“Slow Journalism” edito da Fandango Libri: chi ha ucciso il giornalismo?

Il testo, redatto da Daniele Nalbone e Alberto Puliafito e pubblicato da Fandango Libri, è una commistione sapientemente equilibrata tra saggistica, interviste, riflessioni e quesiti volti alla delineazione delle soluzioni più idonee alla deriva attuale del giornalismo.

_ di Roberta Scalise

Chi ha ucciso il giornalismo? Qual è stato il momento in cui si è spezzato il rapporto di fiducia tra i cittadini e i media? Quanto viene pagato, poi, un giornalista, e per fare che cosa? E, ancora, chi sono i responsabili di tale incrinatura e quali le soluzioni maggiormente adeguate alla sua risoluzione?

Tentando di fornire risposte esaustive e puntuali a questi e altri quesiti, i professionisti della comunicazione Daniele Nalbone e Alberto Puliafito indagano, nello scorrere celere e appassionato delle riflessioni, testimonianze e interviste che costellano le pagine de “Slow Journalism” – edito recentemente da Fandango Libri –, diagnosi, prognosi e decorso di un morbo lento e, a tratti, quasi silente: quello compromettente il giornalismo.

«A metà corsa, il tassista che vede il suo passeggero scrivere su un portatile sul sedile posteriore non resiste e chiede:
“Che lavoro fa, lei?”
“Il giornalista.”
“Ah, interessante.”
“Sì, dipende.”
“Dipende, è vero. Lo sa, io leggevo sempre, prima. Ci sono tante pause in questo lavoro, e leggevo.”
“Prima quando?”
“Prima, non so dirle, adesso è diverso.”
“E cosa c’è di diverso?”
“Che, quando leggo, mi sembra di perdere tempo”».

Assumendo, così, l’abbrivio dalla disamina del “vecchio modello di business” della professione – sostanzialmente basato su un controllo oligopolistico della produzione e della distribuzione, con conseguenti aumenti dei costi per l’ingresso nel mercato di nuovi soggetti –, i due autori analizzano le dinamiche attuali di creazione dei contenuti informativi, caratterizzate da un’ingente sovrapproduzione degli stessi e da un’allarmante idolatria della quantità, colpevole, sempre più, di elidere una qualità che, del giornalismo, dovrebbe costituire il fondamento.

A dominare la circolazione delle notizie vi è, infatti, un paradigma che – prendendo origine dalle falle già dilaganti nelle testate cartacee, quali disinformazione, notizie false e/o costruite ad arte, pressioni esterne, censure e propagande – impone, online, un circolo vizioso alimentato da un’agognata ricerca di “click” e dalla produzione di un numero sempre maggiore di articoli – di varia natura e, nella maggior parte dei casi, opinabile, dai “gattini” ai contenuti virali –, nutrimento di pubblicità e, dunque, introiti economici. Un modello, quindi, che si staglia come logorante, sia per i lettori, sovraccaricati e, così, confusi da una quantità intollerabile di stimolazioni di carattere informativo, sia per i giornalisti stessi, irretiti in una logica di mercato promotrice di spaesamento e perdita dei raccordi reali con il mestiere.

In un clima di tale matrice, allora, quale potrebbe essere la soluzione idonea per educare fruitori e fautori al dubbio e a una cernita consapevole delle notizie? Lo “Slow Journalism”, rispondono Nalbone e Puliafito, che, traendo spunto da casi emblematici italiani ed esteri – in primis, quello di Peter Laufer –, delineano, così, un vero e proprio “manifesto” del giornalismo lento, responsabile, onesto e «buono, pulito e giusto». Proprio come lo “Slow Food”, dichiarano gli autori, in quanto «buono, perché è di valore; pulito, perché è trasparente, verificabile, indipendente; e giusto, perché […] è onesto intellettualmente, si corregge, si sottopone a procedure di verifica e perché le persone sono pagate bene per farlo».

Un giornalismo, dunque, necessario, avulso da gerarchie di potere e di mercato vorticose e immerso nella quotidianità delle persone, generalmente vittime di oblio ma, in realtà, uniche destinatarie dei prodotti informativi, perché vere collettrici delle storie e dei fatti di cui il professionista si occupa. Un giornalismo dal cuore pulsante, che si configura come bagliore di speranza per una rianimazione della professione stessa, perché, rispondendo agli interrogativi iniziali:

«Il giornalismo non è morto. Non morirà finché ci saranno notizie e storie da raccontare. Non morirà finché ci saranno persone che vorranno raccontarle e persone che vorranno leggerle, ascoltarle, vederle. Ce ne sarà sempre bisogno. Quindi, […] non sappiamo come, ma sappiamo che il giornalismo troverà un altro modo. E lo farà con l’azione. Lo spazio d’azione del giornalista è sul territorio. Non dentro a una redazione, non dietro a uno schermo, ma tra le persone».