La delicatezza e la malinconia del Gabbiano di Čechov al Teatro Carignano

Delicato e malinconico come solo certi scrittori russi sanno fare, il capolavoro di Anton Čechov arriva al Teatro Carignano – dal 12 al 24 febbraio – nella versione del 1895, precedente alla censura zarista, a raccontare i drammi e le illusioni perdute di un’umanità fin de siècle, sospesa tra arte e vita.


_di Elena Fassio

«Il quotidiano, più dell’eroico, contiene il senso del vivere», sosteneva Čechov. Primo dei quattro capolavori che l’autore russo scrisse per il palcoscenico, Il Gabbiano è un dramma di disagio esistenziale. Nato negli anni inquieti in cui maturano le grandi tragedie del Novecento, ne anticipa alcuni temi cardine.

Nella soffocante immobilità fisica e morale di una tenuta di campagna in riva a un lago si muovono vite in apparenza senza senso, in un’altalena di sogni e rimpianti, desideri e disperazione, incapacità comunicativa ed egoismo. I personaggi si intrecciano in inutili passioni non ricambiate: il tormentato Konstantin (Francesco Sferrazza), sua madre, la famosa attrice Irina Nikolaevna (Elisabetta Pozzi), il suo amante, lo scrittore Trigorin (Stefano Santospago) che un giorno, per ammazzare il tempo, portò alla rovina la giovane e sognatrice Nina Zarečnaja.

L’essenza del genio di Čechov sta proprio in questo: nella feroce denuncia del nulla che ci minaccia. La pièce è pervasa però di una tale tenerezza da indurre quasi a compatire, a consolare questi esseri inutili che si muovono, si angosciano, si turbano, lottano e perdono senza iniziare mai davvero a vivere. Con la regia di Marco Sciaccaluga e la traduzione di Danilo Macrì, Il Gabbiano accompagna in un viaggio a punta di piedi tra il desiderio di scrivere e quello di amare, fino allo scontro con l’effettiva incapacità di farlo.