[REPORT] La riabilitazione di Elena al Teatro Greco di Siracusa

L’Istituto Nazionale del Dramma Antico è giunto alla sua 55° edizione con le rappresentazioni classiche all’interno della cornice unica del Teatro Greco di Siracusa. Nel calendario della stagione 2019 anche l’Elena di Euripide, in scena dal 9 maggio al 22 giugno.

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_di Federica Garozzo

Tutta al femminile la presente stagione delle rappresentazioni classiche al Teatro Greco dedicata al tema “donne e guerra”.
La regia di Davide Livermore, personaggio artistico torinese dai mille volti, orchestra un’Elena che fa parlare fin da subito di sé, innescando un passaparola che dà la nota tragedia di Euripide come la più quotata tra quelle proposte quest’anno. L’allestimento del luogo dell’azione comprende un espediente scenico, quello dell’intera cavea ricolma d’acqua, che accresce la dimensione della spettacolarità già assicurata dalla straordinaria cornice del Teatro Greco.

L’Elena – interpretata da Laura Morinoni – che ci ritroviamo rappresentata in scena non è quella tramandata dalla tradizione, venuta fuori dalla penna di Euripide, non è la donna tentatrice che con la sua bellezza è divenuta il casus belli della guerra di Troia, mietendo uno stuolo di vittime attorno a sé. Quello in realtà non è che il simulacro di Elena, un doppio, frutto dell’inganno, “fatto di cielo”, mentre la vera Elena, si trova ben lontana dalla sua terra, presso il re Teoclimeno, in Egitto, alla cui irrinunciabile volontà di sposarla oppone un indefesso spirito di fedeltà al marito Menelao.

Questa versione che riabilita la figura di Elena, come donna virtuosa e fedele, riprende la riscrittura del poeta greco Stesicoro, imperniando la tragedia sulla dicotomia realtà-finzione, che nell’elemento dell’acqua trova un simmetrico dal forte valore iconico. “Spesso le cose più chiare sono anche le più false”, e così gli specchi introdotti in scena smascherano gli inganni e il grande specchio d’acqua è il non-terreno di un’azione drammatica in cui realtà e apparenza, felicità e miseria, si fronteggiano di continuo, in un duello in cui la Verità sembra uscirne, infine, vincitrice.

Il coro, come sempre, definisce il quadro filosofico dell’azione, reclamando l’unione indissolubile di felicità e giustizia e l’immoralità della guerra, imprimendo una forte vocazione anti-militarista alla tragedia che strizza l’occhio al presente con la constatazione di uno dei personaggi rivolta al naufrago Menelao “qui da noi i porti sono chiusi”.

Non mancano, inframmisti alla tragedia, alcuni momenti in cui si toccano delle punte da commedia e da opera buffa che lasciano intravvedere la provenienza dal mondo operistico del regista, mescolando toni e registri e sorprendendo lo spettatore, trascinato in un vortice emotivo in cui dramma e risata trovano ugualmente spazio. Degna di nota anche la caratterizzazione di personaggi secondari, come la serva di Teoclimeno che sembra esser stata presa in prestito da un cast di Tim Burton, o la sorella di Teoclimeno Teonoe che si esprime con vocalizzi da soprano.

L’Elena di Livermore si chiude su un’immagine di grande impatto visivo, lo specchio su cui poggiano tutti i protagonisti non è più d’acqua ma di sangue, mentre il sole è definitivamente calato e il Teatro si prepara ad una nuova tragedia.

Gallery a cura di Martina Manoli