[INTERVISTA] Davide Toffolo e i TARM: sempre e comunque liberi di essere diversi

A tre anni dall’uscita di “Inumani” i Tre Allegri Ragazzi Morti tornano in scena con “Sindacato dei Sogni”, disco che conferma il percorso di ritorno al rock della band di Pordenone, stavolta con un forte retrogusto di psichedelia. Abbiamo fatto due chiacchiere al telefono con Davide Toffolo per farci raccontare l’immaginario che ruota attorno a questo nuovo album che il trio mascherato definisce “Una ceramica italiana persa in California”.


_di Alessia Giazzi

“Voglio che i ragazzi sappiano che la violenza è solo uno dei linguaggi possibili, che la vera utopia non è un buon lavoro, ma la possibilità di non lavorare. […] Che la diversità è la vera paura degli uomini e che la diversità per noi è l’unico valore. […]” 
Era il 1994 e, da un disegno e da un’autointervista immaginaria di Davide Toffolo, emergevano il credo e i volti primordiali dei Tre Allegri Ragazzi Morti, una forma embrionale delle maschere e dei personaggi che, 25 anni dopo, avremmo saputo riconoscere ovunque. I temi di identità e diversità, eterno leit motiv della carriera del trio pordenonese, tornano in “Sindacato dei Sogni”, l’ultima fatica discografica dai risvolti psichedelici che attinge dal rock di stampo statunitense. Davide Toffolo ci ha raccontato la genesi di quest’ultimo lavoro, emblema di una libertà di espressione da difendere con le unghie e con i denti in un mondo regolato dagli algoritmi.


Foto di Ilaria Magliocchetti Lombi

Vorrei partire con una citazione, tratta da “Mi capirete solo da morto”: “Sarò per sempre un uomo libero/ Ma dimmi tu la libertà senza i sogni cos’è?”. La libertà di sperimentare è qualcosa che vi ha sempre contraddistinto: dal punk al reggae passando per lo swing, fino alla cumbia. Alla libertà si aggiungono poi i sogni: dopo 25 anni di carriera, che sogni vi hanno portato a questo album in cui la psichedelia è protagonista?

Il sogno principale è stato quello di ritrovare il gruppo, nel senso che sono passati tre anni da “Inumani”, il disco precedente, e avevamo veramente bisogno di capire se avessimo ancora degli obiettivi comuni. ll nucleo di questo disco è proprio la possibilità di esserci ritrovati. Gli altri sogni sono quelli abbastanza soliti: quelli di una musica libera, senza condizionamenti, della possibilità di poter fare le cose con degli obiettivi che sono sempre libertari. Noi in qualche modo siamo legati a questa visione del mondo che in questo momento potrebbe sembrare poco attuale. Per dirlo in parole povere: a noi dei soldi non ce ne frega niente, neanche del sembrare fighi, ci interessano altre cose e mi sembra che in questo lavoro vengano fuori.

In questo momento ti senti di esser libero di esprimerti? 

Cerco di farlo. I limiti della libertà sono sempre più ristretti, anche quando viene venduta come una tale. Faccio un esempio: adesso la rete è molto più chiusa e molto meno libera rispetto a qualche anno fa, l’algoritmo non lavora per la libertà. Di base comunque rimaniamo legati a quella visione libertaria dell’esistenza e questo concetto torna spesso nei testi.

A proposito di libertà di scelta, tra le influenze di “Sindacato dei sogni” si legge una forte presa di posizione, stilistica per lo meno: no musica italiana, nonostante nel disco l’Italia sia molto presente. Quali sono le band che vi hanno ispirato e da che cosa deriva questa scelta?

È stato come sempre un viaggio principalmente musicale il nostro. Io volevo fare un disco krautrock: per questo motivo abbiamo fatto un disco con Matteo Bordin che è il chitarrista dei Mojomatic e attualmente uno della Squadra Omega. Come sempre, quando entriamo in studio non c’è soltanto la volontà di una persona di mettersi in gioco, c’è tutto il gruppo e Enrico è arrivato con una visione più californiana, più psichedelica. La quotidianità in studio è stata di questo tipo: abbiamo fatto 4 session di registrazione in questo studio dentro a un bosco, suonavamo fino a una certa ora e poi ascoltavamo musica, dai Grateful Dead ai Dream Syndicate ai Television, ascolti anche lontani nel tempo che comunque hanno rafforzato il rapporto tra noi e in particolare il produttore, la persona che ci ha dato una mano a sviluppare questo disco, che è Matteo. Ci siamo incontrati su tante cose, ci siamo confrontati su altre e alla fine lo studio ha lasciato un suono suo. Quindi la somma di queste cose qua ha dato la sonorità finale a questo disco.

«I ragazzi morti sono sempre stati un’identità collettiva»

Quindi in luogo in sé ha avuto un’influenza particolare: dalle descrizioni che ne fate sembra un luogo ai confini della realtà.

Sì, io penso che il posto in cui si registra influisca sempre sul sound secondo la mia esperienza, è una delle chiavi per capire i dischi. Questo è un posto molto particolare perché è uno studio nuovo in una casa vecchia, ristrutturata, con una sala prese molto grande. Inoltre abbiamo suonato con strumenti vintage: si sente che la sonorità degli strumenti è molto reale. È un disco vero, ecco, c’è poco editing e poca di quella finzione che si mette in atto per fare i dischi oggi.

Si legge anche parecchia nostalgia in quest’album.

Io non mi ritengo propriamente un autore nostalgico, però devo dire che molte persone – e alla fine devo dire anche io, riascoltandolo – mi hanno detto che dentro c’è qualcosa di, diciamo pure, nostalgico anche se la parola non è che mi piaccia moltissimo. È una definizione che non mi esalta perché penso che la nostalgia sia un sentimento in qualche modo reazionario. Se è nostalgia quella che c’è in questo disco, non è reazionaria anche se sicuramente è un disco che parla molto di come eravamo e da dove veniamo.

Per interpretare quest’album avete dato come chiave di lettura una frase che poi è il titolo di una delle tracce: “Una ceramica italiana persa in California”. In che modo questa suggestione è diventata l’emblema del disco? Mi racconti la storia di questa ceramica?

È un gioco intorno alla copertina, perché la copertina è proprio una ceramica italiana persa in California, ritrovata e rielaborata. La storia è divertente (ride) ed è più o meno questa: cercavamo una forma per la copertina e Enrico mi ha chiesto esplicitamente di non fare una copertina disegnata. Io all’inizio me la sono mezza presa, ho detto “Ma come, le copertine nostre sono tutte disegnate!”. Poi ho anche capito, ci può stare che ci sia un lavoro di discontinuità rispetto ai precedenti. Comunque, che sia disegnata o meno, un’idea qualcuno la deve trovare: ad un certo punto ho visto un gatto che aveva questa faccia che sembrava avesse la maschera dei Tre Allegri Ragazzi Morti al contrario. Allora ho subito fatto quest’illustrazione del gatto che è diventata la copertina dei primi tre singoli. Per seguire questa linea cercavo qualcosa che non fosse un disegno e ho trovato in rete questa ceramica (cercando gatti vari, tanto la rete è piena di gatti!) Ho scaricato le foto da questo sito di vendita, ci ho disegnato sopra e ho capito che poteva essere la copertina del disco, che è piaciuta a tutti quanti.
Ad un certo punto, prima della pubblicazione, Enrico mi ha detto “Guarda ho parlato con un avvocato e mi ha detto che se usiamo questa foto qui che hai rubato in rete può darsi che ci possano essere dei problemi..”. Io a quel punto lì mi sono anche un po’ incazzato, ho detto “Ma scusami, non possiamo essere così poco punk, tutta l’estetica punk si rifà alla possibilità di prendere delle cose e trasformarle in altro, io ho preso una foto di servizio di un sito di vendita e l’ho trasformata in un’opera d’arte perciò io sono pronto a difendere questa cosa”. Enrico invece era meno disposto e ha preferito cercare un’altra immagine. Ad un certo punto quest’altra l’abbiamo trovata, in un sito di vendita in California, quindi ci siamo trovati per le mani una ceramica italiana degli anni Settanta, persa in California, che in realtà è la parafrasi perfetta del nostro disco.

Nella storia dei TARM, la creazione di un immaginario visivo è sempre stato fondamentale per l’identità della band. Citando la intro del libro sulla comunicazione visiva dei TARM uscito nel 2014 “Tutto è cominciato con un disegno. Il disegno rappresenta tre ragazzi”: da quel disegno di tempo ne è passato, sono arrivate le maschere che hanno preso una forma sempre più definitiva, diventando segno distintivo. Che immaginario avete voluto evocare per questo disco?

Questo, come anche nella musica, ha un immaginario più psichedelico, di visione quasi mistica. Per quanto riguarda la copertina, anche la ceramica degli anni Settanta ricorda un po’ le sonorità e la ricerca che c’è stata dietro questo disco. Per quanto riguarda le storie vere dei ragazzi morti quelle invece a fumetti che in questo disco non sono, non c’è una rappresentazione disegnata, a queste storie sto lavorando in questi giorni e spero che per la fine dell’anno possano essere disponibili. Le nuove storie racconteranno l’attualità dei ragazzi morti: le ultime sono state scritte fra il 1999 e il 2002 circa, queste invece una l’anno scorso e le altre saranno finite quest’anno e ridaranno un’attualità a quei personaggi. Sono tre episodi separati in un un’unica raccolta edita da Panini.

Continuiamo a parlare di identità: in “Sindacato dei sogni” trovo abbia un ruolo fondamentale, soprattutto in relazione al tema della diversità, a partire dalla prima traccia. “Caramella” recita come un mantra “Io sono te”, loop che si ritrova in “Non ci provare”, in cui l’identità si fa più labile e si perdono i confini tra noi e il prossimo. Il momento politico e sociale in cui ci troviamo ha influito su come avete affrontato questi concetti durante la stesura dell’album?

Tutto quello che abbiamo fatto in questi anni ha a che fare con la possibilità di cambiare la realtà, in una parola anche un po’ naif ma molto legata al rock: rivoluzione. Tu fai delle scelte di vita perché questa possa andare da un’altra parte rispetto alla realtà e anche questo disco ha dentro questa forza e questa volontà di cambiamento. In questo momento viviamo una situazione impaurita, impoverita di valori, dove vincono i controvalori dell’identità spinta… viviamo in una situazione che sembra fascista, che ha qualcosa di profondamente scuro, di non egualitario. Il disco sicuramente respira anche una reazione a questa realtà.

Anche qui torna la figura del mostro, che vi accompagna da “Mostri e normali” e che in “Sindacato dei sogni” si ripresenta ad esempio nel testo di “Caramella” con “È sotto questi fiori/Il mostro che hai cercato fuori” e nel titolo della canzone “Difendere i mostri dalle persone”.  Chi sono (o che cosa sono) i mostri di cui parlate oggi?

I mostri siamo principalmente noi, che poi siamo gli altri. Io penso che la difficoltà a riconoscere le persone che abbiamo attorno come uguali sia un problema che in questo momento è molto evidente. Tutti difendono la propria diversità contro l’altro, invece i ragazzi morti hanno sempre immaginato il riconoscimento della propria diversità come dimensione unitaria, come possibilità di incontro, non di distanza. Io penso che ci siano delle cose, tipo vedersi simili o uguali nelle diversità sia una conquista della nazionalità, una conquista culturale.

Novembre 2918: Davide Toffolo esce con la graphic novel “Il cammino della cumbia”, pubblicato su Oblomov-La nave di Teseo

Sempre parlando di diversità, stavolta di “genere”, nelle canzoni dei TARM le protagoniste femminili o le interlocutrici a cui ti rivolgi non mancano. Dopo le figure femminile più iconiche come Occhi Bassi o la Signorina Primavolta e arrivando poi al presente, per te è cambiato qualcosa nel modo di cantare le donne?

Le donne sono sicuramente uno degli argomenti sul quale abbiamo scritto di più in questi anni. Le donne sono cambiate nel senso che la coscienza femminile è sempre più alta; è anche vero che in questi ultimi anni l’uso della forma della donna è stato piuttosto spregiudicato in Italia: si è lavorato per forzare ancora una volta la donna oggetto, però è anche vero che la coscienza femminile è molto cresciuta, insieme ai diritti. Ad essere garanti di questa cosa sono le donne stesse, la guardia non va mai abbassata. Le donne che racconto io un pochino si assomigliano sempre, sono donne alla ricerca della libertà in qualche modo, quest’ultima che canto ha anche qualcosa di ironico, spero non offensivo!

Pordenone è una presenza fissa nei vostri testi e torna anche in quest’album, con un ruolo fortemente emblematico. La città “Dove c’erano i punk / Meglio vestiti al mondo” riveste il ruolo di casa di un movimento culturale importante per la storia musicale italiana come il Great Complotto: che ruolo ha all’interno di “Sindacato dei Sogni”?

È un po’ vicino a quella cosa che mi dicevi prima, a questa “nostalgia”: quando abbiamo immaginato un disco e abbiamo cercato di farlo cercando l’essenza dell’incontro tra me, Luca e Enrico, non abbiamo potuto fare a meno di ritrovare il rapporto con il luogo da cui veniamo. Per questo motivo ci sono due canzoni dedicate alla nostra città: una è “Calamita”, l’altra è “C’era un ragazzo che come me non assomigliava a nessuno” che è un ritratto vero e proprio di me e dei miei amici quando eravamo ragazzini e di che cosa era per noi la musica. Mentre “Calamita” è più o meno “Prova a star con me un altro inverno a Pordenone” però da un’altra luce, nel senso che se prima raccontavo l’adolescente che è costretto a fuggire da una realtà per cercare la sua identità, questa volta invece è il racconto di uno che ritorna. “Uno”..Io (ride) ritorno ed è un racconto sulla città che trovo, un pezzo abbastanza realistico rispetto a quello che generalmente faccio, che sono dei ritratti non sempre così autobiografici.

Quest’album ha riunito un team di tutto rispetto, dal fedelissimo Adriano Viterbini (Bud Spencer Blues Explosion) fino a Mattia Cominotto (Meganoidi, Od Fulmine). Tra loro spicca la figura di Davide Rossi, violinista che ha collaborato con band del mainstream internazionale come Goldfrapp e Coldplay. Come vi siete incontrati e come Davide è finito nella lista dei collaboratori di “Sindacato dei Sogni”?

Ci siamo incontrati in un modo causale a Roma, tramite una persona a me molto vicina. Quando ho scritto questo pezzo, durante le registrazioni, ho capito che poteva essere un modo per incontrare Davide in un’altra modalità e gli ho mandato il pezzo e niente, è stato facile: nel senso quando ho messo insieme le due cose mi sembrava fossero perfetto. È successo in modo naturale e casuale, come succedono le cose belle.

Quanti sarete stavolta sul palco?

Saremo sicuramente in quattro, poi ci sarà un musicista ulteriore, quindi 5. Ti dico, non lo so ancora perchè andiamo a fare le prove per il concerto la prossima settimana, in un posto abbastanza magico in Carnia sopra Tolmezzo, vicino al confine con l’Austria, in mezzo alla neve. Spero che arriveranno delle belle cose per noi e per chi verrà a sentirci.

Parliamo invece di quest’azione particolare con cui state reclutando nuovi ragazzi morti per aprire questo nuovo tour (TalenTARM). Mi spieghi da dove è nata l’idea?

I ragazzi morti sono sempre stati un’identità collettiva. L’idea che ci possano essere dei ragazzi morti declinati in altri modi mi intrippa da tanto e questa volta mi sembrava il momento giusto per fare questa cosa e ti dico che le cose che stanno arrivando secondo me sono strepitose! Ci saranno ragazzi morti di tutti i tipi, ragazze, ragazzi morti che sono noi nel 1994 o nel futuro, altri elettronici. Sarà come il multiverse dell’Uomo Ragno secondo me! Penso che ne verrà fuori qualcosa di divertente che rispetterà l’identità dei partecipanti, non solo il fatto di essersi approcciati alla nostra musica.

Nel 1994 il pensiero dei TARM compariva in un’intervista immaginaria. A 25 anni da quel dialogo, vorrei chiudere quest’intervista riproponendoti una delle domande: “Qual è il tre allegri ragazzi morti pensiero nel 2019?”

Quel manifesto lì è sempre valido, è sempre l’atteggiamento che abbiamo noi nei confronti della realtà, un po’ ironico e un po’ libertario, quindi io spero di non essere cambiato tanto, anzi, ti dico che i ragazzi morti comunque sono più un’idea più che il risultato della vita di una persona e basta e come tutte le persone anche io ho avuto una vita complessa e questi 25 anni sono stati bellissimi e difficili allo stesso tempo, però l’idea dei ragazzi morti penso che rimanga scolpita nel tempo in quella autointervista che mi sono fatto 25 anni fa e da cui è partito tutto.

Ti senti ancora un eterno adolescente?

Beh si sente dalla mia voce quando canto nei dischi, la voce non mente (ride).

SINDACATO DEI SOGNI TOUR

16-02-2019 Ravenna – Bronson
23-02-2019 Senigallia (AN) – Mamamia
02-03-2019 Padova –  CSO Pedro
08-03-2019 Brescia – Latteria Molloy
09-03-2019 Livorno – The Cage
15-03-2019 Santa Maria a Vico (CE) – Smav
16-03-2019 Conversano (BA) – Casa delle Arti
22-03-2019 Trieste – Teatro Miela
23-03-2019 Bologna – Estragon
29-03-2019 Roncade (TV) – New Age
30-03-2019 Lugano – Studio Foce
05-04-2019 Torino – Hiroshima Mon Amour
13-04-2019 Arezzo – Karemaski
16-04-2019 Milano – Alcatraz
18-04-2019 Roma – Monk