto una grande gioia, perché il Premio Strega è un grandissimo megafono che amplifica notevolmente la possibilità di essere letti. A livello artistico e umano, poi, si è rivelata un’esperienza molto arricchente, perché ha visto instaurarsi, tra noi scrittori, un legame profondo e amichevole.

Un possibile vincitore potrebbe essere, invece, Antonio Scurati: il suo “M. Il figlio del secolo”, edito da Bompiani, possiede, infatti, un notevole peso specifico, che rende il volume attuale e necessario.

Infine, una curiosità: il libro che hai appena finito di leggere, quello che stai leggendo e ciò che porterai in vacanza?

Il libro che ho concluso da poco è uno della cinquina, “La straniera” (La Nave di Teseo), di Claudia Durastanti, che mi è piaciuto moltissimo.
Per quanto riguarda le vacanze, poi, dal momento che partirò per il Giappone, porterò con me alcuni testi di Murakami, mentre è fresco di conclusione un altro libro della dozzina, “L’età straniera” (Marsilio), di Marina Mander.