L’invettiva di Jarett Kobek contro i mali del secolo de “Io odio Internet”

Edito da Fazi Editore, il romanzo affronta – in uno stile dal ritmo sincopato e attraverso finestre narrative che, come “link”, arricchiscono la trama principale – le vicende di una donna in un mondo governato da razzismo, misoginia e world wide web.

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_di Roberta Scalise

«Questo romanzo brutto, che è una lezione di morale su Internet, è stato scritto con un computer. Vi state sorbendo l’indignazione moralistica di uno scrittore ipocrita che ha approfittato dei vantaggi della schiavitù». Si incontra nelle prime pagine il compendio della nuova opera narrativa di Jarett Kobek, Io odio Internet. Un romanzo utile – edito recentemente da Fazi Editore –, invettiva appassionata, sarcastica e pungente contro alcuni dei “mali” peggiori dell’età contemporanea, tra cui, in particolar modo, sessismo, razzismo e il world wide web con le sue innumerevoli e, spesso, degradanti conseguenze.

Il racconto, infatti, trae avvio dall’«unico peccato imperdonabile dell’inizio del ventunesimo secolo» compiuto dalla protagonista Adeline, disegnatrice di fumetti poco più che quarantenne e discretamente famosa colpevole di aver espresso, in pubblico, opinioni considerate “impopolari”, e, per tale motivo, virtualmente perseguitata, osservata e accusata da hater e stampa.

Peccato che diviene, così, espediente di una digressione lunga 330 pagine, disamina curiosa e meticolosa del contesto sociale in cui gli individui sono immersi e al quale sono piegati da società per azioni (Google, Facebook, Twitter, per citarne alcune) il cui unico scopo è quello di produrre denaro mediante la pubblicità creata dall’interconnettività dei suoi fruitori, portavoce di una moltitudine incalcolabile di dati sensibili, proprietà intellettuali disconosciute, opinioni, ideologie, valori sociali e interessi personali.

Un mosaico di informazioni, dunque, tra loro collegate attraverso una serie di “link”, vere e proprie finestre sulle quali la matita sosta alla stregua di un mouse, in quanto pennellate narrative, brevi ma incisive, riportanti fatti – inerenti a personaggi, episodi o aneddoti incontrati nel corso dello svolgimento letterario – che, nel loro amalgama caotico e coinvolgente, costituiscono la struttura del testo: quasi come se tali istantanee esplicative fossero voci enciclopediche o, meglio, pagine di Wikipedia.

“Io odio Internet” è, allora, un romanzo lucido e costantemente intriso di saccente e sprezzante ironia, un fiume che fagocita, lungo il suo flusso, la California e i suoi “dèi”, la letteratura e le sue figure parossistiche, la storia americana, lo sfruttamento sociale (consapevole o meno), i conflitti geopolitici, il terrorismo e le élite tecnologiche – e molto altro ancora –, e che, tuttavia, cede talvolta il passo a pause da stand-up comedy e a momenti di sagace e sconsolata profondità circa i disagi provocati da un’esposizione spesso perigliosa a un mondo affascinante ma, al contempo, ipnotico e vertiginoso: Internet.

Perché «l’identità di una persona non riguardava solo ciò che voleva, come viveva o le scelte che faceva. La vita non era fatta di autodeterminazione. La vita era un operaio cinese con un salario da schiavo ammanettato a una catena di montaggio che costruiva iPhone. La vita era un assegno da centotrenta dollari nel 1938. La vita era cercare di alleviare le ferite inflitte dagli altri, riparare ai danni fatti da sconosciuti e amici. E, grazie alle aziende che avevano sede a San Francisco, intorno a San Francisco e vicino a San Francisco, la possibilità di causare quei danni era infinita».

Jarett Kobek è un trentottenne americano di origine turca, vive in California e ha all’attivo un’autobiografia immaginaria di Mohamed Atta, Atta, e altri brevi scritti d’arte. “Io odio Internet” ha conosciuto la sua versione cartacea in seguito a un articolo lusinghiero redatto dal “New York Times”, grazie al quale il romanzo è uscito dalla sua vita virtuale di autopubblicazione ed è divenuto un successo internazionale. Finalista al Gordon Burn Prize, a esso è seguito The Future Won’t be Long.