[INTERVISTA] Massimo Castoldi: insegnare e comprendere

L’educazione, il pensiero critico, la ricerca della propria condizione, la crescita intellettuale. Tutti punti che nell’attuale dibattito italiano paiono venir meno. In tal senso, l’intervista che ci ha gentilmente concesso il professor Massimo Castoldi – a seguito della pubblicazione del suo libro “Insegnare libertà”, edito da Donzelli – non può che mettere a fuoco punti e questioni di “interesse pubblico”. 

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_di Alessio Moitre

Il libro parte da un lavoro lungo…

Sì, è un lavoro lungo. C’è una ricerca di sette, otto anni dietro.

È stato frutto anche di un’esigenza personale?

Due dei maestri sono miei nonni, nonno materno e paterno. Questo mi ha portato a chiedermi come facessero loro, antifascisti, a insegnare nell’epoca fascista, senza tradire i propri ideali. Ricordiamoci che la scuola era completamente controllata dal regime. Erano solo loro? Mi sono risposto che era impossibile. Ricercando mi sono reso conto che il fenomeno era molto più macroscopico di quello che si potesse immaginare. I maestri antifascisti erano tanti, stime sono impossibili, erano di sicuro comunque molti meno dei fascisti, ma tanti. La prima questione che si trovarono ad affrontare, ancora prima dell’avvento del regime, fu quella della guerra. Ricordiamo solo il caso di Alda Costa, di Ferrara, che si rifiutò di portare la sua classe a vedere il film sulla presa di Gorizia del 1917, affermando di ritenerlo un fatto diseducativo. Fu accusata di essere anti-italiana e perseguitata per oltre vent’anni. Il fascismo infatti aveva fondato una parte del suo culto sull’azione violenta e sul principio dell’ineluttabilità della guerra ed è questo il filo rosso, possiamo dire, che lega il fascismo dei primordi, rivoluzionario e ancora agente nell’ombra, quello istituzionale/imperiale, e poi quello repubblicano. I maestri antifascisti hanno sempre contrapposto alla logica della violenza e della guerra la costruzione della solidarietà e della pace, educando alla sensibilità sociale.

«L’insegnamento è invenzione costante, capacità di sorprenderci e di sorprendere, non l’applicazione sterile di modelli didattici elaborati a priori»

Tu hai avuto un educazione diretta in tal senso?

Mio nonno materno non l’ho conosciuto, perché è morto fucilato nel 1944, il paterno l’ho conosciuto, ma ero molto piccolo, ed è venuto a mancare quando avevo sei anni. Educazione diretta dunque no, ma indiretta sì, molto forte direi, attraverso mia nonna e i miei genitori. Come dicevo prima, mi sono sempre chiesto da dove provenisse in origine la mia formazione in tal senso. Ho dunque indagato, ben oltre la famiglia, ed è emerso un mondo molto vasto di maestri/maestre in tutta la penisola.

Le fonti di ricerca sono state complesse da rintracciare?

Sì, perché il maestro non lascia molte tracce, non pensa di passare alla storia, e poi chi era perseguitato, non scriveva. Dunque, tranne che in rari casi, mi sono trovato davanti a pochi documenti. Per studiare i maestri è stato necessario raccogliere fonti dalle questure, qualora questi vi fossero stati segnalati, oppure dalle scuole, ma mi trovavo spesso di fronte ad archivi distrutti o abbandonati. Per ultimo le memorie degli allievi. Ricordo per esempio con affetto la testimonianza di un’allieva di Anna Botto, di Vigevano, con cui ho parlato, con piacere e a lungo.

Ora un docente.

Sì, non sono maestro, ma la matrice di fondo è la stessa. Il voler far passare un’esperienza, un sapere, una visione del mondo e trovare il modo giusto per farlo.

I nomi presenti nel tuo testo sono tutti quelli che sono emersi o c’è stata una scrematura?

C’è stata ovviamente una scrematura indotta da una serie di motivi. Il primo è che ho voluto rappresentare un arco cronologico che parte da Carlo Cammeo, ucciso in un agguato, con un fascismo ancora illegale, e arriva fino a Salvatore Principato, ammazzato dai fascisti su ordine nazista, dall’autorità statale. Il libro descrive quindi anche una progressiva degenerazione delle istituzioni. Dall’altra parte ho cercato di presentare storie tra loro diverse, uomini e donne, socialisti e cattolici, e un liberale, Latronico, documentando un quadro abbastanza vasto, perché l’antifascismo non è nato da un uniforme orientamento politico, ma da un moto di un intero Paese.

L’insegnamento è la tua vita, dunque mi viene da domandarmi se nella tua esperienza dal liceo alla docenza, negli anni, sia cambiato qualcosa o qualcosa sia mutato, diciamo.

Sì, io ho iniziato a insegnare alla fine degli anni Ottanta. C’è stato un progressivo indebolimento della capacità di strutturare le conoscenze da parte dei giovani e dunque una sempre maggiore dispersione. Conoscenze sempre più superficiali, incapacità di andare a fondo, di radicarsi in una ricerca, in uno studio, poca umiltà intellettuale. Questo porta a non essere in grado di mettere in relazione più elementi.

Hai studiato i maestri antifascisti degli anni Venti, Trenta, Quaranta e il loro insegnamento, ma pare che dopo la guerra qualcosa sia venuto a mancare.

Sì, penso, la coscienza del senso della scuola. L’insegnante aveva e ha una funzione importante: sviluppare una consapevolezza culturale, che porti il giovane a una scelta responsabile. Un senso di responsabilità profonda, che molti insegnanti hanno ancora, va detto, ma spesso la scarsa attenzione data alla scuola dalla società e dalle istituzioni vi genera un sentimento di marginalità e produce automatismi nella didattica. Perché studiamo una cosa invece che un’altra? Perché certe informazioni sono di troppo? E come altre devono essere gestite? Quei maestri avevano un senso del loro compito e di presa diretta sulla realtà. Il fascismo è stata una situazione estrema, dunque occorreva difendersi. Se non si poteva insegnare in un determinato modo, si doveva trovare una formula adeguata per far passare principi diversi e valori. Voglio insegnare il senso della libertà? Lo faccio passare attraverso Salgari, perché il fascismo lo accetta, e non attraverso Turati, perché il fascismo lo respinge, per esempio. Ma raggiungo ugualmente il mio scopo. Si deve trovare un pretesto, per dare una lezione di vita. L’insegnamento è invenzione costante, capacità di sorprenderci e di sorprendere, non l’applicazione sterile di modelli didattici elaborati a priori. Pensiamo anche al senso del gioco per Latronico: una grande lezione di antifascismo. In una qualsiasi condizione, c’è sempre la possibilità per l’insegnante di agire, di comprendere la situazione e di costruire un percorso adeguato.

Non vedrei comunque nel complesso un decadimento della scuola odierna al suo interno, sono le istituzioni che non danno peso alla scuola, a differenza del fascismo che invece nella scuola ci credeva e sulla scuola ha lavorato, ha costruito, purtroppo. La Repubblica italiana ha fatto molto meno e l’antifascismo è stato fatto poco sentire alle generazioni che sono venute dopo, non si è radicato nella tradizione del Paese. Oggi ci si lamenta, ma le derive autoritarie sono anche il frutto di quello scarso impegno delle istituzioni e della società verso la scuola, di ogni ordine e grado. Banalizzazioni, improvvisazioni, modelli corrotti, moralismi ipocriti, e al contrario pregiudizi lassisti: la scuola per prima ne ha pagato il prezzo.

Un dibattito che tocca inevitabilmente l’attualità.

Sì, anche perché c’è sovente una grande incoscienza nel parlare di certi argomenti. Anche nel dibattito – dialogo di tutti i giorni fascismo e antifascismo sono diventate due parole che spesso non hanno radicamento. Si usano nel conflitto politico, a volte in modo improprio, senza dar loro peso adeguato. Si parla di fascismo senza sapere o conoscere veramente cosa fu il fascismo, questo lo fanno sia i sedicenti neofascisti, sia molti giovani antifascisti. Gli scritti di Mussolini e dei teorici del fascismo vanno letti per sapere di cosa trattavano e così quelli degli oppositori. Poi ne parliamo. Se non ci radichiamo nelle ragioni storiche, non comprendiamo il senso di cosa è successo. Non si può agire solo sul piano emotivo, bisogna studiare le condizioni culturali, economiche, sociali che hanno generato il fascismo per capirne le conseguenze.

Il libro avrà una prosecuzione?

Difficile dirlo adesso. Su alcuni di questi maestri sto ancora lavorando e altri stanno lavorando sulle suggestioni delle storie da me raccontate. Questo libro ha fatto anche sì che molte persone mi abbiano contattato per parlare di parenti o conoscenti, che sanno di storie analoghe, di altri maestri. Magari sarebbe interessante pensare a un archivio sul tema, consultabile da tutti ovviamente.