Futura 1993 X OUTsiders | Achille Lauro ‘1969’: mai la trap fu così rock’n’roll

Dopo l’apparizione sul palco di Sanremo con il tormentonte Rolls Royce, Achille Lauro consolida la sua scalata alla notorietà con 1969, nuova uscita full-lenght del trapper romano. Alice Lonardi di Futura 1993 ha ascoltato per noi il nuovo album, a cavallo tra trap e rock’n’roll. 

_di Alice Lonardi

Per chi si è sempre tenuto a debita distanza dalla scena musicale più underground, Achille Lauro potrebbe essere facilmente ricollegabile a tutta quella cerchia di artisti trap che ormai affollano le nostre playlist e che molti guardano con sospetto. La verità però è che cercare di inglobare Achille Lauro in una qualsiasi categoria è un compito tanto arduo quanto inutile. Sembra trap ma trap non è, e non è neanche pop né tantomeno rock’n’roll: è un bilanciato mix di tutte e tre, ma è anche musica che guarda al di là di ogni etichetta e con l’ultimo album ‘1969’, ne abbiamo avuto la dimostrazione.

Molti hanno conosciuto Achille Lauro sul palco dell’Ariston, quando con la sua Rolls Royce ha destato “scandalo” nel pubblico sanremese. Chi invece lo segue fin dagli esordi di Barabba Mixtape, sarà stupito dell’evoluzione fatta dal rapper romano nel corso di circa un decennio di carriera. L’album del 2018 Pour L’amour già aveva segnato un cambiamento di rotta nel suo stile, che pian piano si allontanava dall’hip-hop per abbracciare quello che lui definisce samba-trap. Con 1969 però, Achille compie un passo in avanti – a braccetto con l’ormai fidatissimo produttore Boss Doms – spaziando tra elettronica, pop e rock’n’roll.

1969 significa rivoluzione, cambiamento. A cinquant’anni da quell’anno, da Woodstock, dallo sbarco sulla luna, Achille decide di ripercorrere quello che fu un periodo incredibile sia per la storia dell’uomo che per la musica. L’espressione artistica di fine anni 60 è incredibile: basti pensare che nel 1969 sono usciti, uno dopo l’altro, Abbey Road dei Beatles e Space Oddity di David Bowie.  Nel disco la ricerca di quell’immaginario è evidente sin dalla copertina, che vede presenti una serie di icone degli anni Sessanta: James Dean, Marilyn Monroe, Jimi Hendrix e infine Elvis Presley.  I rimandi retro continuano poi lungo le dieci tracce che compongono l’album, ricco di contaminazioni rock anni ’60, sia a livello musicale che testuale.

Con 1969 Achille guarda al passato, ma punta dritto al futuro.

È evidente la voglia di fare e di creare qualcosa di diverso, che resti nel tempo, sulla scia delle sue icone di riferimento. E il cambiamento in effetti c’è ed è evidente. Da un lato non mancano alcuni dei temi più cari alla trap (i soldi, la fama, le macchine…) e quelle sonorità “samba-trap” a cui ci eravamo abituati negli scorsi album.  Allo stesso tempo però abbiamo tante chitarre, chiaramente ispirate alle atmosfere anni 60/70, abbiamo l’elettronica e persino un po’ di cantautorato, tanto è vero che molti dei brani funzionerebbero benissimo anche solo voce e strumento.

È raro oggi trovare un disco così completo sia sul piano tecnico che lirico. L’album, di soli trenta minuti, si apre con la tanto discussa Rolls Royce, che facilmente potrebbe diventare un manifesto generazionale. Le stesse atmosfere scanzonate sono riproposte in Cadillac, dove è da segnalare il fortissimo riff di chitarra iniziale, e anche nella title track 1969 e in Delinquente. Alla leggerezza di questi brani si alterna poi la malinconia di brani come la ballata riflessiva C’est la vie, ma anche la cupa Zucchero e Scusa, il pezzo forse più profondo, che chiude l’album in maniera apologetica. A legare il tutto, i numerosi rimandi alla cultura pop e il citazionismo estremizzato, che attraverso un caotico accostamento di parole sa ricreare perfettamente un’idea, una sensazione.   

Che Achille Lauro fosse un artista vero e proprio già lo sapevamo, ma con 1969 ci ha dimostrato di essere sul serio un passo avanti rispetto a tutti. In un mercato musicale ormai saturo di proposte come quello della trap, Achille sa rompere gli schemi, guardare oltre e cercare nuovi stimoli, togliendosi definitivamente di dosso l’etichetta di rapper o trapper.  1969 è una dimostrazione di personalità, è un album generazionale che ha la stessa carica del rock’n’roll.

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