Povera Collettivo: una nuova casa per l’Arte in Barriera di Milano

All’ombra del Salone del Libro, che ha calamitato gli sguardi del mondo della cultura torinese, domenica 12 maggio ha inaugurato lo spazio di Povera, tra le mura dei Docks Dora. “Povera” è anche il titolo della mostra di apertura, nella quale oltre ai lavori dei due fondatori del collettivo – Tommaso Massiliano Alfì e Giulio Pereno – sono state ospitate le fotografie di Klim Kutsevskyy e un’installazione scultorea di Paolo Oliva.

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_di Giorgio Bena

“Povera è nata d’inverno. Nelle strade della città vagava, beveva, parlava, osservava e amava. Ogni mattina faceva ritorno in una piccola cantina, faceva rumore e danzava, nel buio e nel caos creava arte. L’arte non ha fame, non ha sonno, non ha freddo, ha solo necessità di esistere, di più spazio. Povera ha trovato casa, ha creato spazio. Povera ora esiste, vive a Torino, è una casa senza porte, è un’arte senza manifesto né stile né forma. È nuda, libera, è spazio aperto a chi necessita spazio, a chi scrive, a chi colora, a chi fa rumore, a chi danza e a chi urla”.

La dichiarazione di intenti dei fondatori di Povera mette perfettamente in evidenza il senso di necessità e urgenza che li ha spinti a costruirsi da sé un luogo per esprimere la propria visione di cosa significa fare arte e cultura a Torino oggi cercando di trovare un proprio spazio all’interno della ricca offerta della città.

P.A.C.E. di Giulio Pereno

Povera Collettivo nasce nel novembre 2018 come estensione del sodalizio artistico e umano di Tommaso Massiliano Alfì e Giulio Pereno, all’interno di un ex magazzino adibito a studio di registrazione, sala montaggio audio/video, laboratorio di pittura e – da domenica scorsa – a spazio espositivo: il legame tra i due padroni di casa (termine quanto mai azzeccato, visto che i due letteralmente abitano nel loro studio) trova infatti un’espressione tangibile in Donne che viaggiano sole, film di Pereno con la colonna sonora di Alfì attualmente in rotazione nel circuito dei festival nazionali.

Povera è anche il titolo della mostra che inaugura lo spazio, nella quale oltre ai lavori di Alfì e Pereno sono state ospitate le fotografie di Klim Kutsevskyy e un’installazione scultorea di Paolo Oliva.

Ciò che colpisce a primo impatto è il perfetto equilibrio tra caos e coerenza che domina l’allestimento: la scelta di utilizzare delle tende per separare gli spazi riesce a dare una chiara identità ai singoli ambianti ma non esclude una certa fluidità di navigazione tra i lavori, e nonostante la presenza di diverse installazioni corredate da una componente audio – che nell’ingresso si manifestano come una cacofonia di stimoli ovattati – la fruizione di ognuna di esse è pulita e permette di goderle senza essere “disturbati” dalle altre; questa cura per la chiarezza e l’organicità dell’allestimento (che come chiunque va per mostre sa spesso è trascurata anche dagli spazi più rinomati) è una piacevole sorpresa all’interno di uno spazio al quale, considerata la presumibile inesperienza negli allestimenti dei suoi curatori, si sarebbe stati disposti a perdonare qualche maggiore ingenuità, le quali al contrario non si vedono e lasciano spazio ad una consapevolezza che fa ben sperare per i progetti espositivi futuri.

Da THE MOTHER AND THE TOMB OF ALL THINGS di Klim Kutsevskyy

L’ambiente è poi molto suggestivo, e il fatto di trovare un letto disfatto (che non sia un installazione) all’interno di una mostra comunica un piacevole senso di familiarità che aiuta a percepire quell’idea di cantiere aperto alla quale i ragazzi di Povera sembrano essere affezionati.

Paolo Oliva presenta nello spazio UMANO NON UMANO “Deformazione volto post conflitto nucleare”, un busto il cui modellato evoca mutazioni post-apocalittiche, che corredato da un supporto audio e da una particolare luce rossa da vita ad una specie di evidenza materica incarnata nel lato oscuro della sfera onirica forse per metterci di fronte ai pericoli che il recente surriscaldamento delle tensioni belliche internazionali (di pochi giorni fa la dichiarazione dell’Iran di sospendere alcuni dei propri impegni sulla denuclearizzazione) può comportare.

Klim Kutsevskyy presenta THE MOTHER AND THE TOMB OF ALL THINGS, un corpus di lavori dove la sua indagine fotografica sul nudo, in altre serie improntata ad una maggiore raffinatezza formale dai toni eterei, declina in un’analisi del rapporto percettivo tra corpo e terra e si “sporca” di una vibrazione vagamente inquisitoria che rende questa stessa indagine quasi una caccia visiva, animata da un istinto ferino e predatorio.

Tommaso Massimiliano Alfì in TEMPO presenta una composizione musicale attraverso una doppia installazione visiva. Questa scelta sinestetica non è sterile, ma serve a presentare attraverso le immagini l’atto della creazione. Questa composizione vive tre atti, a solo due dei quali siamo ammessi come testimoni. Innanzitutto essa è creata, e questo processo ci è nascosto. Poi essa viene distrutta, attraverso un atto performativo nel quale una ballerina la interpreta muovendosi sopra degli specchi rotti: in questa fase, documentata fotograficamente all’interno dello spazio e sugli stessi vetri dove a performance si è svolta, la composizione viene registrata includendo come elemento principale la contaminazione dei rumori causati da questa danza, nella quale la rottura dei vetri è in qualche modo la rottura dell’armonia stessa. In un terzo momento, in uno spazio altro, essa viene ricordata, nella sua forma vergine e originale.

UMANO NON UMANO di Paolo Oliva

È una didascalica riflessione sul tempo e su come esso modifichi irrimediabilmente la realtà, che esiste nel suo stato precedente solo nel ricordo. L’assenza del ricordo significa la cessazione dell’esistenza di quello stato della realtà.

Giulio Pereno in P.A.C.E. (“Pauvre Avant-garde du Cinéma Expérimental”) presenta una video installazione di grande raffinatezza stilistica dove una voce femminile ci guida all’interno di un racconto intimo e personale per quanto ermetico, del quale l’artista si fa interprete attraverso una serie di autoritratti filmici e performativi.

Il rapporto tra queste opere è estremamente felice ed organico, e da vita ad una collettiva che però risuona sulle stesse frequenze e comunica sensazioni armoniche tra loro per quanto dissonanti nella loro individualità.

Un primo ottimo scorcio su quelle che sono le prospettive curatoriali e progettuali di Povera, una realtà da tenere d’occhio nei prossimi mesi.