“If Beale Street Could Talk”: riconsiderare il trauma

Barry Jenkins mette in scena un dramma sentimentale che interroga la solidità dei legami, con uno sguardo sulla questione razziale negli Stati Uniti all’inizio degli anni ’70. Attraverso la rilettura dell’omonimo romanzo di James Baldwin, il regista di Miami – due anni fa celebrato dall’ Academy per Moonlight – porta avanti il suo lavoro “d’impegno”, catturando con la sua macchina da presa storie di sofferenze individuali e familiari in cerca di giustizia.

 

  _di Alberto Vigolungo

Al centro due ragazzi, Fonny e Tish, che cercano di dare forma al loro sogno d’amore. Intorno, la madre del ragazzo, che proprio non accetta la gravidanza di lei, la ricerca di stabilità, la vecchia Harlem, i rigurgiti di un’America da poco uscita dalla Segregazione. Ma anche la comprensione e il sostegno di una famiglia, il calore di una casa in cui non mancano mai una bottiglia e un giradischi.  Quando tutto sembra pronto per iniziare una vita insieme, l’inizio del calvario: l’arresto di Fonny, accusato di stupro ai danni di una donna portoricana che non ha potuto riconoscere il suo aggressore ed è stata spinta a una denuncia priva di fondamenti. La famiglia di Tish, certa dell’innocenza del ragazzo, intraprende una dura battaglia legale: il padre, per sostenere le spese di un avvocato, ruba capi d’abbigliamento dal magazzino in cui lavora per rivenderli nelle zone popolari della città, mentre la madre, dopo lunghe e faticose ricerche, si reca nel Paese caraibico per incontrare la donna, ma quest’ultima nega il suo aiuto. Tra udienze dall’avvocato e visite al compagno in carcere, Tish porta avanti la gravidanza e dà alla luce il suo bambino: quando quest’ultimo cammina, Fonny è ancora in carcere.

In Se la strada potesse parlare Barry Jenkins porta avanti una certa idea di cinema “d’impegno” sostenuta da tempo, almeno da quando il suo nome si è definitivamente imposto tra il grande pubblico, e dichiarata in un’intervista durante l’ultima Festa del Cinema di Roma, lo scorso autunno. Il film riporta infatti la questione razziale – di cui oggi si sente parlare solo di fronte all’ennesimo caso di police brutality – in quello che probabilmente è stato il suo periodo di maggior tensione, i primi anni Settanta, che attraversano la storia degli Stati Uniti d’America come una scheggia impazzita. I fattori in campo sono molteplici: le istanze di piazza che hanno plasmato l’”humus” culturale del decennio appena trascorso e ancora insuperato, la ferita aperta dell’assassinio di Martin L. King, senza dimenticare i fatti del biennio ’68-’69, che segnano l’apice della contestazione della guerra del Vietnam; nello stesso 1974, mentre Baldwin scrive il romanzo cui il film si ispira, Gil Scott-Heron canta in un meraviglioso disco l’”inverno” d’America (Winter in America, con Brian Jackson)…

Sono queste le coordinate entro le quali si colloca una nuova stagione di conflitti sociali. Una stagione in cui l’America bianca teme, per la prima volta, di perdere il suo “primato” storico:

Parliamo di aggressioni, micro aggressioni… L’inizio degli anni ’70 rappresenta un periodo in cui la popolazione nera sente di essere giunta ad un traguardo: i diritti civili, il movimento era arrivato, tutto era grandioso,  poi il Vietnam e si era creata una situazione di questo tipo: ”Okay, adesso avete questi diritti, ma vogliamo mostrarvi come possiamo ancora mettere in atto tutte queste aggressioni”.  –  Jenkins, The Daily Show

Il regista e sceneggiatore affronta la questione nei termini di un “trauma da riconoscere”, quindi da riconsiderare se si vuole riflettere sulla questione razziale fino ai giorni nostri. Senza distaccarsi troppo dalla love story  al centro dell’opera, nel film i segni di questo trauma appaiono piuttosto evidenti, a partire dalla storia di Daniel, che in qualche modo preannuncia il destino di Fonny (così come il primo incontro con l’agente Bell, che recita un ruolo di primo piano nell’accusa del ragazzo). L’uomo fa visita alla coppia un pomeriggio, raccontando la sua esperienza di carcerato innocente, incriminato senza alcuna prova. L’episodio occupa significativamente una buona parte del film: Fonny e l’amico parlano delle loro preoccupazioni, in una società in cui vieni considerato per il colore della pelle, prima di tutto. Il senso di frustrazione del protagonista e la rassegnazione di Daniel emergono con parole dure, quasi sussurrate, come a trattenere un dolore troppo grande.

I diritti civili sono una conquista recente, ma poco o nulla sembra essere cambiato.

La rappresentazione della rabbia e della sofferenza, così come della gioia e dell’intimità, passa attraverso un filmico basato sui primi piani, che si estendono nella durata come per restituire il tempo di un’emozione, per misurare il peso delle parole. Una fiducia nel lavoro attoriale ben ripagata dalla prova dei giovani Stephen James e Kiki Layne, capaci di creare, con i loro sguardi e i loro contatti fisici una seducente atmosfera di intimità; convince meno l’interpretazione di Ed Skrein, nei panni di un “poliziotto-bullo” che eccede un po’ troppo nella sua espressività, sfiorando a tratti la parodia.

La struttura del film si snoda in due linee narrative che si rifanno a due diversi livelli di passato, che emergono dal racconto della donna: in questo senso, il ricordo di un passato lontano (i timidi approcci, le prime uscite di due ragazzi che si conoscono fin da bambini…) si alterna alla memoria del doloroso percorso giudiziario del ragazzo, della solitudine di Tish nei mesi della gravidanza, dei sacrifici dei suoi genitori, della sorella e del padre di lui per non cedere all’ingiustizia. I passaggi dal romance sentimentale al legal sono accompagnati dalla voce-off della protagonista, talvolta associati a immagini d’archivio che documentano la povertà e la repressione subìta nel corso della storia dalle popolazioni nere d’America (punizioni di schiavi, pestaggi della polizia, la realtà dei ghetti…).

Le diverse tappe del rapporto tra Fonny e Tish sono poi contrassegnate da un elemento evocativo: l’acqua, nella sua valenza di vita e di rinascita. Alla sua presenza si verificano tre avvenimenti importanti: la prima notte passata insieme, durante la quale il rumore della pioggia in sottofondo si confonde con i fruscii e le parole sussurrate all’orecchio dei due amanti. La pioggia ritorna in un’altra occasione, sempre di sera, quando i protagonisti escono da un ristorante, quasi a suggellare la loro unione. Ma soprattutto il motivo dell’acqua si lega all’enunciazione del bambino appena nato, introdotto da un’inquadratura ottenuta con un movimento di macchina dal basso verso l’alto, che segue il corpo del piccolo mentre viene sollevato dalla vasca da bagno: l’immagine conclude l’ellissi temporale che intercorre tra le ultime settimane di gravidanza della giovane e le prime settimane di vita del bambino. Quest’ultimo viene presentato nello stesso ambiente in cui, pochi mesi prima, Tish si era fermata a pensare, dopo essere ritornata da una delle sue visite al penitenziario.

Adattando l’opera di Baldwin per il grande schermo, Barry Jenkins realizza un film che riesce nell’intento di estendere la propria portata al di là del melodramma, con un salto nella Storia che sottolinea l’urgenza di una questione data oggi per scontata, ma che sopravvive nella sua criticità.

Ed è forse nel gioco di rimandi tra il destino di questa giovane coppia e la Storia collettiva che il film raggiunge il suo obiettivo, anche grazie ad un’accurata messa in scena (il mood “seventies” è evocato da musiche che attingono al grande repertorio Soul e R’n’B dell’epoca, e che accompagnano quasi sempre in sottofondo i dialoghi) e confermando le qualità di Jenkins nella scrittura. Se il soggetto è tratto dal libro di Baldwin, definito dal regista come un autore “brutalmente onesto”, i riferimenti guardano in direzione di altri capisaldi della letteratura afro-americana del Novecento come Richard Wright (Black Boy, 1945) e soprattutto Ralph W. Ellison (Invisible Man, 1953), cui sembra ispirarsi la cupa disillusione del personaggio di Daniel.

Dopo gli applausi ricevuti in autunno alla Festa del Cinema di Roma e prima ancora al Toronto International Film Festival, il regista candida agli Oscar 2019 (due nomination: miglior attrice non protagonista, Regina King e migliore sceneggiatura non originale) un film che invita a riflettere su un trauma tutt’altro che superato, a riconoscere il suo protrarsi nel presente, a non retrocedere sul terreno dei diritti, per non rimpiangere, come Fonny, l’assenza di testimoni.