Tripla utopia alla Fondazione Sandretto

A metà aprile la Fondazione Sandretto ha ospitato – secondo una formula già consolidata – un’inaugurazione multipla, dedicata a tre riflessioni nella sfera dell’utopia, che se da un lato si interrogano su un momento storico con un particolare sguardo su fenomeni sociali -ritenuti dai più- di confine, dall’altro fanno della narrazione utopica strumento di analisi della condizione umana e della società. Negli spazi di via Modane quindi troverete tre nuove mostre e avete ancora qualche settimana per scoprire il lavoro di Michael Armitage.


_di Giorgio Bena

Epicentro dell’evento è l’inaugurazione di Capriccio 2000, risultato del percorso di residenza per giovani curatori svolto da Rosa Tyhurst, Jeppe Ugelvig e Hannah Zafiropoulos, grazie anche al contributo dell’attenzione suscitata dalla performance HIGHER xtn. progettata da Michele Rizzo, che inaugura la mostra.

Capriccio 2000 interroga con un approccio a metà tra l’antropologia post-moderna e il misticismo sociale il complesso e variegato fenomeno culturale e sociale che ha costituito la scena musicale dance – in particolare nelle sue declinazioni hardcore e gabber – in Italia a cavallo tra gli anni ’90 ed il nuovo millennio. La mostra è un’indagine ed insieme un inno all’indolenza sociale ed estetica di un fenomeno che, difficile da inquadrare ed afferrare in tutte le sue differenti sfaccettature, è stato il centro gravitazionale senza luogo di geografie dai confini fluidi.
Nel caos calmo dei suoi ritmi sciamanici l’universo delle “feste” ha introiettato e riformulato identità nazionali, culturali e anche politiche, proiettandole nell’entropia di un orizzonte degli eventi nichilista fatto di ritualità primordiali perfettamente incarnate dall’ossessiva e muscolare danza che dà forma ad HIGHER xtn.

Le opere degli artisti Dafne Boggeri, Caterina De Nicola, Andrea De Stefani, Lorenza Longhi, Andrea Magnani, Michele Rizzo, Giuliana Rosso ingaggiano frontalmente singoli aspetti di questo universo con una varietà di soluzioni formali e semantiche che rimanda a quella confluenza di energie che di questo fenomeno sono l’essenza, ma l’impressione è che la prospettiva migliore per leggere Capriccio 2000 sia piuttosto grandangolare e faccia emergere più la regia curatoriale (vero cuore del progetto, in effetti) che un virtuosismo individuale. Un esito che del resto si coniuga perfettamente agli intenti di una mostra che si propone di rileggere una fase storico-culturale che della comunità, della confluenza e della sinergia ha fatto i suoi pilastri.

Un’utopia possibile, un panorama di luci al neon e rovine post-industriali permeato di realismo magico che dà ragione della scelta del termine “capriccio”, che in arte come in musica indica visioni libere dai vincoli degli stili, che dell’incongruenza fanno accademia.

Il tema della visione utopica sembra del resto essere un filo conduttore che lega le tre mostre inaugurate, sebbene mentre Capriccio 2000 racconta di un’utopia che c’è stata (e in parte resiste) Psy Chic Anem One di Tai Shani e Monowe di Ludovica Carbotta usano l’utopia come pretesto speculativo per due differenti riflessioni sul rapporto tra l’individuo e la società.

Psy Chic Anem One, a cura di Valerio Del Baglivo e del junior curator Michele Bertolino, utilizza linguaggi plastici e filmici (in ottima sinergia con il contesto espositivo) per costruire un incursione ideale all’interno del mondo di Psy Chic Anem One, un’Intelligenza Artificiale in viaggio nel tempo che può comunicare tra passato, presente e futuro, e che si manifesta a noi attraverso monologhi video e forme fluide. L’opera si colloca (e virtualmente prende vita e trova posto) all’interno di Dark Continent, corpus di lavori ispirato dal testo proto-femminista di Christine de Pizan del 1405, The Book of the City of Ladies, attraverso il quale l’artista immagina e costruisce una città allegorica abitata da sole donne: personaggi archetipici ma atipici che forzano i limiti del concetto di femminilità come inteso nella società patriarcale e che attraverso una visione del femminile non come parte della dualità maschio/femmina ma come “alterità radicale” rispetto all’esistente offrono una prospettiva differente sulla realtà nella quale “sensazione, esperienza e interiorità” siano le chiavi di lettura privilegiate.


Simile ma al tempo stesso profondamente differente il lavoro di Ludovica Carbotta, Monowe, un racconto di epica individuale in una città abitata da un solo soggetto e priva del concetto di collettività, che muove da una riflessione sul processo di alienazione in costante evoluzione nella nostra società.

È un progetto progressivo che la Carbotta porta avanti dal 2016, utilizzando diversi medium (dalla scultura all’azione performativa) per costruire l’identità composita di una città dove l’individuo è costretto costantemente al confronto con sé stesso -o piuttosto con l’assenza dell’altro da sé- proprio perché ogni edificio della città è in qualche modo espressione di un’istanza soggettiva.
Per la prima volta in Fondazione Sandretto questi lavori, finora sempre esposti come frammenti individuali a loro volta, diventano un corpo collettivo in rapporto dialettico: passeggiare tra gli edifici di Monowe è un’esperienza a metà tra quella dell’archeologo in un paesaggio di rovine e quella di un sopravvissuto in uno spazio postapocalittico – due esperienze forse più vicine di quanto non appaiano.

La lettura di queste opere passa attraverso due chiavi essenziali: il rapporto scalare e la funzione sociale. Diversi edifici esistono infatti in diversi rapporti scalari, dal modellino alla dimensione naturale: non si tratta di mero strumentalismo progettuale, ma di una relazione emotiva incarnata nella forma, che mette costantemente in discussione -attraverso le dimensioni- il valore di determinati luoghi in relazione alla prospettiva che l’unico abitante che ne fruisce attribuisce loro.
Allo stesso modo la prospettiva dell’unico abitante risemantizza la scelta di pensare determinati edifici portandoci ad interrogarli chiedendoci che cosa conservi il museo e per chi, cosa sarà scrutato dalla torre di osservazione, chi sarà giudicato nel tribunale e chi ne sarà il giudice: tutti questi ruoli confluiscono nell’unico, nel sé che è allo stesso tempo indagato e indagatore, oggetto di speculazione e speculatore.

Monowe è quindi un luogo che indaga chi lo indaga, che crea chi lo crea, che abita chi lo abita e dà forma e senso alla sua esistenza: difficile non chiedersi all’ombra del Tribunale quale sarebbero i nostri luoghi, quale profilo assumerebbe il panorama della nostra città.

Fino al 26 maggio è inoltre ancora possibile visitare The promised land, personale del pittore keniota Michael Armitage, dove citazionismo post-moderno e radici culturali si fondono in lavori molto potenti.

In mezzo a queste visioni in potenza, a queste prospettive possibili, il lavoro di Armitage si impone con prepotente pienezza nella sua sintesi delle contraddizioni e delle problematiche sociali della sua terra di origine, con lavori che spaziano dalla sfera del consenso politico a quella della libertà sessuale, dove forme liquide si contrappongono a brani di pittura fortemente concreta che paiono essere dei tentativi di focalizzare -spesso senza centrare l’obiettivo- la radice del problema da affrontare.

Per maggiori informazioni sulle mostre in Fondazione Sandretto: http://fsrr.org/mostre-in-corso/