[REPORT] Be Forest: non cambiare nulla per rivoluzionare tutto

Un concerto solido ed emozionante, per una band ormai di livello internazionale e che si è stabilmente inserita nei “nomi” dello shoegaze globale. Il ritorno dei Be Forest al Circolo Ohibò di Milano. 


_di Mattia Nesto

Avete presente l’affresco “La Scuola di Atene” di Raffaello situato nella Stanza della Signatura, una delle celeberrime “Stanze Vaticane”, all’interno dei Palazzi Apostolici in Roma? Ecco ascoltando ieri sera il concerto dei Be Forest, quel miracolo dello shoegaze sbucato fuori dal nulla a Pesaro, mi è venuto in mente proprio La Scuola di Atene. Più nel particolare il centro dell’opera, dove, quasi fossero due pugili ai lati opposti del ring, sono raffigurati, Platone e Aristotele. I due compiono due gesti paralleli e opposti: il primo, presentante il volto di Leonardo Da Vinci, stringendo il Timeo, indica verso l’alto, verso il cielo ovvero verso il mondo delle Idee e verso il Bene supremo, l’oggetto ultimo della filosofia che si raggiunge, giustappunto, attraverso il pensiero; il secondo, invece, indica verso il basso, verso la terra, reggendo l’Etica Nicomachea e significando quindi il ritorno al mondo intellegibile del pensiero al mondo sensibile, ovvero la realtà apparente.

Ecco, l’abbiamo presa alla larga, ma ci siamo arrivati. Se i Be Forest dovessero essere inseriti in uno dei due lati del ring, senza ombra di dubbio, andrebbero di fianco a Aristotele. Già perché, nonostante il genere di loro appartenenza, lo shoegaze sia un genere abbastanza concettuale e “ideale” (nel senso platonico del termine), il gruppo pesarese pare proprio avere i piedi, terribilmente, posati per terra, al mondo, giustappunto, sensibile. E questo concetto l’abbiamo capito sin dalla prima nota emessa dalla chitarra di Nicola Lampredi che assieme a Erica Terenzi e Costanza Delle Rose fa parte da sempre del gruppo. Infatti i Be Forest sono glaciali, marziali e inesorabili nel loro incedere che musicale che lungo tre dischi, tra cui il recentissimo, e bellissimo, Knokturne non fa eccezione, non ha modificato troppo la sua fedeltà a una linea precisa. Quella, come dicevamo prima, di uno shoegaze dritto, duro, così come dritte e dure sono gli inserti musicali della sopracitata chitarra di Lampredi che squarcia la notte milanese (e non sanremese) del Circolo Ohibò di Milano.

In questa dimensione intima e protetta le dinamiche e la ritmica dei Be Forest quasi esplodono e ci si ritrova dolcemente a galleggiare in mezzo a questi flutti sonori, cullati (ma alle volte sbatacchiati) dai nuovi e dai vecchi pezzi. Ascoltando quindi con attenzione il gruppo pesarese si possono capire meglio alcune cose.

Innanzi tutto come, nonostante il cosiddetto mondo indie in questi anni sia tracimato nel circuito mainstream con le sue derivazioni itpop e Indie2, ci sono gruppi come i Be Forest che hanno deciso di scegliere un percorso del tutto diverso, anzi opposto. Invece di cavalcare il momento fatidico in Italia, spinti anche dalla tradizionale assonanza dello shoegaze con uno scenario internazionale, in questi anni hanno guardato, notevolmente, fuori confine riscuotendo tra l’altro un successo crescente negli Stati Uniti. E questo successo negli Stati Uniti gli ha permesso di autenticarsi in una platea internazionale come uno dei nomi di punta dello shoegaze mondiale, permettendo di prendersi tutta la calma del mondo per la registrazione del nuovo album.

L’altra cosa che si è capita, e pure molto bene, è che i Be Forest delle mode o delle temperie culturali del momento se ne infischiano, hanno quell’idea bene chiara di fare musica e quella fanno, senza sgarrare di un centimetro dalla strada maestra. Ma ciò non significa non mutare mai faccia e non evolvere negli anni, anzi tutto il contrario. Infatti negli anni i Be Forest non solo sono maturati, com’è ovvio che sia, ma si sono anche evoluti in un gruppo solido e con le spalle larghe, in grado di recitare una parte da protagonista sulla scena shoegaze internazionale (e non solo). E questo per tre ragazzi di Pesaro che hanno iniziato da giovanissimi con un genere, per usare un eufemismo, non così popolare in Italia e cantando rigorosamente in inglese, non è affatto poco.