“Il Nuovo Mondo” di Marco Ianes: una società a misura di bambino

Pubblicato dal Gruppo Albatros “Il Filo”, l’ultimo romanzo firmato da Marco Ianes è una storia di fantascienza dai risvolti inquietanti quanto attuali, che – tuttavia – si differenzia dalla classica “disaster story” alimentando la fiammella di una speranza di redenzione dagli errori di un’umanità miope quando non direttamente ottusa. 

Scorgendo il titolo dell’ultima fatica letteraria di Ianes viene ovviamente subito in mente il capolavoro omonimo firmato dal maestro Aldous Huxley. Pur senza accostare, in maniera più che blasfema, le due opere, possiamo mettere in evidenza un terreno narrativo in comune, ovviamente nel segno della fantascienza di impronta fortemente sociologica. Per certi versi, questo racconto ricorda anche certe sceneggiature di M. Night Shyamalan, per la sua tendenza a mescolare elementi di fantasia – diciamo espedienti visionari – e al contempo concentrarsi molto sulle dinamiche umane.

Sullo sfondo di una – atipica, vedremo perché – invasione aliena si intrecciano le vicende di cinque ragazzi di etnie diverse ma – ecco che affiora il surreale – anche di epoche diverse. Tutto ciò è possibile grazie ad un espediente narrativo dai risvolti vagamente spirituali: i cinque protagonisti sono – teoricamente – morti, ma continuano a vivere grazie ad un “trapianto” di anime/intelletto.

Spetterà proprio a costoro, provare a prendere le redini di un mondo al collasso, nel corso di una odissea nella quale si vanno a di intersecare scienza e denuncia sociale (ovviamente è forte l’eco del cambiamento climatico odierno). A questo proposito emerge anche un’altra questione cruciale dell’oggi: il dibattito al crocevia tra “tecnici” e “media”, spesso infarcito di imprecisioni e fake news, comunque soggetto ad una pericolosissima incomunicabilità di fondo.

Marco Ianes conosce bene queste dinamiche, avendo collaborato anche con Il Fatto Quotidiano. Per bocca dei suoi protagonisti suggerisce, o quanto meno evoca, un mondo “a misura di bambino” aprendo un varco di speranza nella prospettiva del lettore, ma lasciandolo anche con una domanda – latente e dannatamente complicata – nella testa: “A cosa saremmo disposti a rinunciare, di nostro, per il bene collettivo?”.