“Quanto un cento lire”: la gioia delle “piccole cose” nel mémoire di Federica Motta

La giovane autrice monzese Federica Motta delinea sapientemente un mémoire leggiadro e intriso di ricordi tratti sia dall’infanzia, sia dall’esistenza quotidiana, protagonisti di istantanee di vita ricolme d’amore e tenerezza.

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_di Roberta Scalise

«Il cento lire è per me, da sempre, il massimo di grandezza delle cose. Qualunque cosa se è grande almeno un cento lire è grande il giusto. È il massimo della perfezione. Dovremmo usarlo come unità di misura del mondo. “Ti voglio bene un cento lire”».

E Quanto un cento lire è anche il titolo dell’esordio letterario, edito dai tipi di Ananke Lab, della giovane scrittrice monzese Federica Motta, autrice di un testo che assume talvolta le sembianze di un diario personale, talvolta quelle di una raccolta di ricordi, ossia piccoli tasselli policromi di un mosaico interiore denso di emozioni e piacevolezza.

Con uno stile lieve e genuino, infatti, la narratrice conduce il lettore in un universo tinto di colori pastello e intriso di tenerezza e candore, sfogliando, pagina dopo pagina, un immaginario album di memorie familiari che svelano la bellezza e la commozione delle “piccole cose”: dal succo di frutta all’albicocca gustato in spiaggia, da bambina, dopo il bagno alle filastrocche che accompagnavano l’impasto degli gnocchi, dalla macchina nuova del padre che ancora conserva il fanciullesco anatroccolo di peluche alle dolci attenzioni dei nonni, Motta dipinge, con tocchi lievi e pennellate veloci, una sequela di istantanee di un’esistenza quotidiana ricolma d’amore e di serenità, puntellata di dialoghi affettuosamente buffi e scene toccanti.

Caratteristiche essenziali, dunque, di una dimensione domestica dai contorni vividi e immediati, tali da rendere il lettore un coprotagonista silente degli scorci proposti, nei quali egli può facilmente reperire i riferimenti e gli echi di un’infanzia costellata di semplicità, unione e amore sincero. Un amore, quest’ultimo, celebrato, inoltre, in tutte le sue precipue declinazioni familiari – dai genitori ai nonni, fino agli amabili dispetti con i fratelli – ed emblema di una ricchezza interiore che solo la cura al dettaglio emotivo – il maglione cucito, le piccole abitudini, gli insegnamenti quotidiani – può generare.

Dando luogo, così, a una successione di carezze letterarie che fondano le proprie radici in cenni e ricordi dal gusto passato, i quali, tuttavia, figurano riletti e attualizzati in quanto vestiti di un significato nuovo e di una consapevolezza acuita, propria della personalità di chi, cresciuto in un crogiolo di dolcezza e complicità, non può fare a meno di essere riconoscente di quanto ricevuto a piene mani.

Perché «mi sembra di amare un po’ meglio se mi riempio la mente e gli occhi di frasi, espressioni, di momenti e gesti che magari gli altri lasciano cadere come briciole. Come se il mondo mordesse la vita e assaporasse ogni cosa a pieno e io stessi invece a masticare per ore ogni boccone con un tovagliolo sulle gambe per raccogliere briciole e pezzetti di vita che cadono. E oggi quindi sono grata per come sono. Sono grata per come sono fatta e per tutte le volte che mi sono maledetta per questo modo di voler bene a tutti e a tutto».