La vita della Grande Sacerdotessa del Soul in “What happened, Miss Simone?”

Attraverso un monumentale lavoro di recupero documentaristico e aneddotico, Alan Light ripercorre i successi, le battute d’arresto, i dissidi interiori e le gioie di Nina Simone, restituendo al lettore il ritratto di una donna determinata, conscia del proprio genio ma sempre, e irrimediabilmente, soggiogata dal suo disagio esistenziale.

_ di Roberta Scalise

«Ma cos’è accaduto, signora Simone? Cos’è accaduto di preciso ai suoi occhi grandi, che rapidi nascondono la solitudine dietro a un velo? Alla sua voce, quasi povera di tenerezza, ma da cui sgorga il suo impegno per la battaglia della Vita? Che cosa le è accaduto?».

Che cosa è accaduto? Lo spiega con pathos, accuratezza e lucidità “What happened, Miss Simone?”, la biografia redatta dal giornalista statunitense Alan Light ed edita da Il Saggiatore che, dispiegando gli aneddoti, i conflitti, i tormenti psicologici e i numerosi successi di Nina Simone, si propone di ripercorrere i contorni di una figura iconica, geniale e, spesso, non adeguatamente compresa del panorama musicale internazionale.

Nata il 21 febbraio 1933 a Tryon, in North Carolina, da Mary Kate, ministro metodista itinerante e collaboratrice domestica, e John Divine, uomo poliedrico e dall’animo artistico, Eunice Kathleen Waymon, sesta di otto figli, crebbe in una famiglia povera ma intrisa di spirito di adattamento e regole ferree – imposte, in particolar modo, dalla severa madre predicatrice –, e nella cornice della quale ebbe modo di scoprire la musica a pochi mesi di vita: già a 6, infatti, la futura Nina era in grado di riconoscere le note sul foglio, mentre a 3 anni era capace di suonare, al pianoforte, lo spiritual “God Be with You Till We Meet Again” in chiave di basso – pur non essendo conscia, naturalmente, delle chiavi musicali e delle loro distinzioni.

La musica, dunque, assunse ben presto le caratteristiche di un dono, raffigurandosi alla stregua di una “predisposizione congenita alle note” che trovò uno sfogo subitaneo nel corso delle funzioni domenicali cui presenziava la stessa Mary Kate, e in occasione delle quali la piccola Eunice cominciò ad appoggiare le mani sulla tastiera e a offrire dimostrazione del proprio talento prodigioso, in un ambiente emblema di una religiosità onnicomprensiva che, tuttavia, era per lei fonte di gioia e, al contempo, alienazione.

Un contesto che, però, la condusse, poco dopo, a quello che avrebbe descritto come «il giorno che le salvò la vita», ossia l’incontro, nel 1939, con l’insegnante di pianoforte Muriel Mazzanovich, autrice della prima formazione di Eunice e promotrice dell’incontro di quest’ultima con Johann Sebastian Bach, fonte d’ispirazione e modello di riferimento stilistico cui l’artista mirò asintoticamente lungo tutto il corso della sua carriera. La quale, quindi, prese il suo avvio, dopo anni di studio rigoroso e una sequela di lezioni private con cui esplorò anche altri generi musicali, nel 1954, al piano bar del Midtown Bar and Grill di Atlantic City: battesimo non solo del suo nome d’arte – proveniente da “Niña”, nomignolo con cui era solito appellarla uno dei suoi primi amori, e “Simone”, dalla sua ammirazione per i film d’autore stranieri –, ma anche della scoperta della propria voce, veicolo potente di un’interiorità prismatica che emerse, così, sotto forma di improvvisazione e composizione di brani originali. E che inaugurò, inoltre, la genesi di una complessità artistica che avrebbe caratterizzato il suo futuro approccio alla musica, frutto di un connubio tra matrice bachiana e ritmi pop che le consentì di abitare uno spazio sonoro del tutto peculiare e personale.

Come si evince da “Little Girl Blue”, singolo tratto dal primo, e omonimo, disco inciso nel 1958 e incubatore di vere e proprie perle musicali, quali, tra le altre: la singolare versione in levare di “Mood Indigo”, di Duke Ellington; l’indimenticabile shuffle denominato “My Baby Just Cares for Me”, arricchito da un elegante assolo di piano; e l’interpretazione profonda, e particolarmente apprezzata dal pubblico, de “I Loves You, Porgy”, dei fratelli Gershwin.

Traccia, quest’ultima, che la rese, nel giugno del 1959, una indiscussa star radiofonica e diede, così, l’abbrivio a una carriera costituita da picchi di successo e deflessioni profonde, ma sempre, intimamente, legata a una personalità stratificata e ferita: il simbolo di un disagio emotivo che avrebbe costantemente ricercato medicamento nel rapporto con gli altri – e, in particolare, con il secondo marito, e poi manager, Andrew Stroud, dalla cui unione nacque Lisa Celeste Stroud, attrice e compositrice meglio nota con il nome di “Simone” – e nell’apprezzamento da parte del suo pubblico e degli addetti ai lavori, mai abbastanza riconoscenti nei confronti di un talento che – stressandola notevolmente – Nina elargiva nel corso dei suoi intensi live.

Un genio che, nei decenni della sua attività artistica, trovò, dunque, declinazioni molteplici e dissimili – tra le quali si annovera, soprattutto, la battaglia per i diritti civili degli afroamericani, di cui Simone fu strenua attivista –, e diede perpetua espressione a una bambina inquieta e irretita in un reticolo di bisogni e sentimenti paralizzanti, causa di relazioni, professionali e familiari, instabili, estreme e, talvolta, violente. E di cui Alan Light offre, quindi, una esplicazione lineare, appassionata e coinvolgente – ma sempre formale e attenta, alla stregua del documentario omonimo di cui il testo è integrazione –, conducendo il lettore in una concatenazione di scene ed episodi significativi che caratterizzarono il cammino tortuoso di Nina Simone e consentendo allo stesso di vivere, attraverso le parole della protagonista e dei personaggi a lei prossimi, i tormenti, le delusioni e le gioie di una delle artiste più significative del XIX secolo.

Perché Eunice era abitata da tante “Nine” – furibonda, irriverente, insicura, prodigio, appassionata, destabilizzata, perfezionista, diffidente, perennemente esausta, ribelle, e molte altre –, ma fu sempre conscia del suo essere e delle sue capacità.

«Sono ben consapevole di essere uno strumento. […] Mi è stato dato il dono di suonare a orecchio, di avere un orecchio assoluto, di avere doti che la gente normale non ha. Quando hai questo dono, devi restituirlo al mondo. È l’unico modo che hai per liberartene».

«Sono un genio dalla nascita».

E come darle torto, High Priestess of Soul.

La  top ten dei brani significativi della carriera – e della vita – di Nina Simone:

1) “Little Girl Blue”, da “Little Girl Blue”, 1958: la prima canzone suonata con Al Schackman – chitarrista storico dell’artista –, che Nina arricchì con peculiari sonorità bachiane e scelse come titolo del suo primo lavoro discografico;

2) “I Loves You, Porgy”, da “Little Girl Blue”, 1958: composto dai fratelli Gershwin per l’opera “Porgy and Bess” e interpretato da Billie Holiday, il brano divenne, ben presto, icona del repertorio della Simone, per merito di un’interpretazione intensa, limpida ma, al contempo, sobria e impreziosita da un assolo di pianoforte di rapida essenzialità;

3) “My Baby Just Cares for Me”, da “Little Girl Blue”, 1958: fresco shuffle arricchito da un elegante assolo di piano, la traccia rimase relativamente sconosciuta fino al 1987, quando fu utilizzata come colonna sonora dello spot pubblicitario del profumo Chanel n.5 e avvicinò un nuovo, e giovane, pubblico alla discografia di Nina Simone;

4) “Mississippi Goddam!”, da “In Concert”, 1964: vera e propria linea di demarcazione nella carriera di Nina, suonata per la prima volta alla Carnegie Hall ed emblema di uno sdegno e un desiderio di libertà e opposizione che influenzarono notevolmente il movimento di protesta;

5) “Don’t Let Me Be Misunderstood”, da “Broadway-Blues-Ballads”, 1964: ispirata al litigio che Horace Ott, l’arrangiatore dell’album, ebbe con la sua ragazza, la traccia godette di estremo successo, in Inghilterra, in seguito alla versione incisa dagli Animals l’anno successivo;

6) “Feeling Good”, da “I Put a Spell on You”, 1965: nata come personale e originale reinterpretazione di un pezzo di Broadway, la canzone conserva, tuttora, una notevole influenza culturale, soprattutto attraverso i tributi di George Michael, Michael Bublé e dei Muse;

7) “I Put a Spell on You”, da “I Put a Spell on You”, 1965: brano eponimo del disco più pop e famoso della carriera di Nina, degno di aver sfiorato la Top 100 e aver raggiunto, in Inghilterra, la Top 20;

8) “Sinnerman”, da “Pastel Blues”, 1965: ultima traccia dell’album e lunga 10 minuti, essa riecheggia le parole assorbite nel corso degli incontri revivalisti della madre Mary Kate, divenendo, così, un esempio della capacità di Simone di trasformare un testo tradizionale in un’allegoria sulla giustizia e i diritti civili – utilizzata, poi, in diverse colonne sonore e reinterpretata da Bob Marley;

9) “Four Women”, da “Wild is the Wind”, 1966: uno dei pezzi più importanti di Nina Simone e prettamente rivolto al pubblico afroamericano, in quanto acuta e dura disamina dell’atteggiamento americano verso le diverse sfumature della pelle nera;

10) “To Be Young, Gifted and Black”, da “Black Gold”, 1970: nominato “Inno nazionale nero” dal Congress of Racial Equality, il brano raggiunse la Top 10 della classifica r&b e si posizionò al 76° posto nella pop chart, rivelandosi il più grande successo crossover di Nina da “I Loves You, Porgy”.