Un tour del Valhalla con Tom Shippey

Il libro di Shippey – pubblicato da Odoya – si pone a metà strada tra il classico saggio storico e il libro di costume, dato che tratta l’argomento “cultura vichinga” con un linguaggio molto confidenziale e diretto. Gli iconici guerrieri del Nord erano violenti, rissosi e sboccati. Ma non solo…


_di Mattia Nesto


Non scopriamo nulla di nuovo ma mai come in questi anni le serie tv, i fumetti, i videogiochi, i libri e perfino la moda ha parlato o comunque si è ispirata ai vichinghi. I guerrieri che dal profondo Nord sconvolsero l’Europa tra l’ottavo secolo dopo Cristo e poco oltre l’anno Mille. Eppure nonostante (quasi) ogni ambito della cultura pop contemporanea si ispiri ad essi, di vichinghi a scuola si parla poco, specie nelle scuole dei Paesi mediterranei. Perciò la visione che abbiamo ancora al giorno d’oggi di questi popoli è ancora moto fumosa. Ed ecco allora arrivare, mai così salvifico va detto, il volume “Vita e morte dei grandi vichinghi” di Tom Shippey, uscito per la casa editrice Odoya, una delle realtà editoriali italiane più curiose e con voglia di sperimentare negli ultimi tempi.

Il libro di Shippey è, quasi in maniera simmetrica, a metà strada tra il classico saggio storico e il libro di costume, dato che tratta l’argomento “cose dei vichinghi” con un linguaggio molto confidenziale e diretto, ben riproposto dalla traduzione di Annarita Guarnieri che forse potrebbe far storcere il naso a quelli non molto avvezzi con certa saggistica di stampo anglosassone. Già perché solo un autore proveniente da questo Commonwealth può essere al tempo stesso ricolmo di
citazioni dotti eppure pop dal punto di vista filosofico.

Ecco un esempio chiarificatore. È successo che nel corso del Medioevo la letteratura dell’antico Nord e la maggior parte della sua storia e mitologia furono completamente dimenticati. Ovunque tranne che nella lontana Islanda, dove gli abitanti costretti a strappare di che vivere a una terra poco fertile e ai mari pescosi continuarono a ricordare antiche tradizioni, antichi poemi e antiche storie, che poi misero in forma scritta una volta convertiti alla cristianità e dopo aver appreso dai chierici l’uso della scrittura. E scrissero, scrissero, scrissero: saghe dei tempi antichi, dei re, dei loro stessi antenati, sugli skald e sui poemi scaldici. Nessuno sa esattamente perché questa sia diventata una sorta di attività nazionale. Di certo avevano abbondanza di pelle di pecora da cui ricavare pergamena su cui scrivere, e durante le lunghe notti tipiche dei luoghi vicini al Circolo polare artico era probabile che ci fosse ben poco altro da fare, ma d’altro canto scrivere a lume di candela in quelle lunghe notti doveva essere difficile e costoso. Eppure continuarono a farlo. E per secoli nessuno se ne è accorto.

Si viene così a scoprire che gran parte delle idee che ci siamo fatti dei vichinghi dalla cultura pop non è che siano così sbagliate ma sicuramente la situazione era molto più complessa di quello che pareva. Infatti, lungi dalle ultimissime pubblicazioni di stampo storiografico, Shippey non nega il carattere eminentemente violento del “popolo” e della cultura vichinga in senso lato, ma anche non si dimentica di citarne le eccezioni e, soprattutto (e qui sta il punto chiave del valore dell’intera opera) quell’insondabile pulsione nichilista proprio dei conquistatori del Nord.

Odino sa che il Ragnarok arriverà ma, dal momento che non sa quando, vuole che la sua squadra si trovi al massimo della forza in qualsiasi momento, anche se l’esito di quello scontro è già segnato. Perfino gli dei moriranno, la loro fazione sarà sconfitta, e loro lo sanno, ma questo non li spinge a voler negoziare né tantomeno a cambiare fazione. La cosa importate è il rifiuto di arrendersi. È soltanto nella sconfitta definitiva che si può dimostrare davvero di che pasta si è fatti.

Questa commistione di noncuranza nei confronti della morte e di anelare ad essa è, forse, il tratto distintivo dei vichinghi che, in maniera spesso e volentieri un po’ kitsch, con battutacce e sberleffi in serie all’avversario di turno, vanno verso l’ultimo passo con assoluta decisione. Ecco allora che, dopo aver letto “Vita e morte dei grandi vichinghi” (ed anche l’ottima prefazione di Wu Ming 4), non vedremo più le nostre serie preferite sui vichinghi e non giocheremo più al nuovo God of War allo stesso modo. Ma con un sorriso lungo così: ebbri e folle come un guerriero del Nord di fronte alla morte.

Secondo Shippey la pulsione e fascinazione dei vichinghi per la morte non nasce tanto dal culto del coraggio, quanto da qualcosa di più profondo. Certo, Odino accoglie nel Valhalla i migliori guerrieri caduti in combattimento e li arruola nel suo esercito, per l’ultima battaglia contro i mostri inferici, alla fine dei tempi. Ma il punto è che quella battaglia è destinata a essere perduta, in una conflagrazione che garantirà la palingenesi del mondo. C’è una vena pessimista, in questa visione teleologica, che conta più del meccanismo premiale nell’Aldilà, e produce l’idea che l’eroe sia consacrato non già dalla vittoria ma dalla sconfitta.