“Anatomia dell’oppressione”: come le religioni hanno soggiogato il corpo delle donne

Le due autrici, Inna Shevchenko e Pauline Hillier, sono membri dell’organizzazione internazionale Femen e offrono un’attenta e accurata disamina dei molteplici modi attraverso i quali le tre fedi monoteistiche hanno condizionato la figura femminile e le parti del suo organismo.

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_Roberta Scalise

«La tua testa può imparare, analizzare e inventare, la tua bocca può ridere, piangere e cantare, le tue parole possono suscitare gli spiriti, richiamare folle e cambiare il mondo, i tuoi occhi possono brillare di intelligenza, d’orgoglio e gioia, le mani possono costruire, prendere il potere, e difendere, il seno può essere materno, sessuale e ribelle, il cuore può seguire la propria strada, il tuo ventre non appartiene a nessuno, il tuo sesso può ricevere o rifiutare piacere, i piedi possono correre, saltare tutti gli ostacoli, scalare tutte le montagne, viaggiare per il mondo e portarti dove vuoi. Il tuo corpo vale quanto quello di un altro. Nulla ti è proibito, nulla è impossibile per te».

O, almeno, così dovrebbe essere, come tentato di esplicare magistralmente Inna Shevchenko e Pauline Hillier, le due Femen – membri dell’organizzazione internazionale omonima sorta in Ucraina, nel 2008, al fine di opporsi al sistema patriarcale e difendere i diritti delle donne, e nota per le eclatanti manifestazioni pacifiste in cui le militanti proclamano i propri slogan a seno nudo, n.d.r. – autrici del testo Anatomia dell’oppressione, edito dai tipi torinesi di AnankeLab.

Un volume intenso e dalla natura polimorfa, nella cornice della quale esso assume talvolta i tratti di un romanzo autobiografico – a causa delle molteplici testimonianze riportate dalle due attiviste –, altre quelle di un saggio – poiché numerosi sono i riferimenti testuali –, talvolta le sembianze di un pamphlet – per il tono irrimediabilmente polemico e combattivo – e altre ancora quelle di un manifesto – con cui le due donne dichiarano i propri intenti laici –, dando luogo, così, a un testo ricolmo di sfaccettature e riflessioni pregnanti, alla scoperta delle quali il lettore è condotto mediante uno sguardo lucido sul mondo e i suoi – spesso opinabili – contenuti ideologici.

E che si snoda attraverso un percorso che, alla stregua di una “scannerizzazione”, offre una disamina attenta e accurata circa i modi in cui le tre religioni monoteistiche – ebraismo, cristianesimo e islam – hanno soggiogato, condizionato e sottoposto al proprio controllo ogni centimetro del corpo femminile: dalla testa, velata, sessualizzata, ammutolita e intellettivamente denigrata, al seno, tabù anatomico ridotto a mero emblema del ruolo materno; dal cuore, le cui emozioni sono negate e fagocitate da una sorveglianza totalitaria, al ventre, solco del solo destino possibile per una donna, «rispettato da tutte le religioni perché è l’incubatrice della vita (l’unico possibile) e garantisce il perpetuarsi della specie e l’estensione del patrimonio culturale»; dalle mani, cui è negato l’accesso all’indipendenza, al potere e al possesso economico, poiché relegate all’ambito domestico, all’organo sessuale, «epicentro del conflitto tra patriarcato e donne», e per tale motivo mutilato, usurpato e profanato; fino ai piedi, ostacolati al movimento e subordinati alla presenza di un guardiano, un marito, un padre o un fratello.

Il cui risultato è una diagnosi scoraggiante e claustrofobica, veicolo di una lettura febbrile, rabbiosa e non rassegnata delle oppressioni tacite e palesi che pungolano le donne di tutte le epoche, ma contro le quali è lecito almeno tentare di combattere, perché è necessario rammentare che:

«Niente ti è proibito, nulla è impossibile. Non ascoltare quelli che ti diranno diversamente, saranno numerosi e insistenti. Se ci proverai, vedrai che non sono grandi come sembrano. Non abbassare mai lo sguardo, non obbedire, prendi i libri che ti confiscano, vai nei luoghi che ti vietano, non lasciare mai che qualcuno decida o parli al posto tuo, prendili in giro se e quando è necessario, e denuncia tutte le loro bugie. Di’ a voce alta e forte che non sei quello che dicono e sappi chi sei.
Perché la cosa più bella in cui credere è te stessa».