Contemplazione silenziosa: Mark Rothko a Vienna

Il Kunsthistorisches Museum di Vienna ospita la grande retrospettiva del “pittore delle idee” Mark Rothko, ripercorrendo l’evolvere del suo lavoro nel corso degli anni. La mostra, curata da Jasper Sharp con la collaborazione di Christopher Rothko, figlio dell’artista, offre l’opportunità di esaminare in profondità le fasi della ricerca artistica di Rothko. Un percorso cronologico che parte dai primi lavori figurativi degli anni ’30 e ’40 per approdare all’astrazione dei color field che hanno reso l’artista tanto riconoscibile quanto unico su scala mondiale.

_di Stefania Balocco

Contraddittorio, complicato, perfezionista, ostinato ma insicuro, terreno e spirituale allo stesso tempo, l’artista sperimentò sempre, portò avanti, desiderò raggiungere quei punti di percezione che si trovavano al di là di ciò che si vede ogni giorno. Russo d’origine, Markus Yakovlevich Rotkowičs nasce a Daugavpils nel 1903 ed emigra con la famiglia negli Stati Uniti all’età di dieci anni. Grazie al suo lavoro verrà ricondotto all’Espressionismo astratto, movimento artistico che si diffonde in America nel secondo dopoguerra. Un’America ormai votata al consumismo, un’America che vuole svegliarsi dall’incubo della bomba atomica e riaddormentarsi nel sogno americano. In un dirompente olocausto d’immagini, vien da ritrarre ciò che rimane. È un pianto, è una ricerca disperata di quel che vive ancora tra le macerie; vuole significare ed esprimere, come pittura calda in un tempo di guerra fredda.

Consapevole dell’inadeguatezza del terreno a coltivare una nuova concezione, l’artista vuole comunque recuperare la tragicità dell’esistenza e il dramma dell’uomo come collante degli individui e spazio dove si realizza un’emotività universale, comune a tutti.

La quarantina di opere in mostra provengono dalla collezione di famiglia, dalla National Gallery di Washington, dalla Fondazione Beyeler e dal Jewish Museum di New York. Anche il Kunstmuseum di Berna e il Kunstmuseum di Basel hanno contribuito alla realizzazione di questa imponente antologica che offre un excursus completo sullo sviluppo della pratica di Rothko. Scopriamo così che negli anni Trenta predomina una tendenza espressionista nel lavoro dell’artista, fatta di scene familiari e urbane silenziose, quasi asettiche, che lasceranno spazio, negli anni Quaranta, ad una nuova strada segnata dal surrealismo e dall’interesse per i miti. A partire dal 1947 Rothko sostituirà in modo definitivo i soggetti surrealisti con delle forme astratte, battezzate come Multiforms: da questo momento egli prediligerà il grande formato ed approderà alla fase più affascinante e nota del suo lavoro, definita classica, caratterizzata dai color field e dalla relazione delle opere con lo spazio e lo spettatore. Fondamentali per l’artista saranno i viaggi compiuti in Europa, in special modo in Italia, dove rimarrà folgorato dalla Biblioteca Laurenziana e dal convento di San Marco a Firenze, dalla visita a Pompei e Paestum. E nella stanza dedicata ai Seagram Murals (1958-1959) è chiaro come l’artista abbia dipinto tutta la vita templi, porte finestre e luoghi, senza saperlo.

Il passaggio all’astrazione è semplicemente un’altra forma per esprimere lo stesso contenuto fatto di miti e di idee eterne, verità comuni ed universali che l’artista ha sempre voluto ritrarre; per Rothko l’arte mira a ciò che è profondamente umano dentro di noi, tendendo alla natura più intima, psicologica e al contempo spirituale, dell’uomo.

Ecco che viene riportato alla luce qualcosa che può legare gli uomini, una comunicazione che già nel corso del Novecento sembrava venir meno. È il grido di un mondo, dilaniato dai conflitti e dalla pressione consumistica, che si guarda attorno e non vede altro che un paesaggio vuoto e sterminato nel quale disperarsi o, al contrario, migliorarsi. È la condizione tragica dell’esistenza, il dramma umano, che tanto spingerà un artista come Rothko a cercare un’architettonica elevazione spirituale, un senso di unità profonda e carica di umanità. E Rothko ci invita, attraverso le grandi dimensioni dei suoi lavori, ad intraprendere un’escursione nel mondo della tela, dimostrandoci di non essere un pittore astratto ma un ritrattista della condizione umana. Rinunciare alla rappresentazione della figura non vuol dire produrre un’arte inumana, ma esattamente l’opposto.

Non è morte del soggetto, bensì l’emergere dello spettatore e del suo paesaggio interiore. Il pubblico che decide di compiere il viaggio nelle superfici e in se stesso, indaga le diverse campiture e le loro delimitazioni, gli spazi e il loro confronto. Un sentimento di indefinito abita le distese sfrangiate in cui ci troviamo: come un dolce vento alza le foglie da terra, l’orizzonte solleva silenziose domande e ci accompagna a riflettere. Un orizzonte, quello di Rothko, che si propone di marcare le eterne verità che esistono proprio grazie alla coesistenza di due realtà. Il bene è tale grazie al male. Senza un elemento tragico non ci sarebbe esistenza completa. Dopotutto,

“If people want sacred experiences, they will find theme here.
If they want profane experiences, they will find theme here too.
I take no sides”

In un periodo già appesantito dalla prolissità, dall’attività e dal consumo, Rothko sa che “gran parte di quanti (uomini) sono incalzati da una vita del genere sono alla ricerca disperata di sacche di silenzio in cui possono radicarsi e crescere” e che “dobbiamo tutti sperare che riescano a trovarle”.

 

Mark Rothko
fino al 30 giugno 2019
Kunsthistorisches Museum di Vienna